Professionisti della magia. Sparita dalla manovra la riforma degli Ordini

– Nel thriller della manovra correttiva, le cui misure sono state per giorni anticipate, poi smentite da questo o quel ministro competente, poi rieditate, infine recapitate ieri al Quirinale, si segnala il giallo della riforma degli ordini professionali.

Nella bozza originaria
era prevista una norma che avrebbe eliminato le “indebite restrizioni all’accesso” alle professioni, peraltro escludendo dai suoi effetti i principali stakeholders del corporativismo italiano, quali gli ordini di notai, farmacisti, avvocati, architetti, autotrasportatori, e con la previsione che entro 4 mesi la presidenza del Consiglio avrebbe potuto esentare dalle misure di liberalizzazione altre categorie professionali. Considerando che si era subito chiarito che per restrizioni erano da intendersi quelle di matrice amministrativa e che quindi poco o nulla la norma avrebbe impattato sugli Ordini Professionali, l’espunzione di quella misura dal testo della manovra è risultato ancora più indicativo dello stato di arroccamento degli ordini italiani e dello scarso coraggio riformatore del governo.


Due giorni dopo, dagli uffici di via Venti Settembre era trapelata la notizia che il Ministro Tremonti avrebbe inserito nel testo della manovra una delega al Governo finalizzata al riordino complessivo degli Ordini, dal contenuto ben più significativo. In sostanza, si trattava della proposta di legge Della Vedova, che prevede abolizione degli esami di abilitazione, anticipazione del tirocinio formativo all’ultimo anno di università, liberalizzazione delle tariffe e della pubblicità, abolizione dei minimi contributivi in favore dei giovani professionisti, apertura alle società con soci di mero capitale. Un’iniziativa che però non ha trovato spazio tra le righe del testo ora al vaglio della presidenza della Repubblica. Sparita. Francamente mi sarei meravigliato del contrario.

E’ sempre così, ogniqualvolta qualcuno tenta di penetrare nel recinto sacro del corporativismo italiano. L’ultimo, forse l’unico, ad aver portato a casa qualcosa, è stato Pierluigi Bersani nel 2006. Dopodiché il nulla, anzi tanti tentativi di restaurazione, il più imponente e pericoloso dei quali è nella Commissione Giustizia della Camera in attesa del via libera definitivo: la chiamano controriforma della professione forense.

A nulla valgono i richiami dell’Antitrust; vane le raccomandazioni europee; ignorate le rivendicazioni professionali dei più giovani. Gli Ordini professionali o erigono nuove barriere alla competizione o tengono salde quelle già esistenti. Servirebbe un assedio ben piazzato, con considerevole potenza di fuoco, per abbatterle. Ma non si vedono cannoni in giro. Solo pistole ad acqua.

Uno studio interessante della Fondazione Rodolfo De Benedetti, anticipato da Gian Antonio Stella sul Corsera di ieri e presentato nel corso di un workshop presso l’Università Bocconi nel pomeriggio, ha chiarito come, in maniera trasversale alle diverse professioni, l’accesso e l’esercizio delle stesse dipenda da due driver fondamentali: l’avere un avo già inserito nell’ambiente e sostenere l’esame d’accesso nella sede territoriale meno severa.

Qualcuno, nei mesi addietro, ci ha pure provato a scalfire l’assetto anticoncorrenziale della corporazione di riferimento, nella specie forense. Facendo una brutta fine, per ordine dell’Ordine, manco a dirlo.

Al di là dei proclami, restano i fatti. Quello degli ordini professionali è un mondo refrattario alla meritocrazia, che inibisce la mobilità sociale attraverso le restrizioni all’ingresso e all’utilizzo di quelle leve competitive, quali tariffe e pubblicità, che, sole, possono offrire qualche chance di affermazione ai nuovi entrati. Sui quali, non bastasse la fatica di entrare, una volta dentro si abbatte la mannaia dei minimi contributivi. Non è un caso che 60000 avvocati non risultano iscritti alla Cassa Forense, dichiarando un reddito annuo inferiore ai 9700 euro. E se per ipotesi domani entrasse in vigore la controriforma voluta dai vertici del Cnf, sarebbero espulsi dall’Ordine, dal momento che con quella soglia di reddito non integrerebbero la condizione dell’esercizio continuativo della professione, prescritta come essenziale ai fini della permanenza nei ranghi dell’avvocatura.

Ma diffidate di quanti si stracciano le vesti per l’abolizione degli ordini. Gli slogan funzionano per far riposare il cervello. Più ponderata perché più praticabile in concreto è questa proposta dell’Istituto Bruno Leoni, che suggerisce il mantenimento degli Ordini, ma tanti per ciascuna professione e in competizione fra loro. Ricalca lo schema alla base di quest’altra proposta, sempre a prima firma Della Vedova, relativa alla riforma delle professioni non ordinistiche, fondata sulla possibilità di istituire associazioni professionali di stampo privatistico, in competizione tra loro.

Le palle da sparare contro la muraglia ci sono. Mancano gli artiglieri.


Autore: Lucio Scudiero

Classe 1986, è laureato in Giurisprudenza presso l’Università Federico II di Napoli. Quando non scrive nè edita bozze altrui studia a un master di diritto europeo, in attesa di potersi dedicare alla storia moderna, alla musica e ai classici della letteratura. E' incidentalmente caporedattore di Libertiamo.it.

