Dentro i giovani, fuori le giovanili di partito

– La prima volta che lessi “Aboliamo le giovanili di partito“, pezzo di Dino Amenduni sul suo blog del Fatto Quotidiano, rimasi scioccato. Militando in un movimento giovanile, essendo entusiasta nel montare i gazebo, nell’inseguire i passanti per lasciargli un volantino, nel riempirmi d’orgoglio per quei cinque minuti di gloria in cui arringavo i giovani come me, per poi lasciare spazio per cinque minuti seguenti a un altro come me, trovavo semplicemente impossibile fare a meno di quello che, oltre a essere un organismo politico, era anche un gruppo di amici. Riflettendo poi sulla questione, ho capito che Dino, in fondo, non aveva poi tutti i torti. In molti sono convinti che i movimenti giovanili siano una palestra di politica, in cui ci sono accesi dibattiti sia sui temi contingenti che su quelli di più ampio respiro, in cui ognuno è libero di provocare, di dire la propria, di confrontarsi in maniera anche accesa con gli altri, ma in cui sarebbe stato sicuro che il suo messaggio sarebbe arrivato in alto.

Nulla di tutto ciò, o almeno, solo in parte. I grandi temi sono trattati come in una tribuna politica, dove tutti si sentono dei politologi navigati o dei politici “che lavorano da anni sul territorio“, mentre per le questioni di vita o di morte, quelle che dovrebbero far gridare di rabbia i ragazzi, farli scendere in piazza, si sonnecchia. Le piazze non fanno per noi. Forse è per questo che in Italia una primavera mediterranea non è arrivata, e non arriverà mai. Perché i giovani “impegnati”, si sentono così impegnati da non aver voglia di farlo per i motivi per cui andrebbe veramente fatto. Preferiscono parlare di correnti e di strategie, che gridare contro la strage dei loro coetanei in Siria. Sui piccoli temi, invece, si lavora bene, con voglia di fare e con pragmatismo, portando avanti delle proposte, stilando documenti, calcolando costi e benefici, quanto può essere utile al proprio quartiere un campetto da calcio, al proprio paesino una nuova fontana. Ti sembra una bella idea, la tua, e in tanti te lo dicono, e ti invitano a sottoporla “a chi di dovere”, chi, più anziano, siede ai gradini più alti. Ti avvicini a lui dunque, tutto speranzoso con il tuo fascicoletto di sogni pragmatici e facilmente realizzabili e glielo sottoponi. Quello dà uno sguardo annoiato (magari mentre è al telefono), abbozza un sorriso, ed ecco che fatidica arriva la pacca sulla spalla e il tanto atteso “largo ai giovani!“. Ma la risposta non arriva. C’è sempre qualcosa di più importante, qualcosa di prioritario, un modo migliore per spendere i soldi della collettività.

Finché non arriva la campagna elettorale. Lì, l’entusiasmo dei giovani fa comodo. Non per fargli spazio nella politica vera, non per ascoltare le loro ragioni: al massimo per riempire una lista, ma sempre e soprattutto per attacchinare, volantinare, andare casa per casa a lasciare santini. L’adulto, nel frattempo, guarda a braccia conserte.

Nella palestra politica, gli unici a fare veramente formazione per i giovani, sono le fondazioni e le associazioni. Come si può pretendere di “fare palestra”, di allenare, stando sempre in un circolo ristretto, senza misurarsi con sfide sempre più ardue, e soprattutto col mondo degli adulti? Che cos’ha di meglio un ottantenne con al massimo il diploma elementare di un giovane laureando? La famosa esperienza, ossia quel lasso di tempo variabile in cui bisogna lecchinare il potente di turno e subire tutto quello che egli dice, comprese le peggiori nefandezze e le idee che non si condividono, pur di diventare qualcuno. Dice bene, dunque, Dino, quando afferma che “Se domani sparissero i giovani (e i volontari) dai partiti, tutto si bloccherebbe. Se sparissero i dirigenti, non succederebbe “.

La politica giovanile dovrebbe essere fatta di entusiasmo, di eresia, di proposte da ascoltare, non di bassa manovalanza e piaggeria, non di una corsa a cariche fasulle e spesso frutto di nomine correntizie o clientelari, in un turbinio in cui ci si professa diversi dalla politica “adulta”, vista come postribolo dei peggiori comportamenti, ma in cui ci si comporta nello stesso modo, spesso fomentati e foraggiati da politici adulti da cui ci si aspetta una gratifica.

Per questo dico, facciano tutti come il partito radicale, o il movimento 5 stelle: aboliamo davvero le giovanili di partito, perché possano partire tutti dallo stesso livello. Perché così come non c’è differenza tra un elettore di 25 anni e uno di 75, non ci sia nemmeno tra due persone di quelle età che si impegnano in politica. Perché la  manovalanza sia fatta da tutti, dal ragazzino alle prime armi fino al consigliere regionale: fanno davvero ridere quei dirigenti di partito che dicono di “stare tra la gente” e di “farsi i chilometri” quando passano il loro tempo in ufficio o davanti ai giornalisti. Perché lì dentro non si impara la politica, ma le stesse dinamiche che la uccidono ogni giorno, tanto che non si vede alcuna differenza tra i dirigenti anziani e quelli giovani. Perché è ora di togliere questo tappo, che impedisce ai giovani, filtrati da dirigenti vecchi dentro, di punzecchiare adeguatamente i propri rappresentanti, migliorando, davvero, il futuro di chi oggi vede il proprio domani con incertezza.


Autore: Stefano Basilico

Nato a Busto Arsizio nel 1990, vive a Misinto (MB) frequenta la facoltà di Scienze Politiche presso l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Redattore de Il Patto Sociale, collabora con Fareitalia Mag.

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