– Ieri, promossa e voluta da Francesco Rutelli, in presenza di Gianfranco Fini e di molti altri esponenti di FLI, API e UDC, si è tenuta una riunione sulle linee della politica economica del Terzo Polo: cosa ha senso proporre e occorre avere il coraggio di dire. Non è stata una riunione di partito o di partiti, ma uno scambio disinvolto e franco di opinioni con alcuni importanti esponenti della vita civile economica del Paese, selezionati non per affiliazione politica, ma per consonanza culturale. Era una riunione riservata, ma non segreta. Infatti la notizia è subito circolata. Non ha senso farne un resoconto dettagliato – chi c’era, chi non c’era, chi ha detto cosa –  ma riflettere, più in generale, sui temi su cui più ha finito per vertere la discussione.

L’iniziativa ha prodotto buoni frutti, si respirava un’aria pulita e riecheggiavano accenti squisitamente liberali e riformatori. Dalle relazioni di tre ospiti d’eccellenza – Nicola Rossi, Mario Monti e Franco Bassanini – è venuto un quadro lucido e pragmatico. Le proposte di policy avanzate sono state quelle che il “partito del buon senso” fa da anni, ispirate da una considerazione di fondo: la crescita economica non sarà mai data dalla quantità di risorse pubbliche investite in sedicenti programmi “per la crescita” (tanto che il dibattito sembra spesso orientarsi su quanti soldi pubblici possono essere sottratti alla scure dei tagli e destinati ad impieghi considerati più produttivi). Non c’è il binario del rigore e quello della crescita, c’è piuttosto il binario unico delle scelte coraggiose, nel quale il rigore è crescita e la crescita rende il rigore più agevole.

L’Italia – tutti i partecipanti all’evento erano concordi – non ha bisogno di una riedizione in salsa moderna di vecchie teorie keynesiane, al paese serve semmai una cura (sul lato dell’offerta, direbbero gli economisti) a costo zero per le casse dello Stato, ma a costo politico anche molto elevato: il costo di opporsi alla sopravvivenza di molte sacche di rendita pubblica assicurata dalla legge e dal bilancio pubblico. E’ auspicabile ripensare il ruolo dello Stato in economia – ha detto Rossi – limitandolo al suo “core business”: giustizia civile e penale, istruzione, infrastrutture, welfare. Bisogna far capire all’opinione pubblica – ha aggiunto – che una generazione che sta peggio di quella precedente non è necessariamente perduta, può anzi giocare la partita del rilancio economico rimboccandosi le maniche e affidandosi all’intraprendenza e alla creatività degli uomini e non ad un salvifico e illusorio intervento pubblico.

Da più parti è giunto l’auspicio che il Terzo Polo non ammaini la bandiera delle liberalizzazioni, nonostante l’esito dei recenti referendum, ma si faccia portavoce degli effetti benefici per gli utenti di un ambiente economico aperto e competitivo. Più di un intervento ha toccato il nodo dei servizi professionali, oggetto sui quali il governo berlusconiano del fare finta ha dato il meglio di sé, prima diffondendo una proposta sgrammaticata e approssimativa, poi stralciandola e rimandandola a data da destinarsi (tanto per vedere l’effetto che faceva e magari suscitare l’ammuina utile a coprire, o almeno a provarci, la consueta leggina ad Silvium).

La riforma del mercato del lavoro – per superare le odiose fratture di genere e di generazione, ripensando il senso ed il valore del welfare contemporaneo e orientando l’intervento pubblico solo a quei grandi rischi che il mercato da sé non riesce ad assicurare pienamente – è quasi per tutti la premessa di una seria politica economica per il futuro.

Ad una manovra economica di mera amministrazione dell’esistente (o, meglio, del declino), più d’uno ha chiesto di opporre un pacchetto di piccole e grandi misure di “arretramento” dello Stato dall’economia e dalla società, a partire da una profonda riforma del fisco fino ad una nuova stagione di privatizzazioni. Alessandro De Nicola, intervenendo al dibattito, le ha pure enumerate: Rai, Fincantieri, Tirrenia, Snam Rete Gas, Ansaldo, Trenitalia, Poste Italiane, Enel ed Eni, oltre alle società detenute dagli enti locali, che andrebbero incentivati alla cessione attraverso il quantum dei trasferimenti statali di cui sono beneficiari. Si privatizzi non per sfiducia nella gestione pubblica, ma scommettendo sulla capacità dell’attore pubblico di saper essere anzitutto controllore, attraverso autorità indipendenti dotate di poteri reali e di reale autonomia(“come avviene nel Nord Europa e in Italia per l’energia”, ha sottolineato Ugo Arrigo dell’Università Milano Bicocca).

Sul lato della spesa corrente, adottando il criterio dello zero-base-budgeting (ogni anno le voci di spesa vengono finanziate, si abbandona la logica della spesa a legislazione vigente da correggere) la politica di bilancio diventa il terreno della scelta esplicita del cosa-si-fa-e-perché-con-i-soldi-del-contribuente. Ridurre i trasferimenti alle imprese, scambiandoli con contestuali riduzioni delle imposte, mettere le mani – è stato lo spunto di Stefano Micossi di Assonime – nel mare magnum delle forniture pubbliche, che coprono circa il 15 per cento del PIL e che in troppi casi sfuggono alle regole della trasparenza degli affidamenti e divengono il terreno della più becera discrezionalità politica (oggi lavorano le imprese mie amiche, domani le tue). Aiutare le imprese italiane, soprattutto quelle medio-piccole, a beneficiare dei guadagni di produttività consentiti dalla rivoluzione digitale.

Se il Terzo Polo saprà essere quello di ieri, offrirà un’alternativa di governo credibile. Se saprà presentare un profilo coerente, intellegibile per l’opinione pubblica, innovativo e coraggioso, i consensi non potranno che aumentare. Il nodo è quello: avere il coraggio di essere all’aperto – e cioè di fronte all’opinione pubblica – ciò che si è al chiuso.