12 Responses to “Professionisti della magia. Sparita dalla manovra la riforma degli Ordini”

  1. Massimo74 scrive:

    Non posso certo dire di essere sorpreso.In un parlamento composto in larga parte da avvocati è quasi scontato che norme di questo tipo non hanno nessuna possibilità di essere approvate.
    Quello che mi chiedo è perchè nessuno ha pensato di raccogliere le firme per presentare un referendum che possa abrogare questa vergogna rappresentata dagli ordini professionali.Esiste forse qualche eccezione di costituzionalita?

  2. Lucio Scudiero scrive:

    Esiste il comma 5 dell’articolo 33 della Costituzione: “E` prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale.”
    Presuppone l’esame di abilitazione, non necessariamento l’Ordine.

  3. Giacinto Curcio scrive:

    … ma, se l’esame di maturità è un Esame di Stato, vedendo il caso degli istituti tecnici, perché richiederne un’altro ai fini dell’iscrizione all’albo, seppur a seguito di praticantato? Comunque, l’esame di stato degli istituti tecnici, verte su prove di applicazioni pratiche?!

  4. Ottimo articolo che sottoscrivo pienamente. Come consigliere economico di Assoprofessioni non posso che sposare l’impianto del PDL della Vedova sul riconoscimento delle professioni non ordinistiche. Un mondo disaggregato socialmente ma socialmente consistente.

  5. MassimoER scrive:

    L’esame di abilitazione c’è in tutti i paesi europei. Anche la Spagna, patria dei morgi e fuggi dei laureati italiani senza molta voglia di fare ma con la possibilità di spendere 10mila euro, da quest’anno ha introdotto l’esame per l’accesso alla professione forense.
    Si fa un gran calderone tra libertà, libero mercato e professioni.
    Siete convinti che l’accesso indiscriminato alla professione di avvocato sia un quid plus per i cittadini?
    Da 200mila avvocati a tutti avvocati? Chi garantirebbe all’utente finale (il cliente che va dall’avvocato per risolvere il problema che lo tormenta) la bravura del professionista?

  6. Massimo74 scrive:

    “Chi garantirebbe all’utente finale (il cliente che va dall’avvocato per risolvere il problema che lo tormenta) la bravura del professionista?”

    Il libero mercato e la libera concorrenza,mi pare ovvio.

  7. maurizio scrive:

    Sono d’accordo con l’eliminazione degli esami di abilitazione: già oggi sono una farsa tra le varie sedi d’esame. Ma consentire l’accesso a società di capitali significa ricattare i professionisti. Succederebbe che persone senza scrupoli e senza titolo ma con tanto denaro potranno costituire società aventi oggetto attività professionali (società mediche, legali, di ingegneria ecc.). Siamo in Italia, ricordatevelo, non in Germania o Svezia.

  8. Non sono d’accordo… io penso che ai cittadini serva una garanzia di “qualità” che solo un attestato di appartenenza ad un dato ordine può dare. Basti pensare all’ordine dei commercialisti. Quante volte abbiamo sentito parlare di falsi commercialisti truffatori, scappati con i soldi e via dicendo? Non pensate che facendo liberamente e indiscriminatamente lavorare questa gente si possa solo aumentare questo fenomeno?
    Personalmente mi ritengo un liberale e un liberista ma gli ordini, fatta eccezione che per quello dei giornalisti, non li eliminerei.

  9. Massimo74 scrive:

    @Umberto stenella

    “Quante volte abbiamo sentito parlare di falsi commercialisti truffatori, scappati con i soldi e via dicendo?”

    Questo semmai dimostra proprio che gli ordini non servono a nulla e non tutelano nessuno(se non coloro che vi fanno parte) e invece limitano il maercato e la concorrenza a tutto svantaggio dei cittadini consumatori.

  10. erion scrive:

    Gli Ordini sono puri strumenti di difesa della parte piu’ improdutiva di questo paese

  11. Scusa Massimo, ma prima di inviare il post ti sei riletto quello che hai scritto?

  12. Giampiero scrive:

    Cerco da sempre di capire se nel nostro Stato abbiano un valore la Costituzione della Repubblica e la lingua italiana con cui è scritta. Sarò forse presuntuoso nell’affermare che il comma 5 dell’Art. 33 della Costituzione è stato completamente frainteso e stravolto nell’applicazione. Secondo la logica del discorso, nella frase “È prescritto un esame di Stato per l’ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l’abilitazione all’esercizio professionale” la congiunzione “…e…” nella parte dell’enunciato “… per la conclusione di essi E per l’abilitazione all’esercizio professionale” è un AND logico, per cui il prescritto (e UNICO) “esame di Stato” (tra cui anche l’esame di maturità che è esame di Stato) è la condizione NECESSARIA E SUFFICIENTE “… per la conclusione di essi” AND “per l’abilitazione all’esercizio professionale”. Se i costituenti avessero voluto distinguere in esame di Stato per “…la conclusione di essi…” o in esame di Stato “… per l’abilitazione all’esercizio professionale” avrebbero inserito l’alternativa “…o… ” (OR logico) nell’ultima parte della frase, come hanno fatto nella prima parte. Inoltre NELLA COSTITUZIONE NON VIENE ISTITUITO NESSUN ORDINE PROFESSIONALE ( “ordini” in “…vari ordini e gradi di scuole…” è riferito alle scuole!) per cui mi chiedo su quali basi costituzionali esistano, contraddicendo inoltre il comma 1 dell’Art. 41 “L’iniziativa economica privata è libera.” e il comma 1 dell’Art. 33 “L’arte e la scienza sono libere …”.

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