di SIMONA BONFANTE – Pochi gli articoli, rari i servizi tv, non un evento web di Santoro: per la tragedia umanitaria che si consuma nei nostri istituti di pena, per la lotta non violenta che Marco Pannella, gli operatori delle carceri, gli avvocati dell’Unione delle Camere penali, i detenuti e le loro famiglie stanno combattendo per richiamare lo Stato al ripristino della legalità, ovvero della democrazia, i media italiani pare non abbiano granché da dire. Hanno poco da dire loro – i formatori-informatori dell’opinione pubblica; nulla i politici sulle cui spalle grava tutta la responsabilità della ‘eutanasia degli ultimi’ che i decisori per conto dello Stato pare ritengano – cristianamente – proprio diritto infliggere.

Dirette in tempo reale e lanci d’agenzia a volontà, invece, quando si tratta di fare spettacolo coi black blocs che giocano alla guerra. Media di tutt’Italia in diretta dal fronte, a virilizzare l’attenzione sulle brigade del No. Un No che non si capisce più contro cosa sia diretto, ma tant’è. E la politica – quella di lotta e quella di governo – che si trastulla sciacallandoci su.

Il capo-sciacallo Grillo evoca la dittatura: nel suo psicopatologico elucubrare, la democrazia è ragionevole compierla con la sovversione armata alle regole dell’umana civiltà.
Il minus sciacallo Cicchitto argomenta a ben donde contro i toni estremisti e le correlate incontrollabili conseguenze. E con chi se la prende? Col Pd. Pd che, in effetti, nel suo mansueto sciacallare sugli orientamenti tendenziali dell’elettorato, pare deciso a entrare pure lui nella giostra qualunquista del No. Ma certo, con dei distinguo.
Lo sciacallo filosofico Vendola, quanto a lui, beh l’ultima volta ci aveva spiegato che “non si governa coi carri armati”. Ergo, i “compagni” che, attaccando la polizia, resistono, sono benemeriti epigoni di Carlo Giuliani, l’eroe.
E li avreste dovuti leggere ieri, i “compagni” impegnati a twittare l’amena diretta della domenica demenzial-sovversiva. Ma sì, lasciamoli divertire i rivoluzionari 2.0.

Ricordo però a tutti di che parliamo qui: una linea ferroviaria probabilmente inutile, soldi pubblici realisticamente investiti male, una strategia governativa sui trasporti nazionali che non si ha idea di quale sia.
Quello di cui invece non parliamo sono i 70.000 esseri umani segregati, in nostro nome, in lager chiamati carceri. Segregati a dispetto della ragione, del buon senso, della cristiana carità. Segregati, tra l’altro, a dispetto della legge. È fuori legge condannare a morte. Ma, nei fatti, condanniamo a morte. È fuori legge amnistiare alcuni – i favoriti dal censo – e recludere gli altri – i marginali. Ma nei fatti amnistiamo i ricchi e sanzioniamo i poveracci. È fuori legge lasciare marcire persone in gabbia in attesa che giudizio sia. È fuori legge, eppure lo facciamo. Non ci indigniamo. Non ne parliamo. Non lottiamo.

Anzi sì: qualcuno lotta, ma senza molotov, senza azioni barricadere. Senza spettacolo, via. Infatti nessuna telecamera si accende, e ci fosse un politico – dico uno – di questi santificatori anti-regime; uno – dico uno – di questi governativi sì responsabilmente impegnati a “respingere un assalto indegno della civiltà del Paese” che sull’indegnità civile del nostro regime penitenziario avverta come un sussulto di coscienza.

Parlano di giustizia – gli uni, gli altri, i sodali dei primi, i comprimari dei secondi. Discettano di democrazia, di civiltà, e con leggiadra supponenza propugnano leggi incivili che con sprezzante ipocrisia, violano. Sciacalli delle regole gli uni, predatori del vivere civile gli altri.  Si nascondono dietro il dito e non vedono la luna. La luna, intanto, è in eclissi totale. E la luna, detto tra noi, è la democrazia.