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Di commissari, di recall e di elezioni locali

– Bisogna pensare anche in piccolo, non solo in grande. Tradotto: non basta riformare la legge elettorale per le elezioni politiche.
E’ necessario condurre una riflessione anche sulla procedura delle elezioni per gli enti locali; gli elettori della nazione con 8000 comuni (come si sente spesso chiamare l’Italia) sono sempre più insofferenti quando vengono chiamati alle urne per rinnovare il proprio consiglio comunale/provinciale/regionale.

L’astensionismo cresce, ma non sarà certo questa mossa a sciogliere il problema; astenersi finisce – ironicamente – per favorire le formazioni più clientelari, arrecando il maggior danno possibile al territorio. Come dare dunque più poteri ai cittadini, stanchi di una politica irresponsabile e sempre più interessati all’esperienza delle lista civiche e ai candidati della società civile, generalmente avvertiti come più vicini al territorio?

L’assunto di partenza è implacabile (ed empiricamente veritiero): quando i partiti entrano in un consiglio comunale, la buona amministrazione esce dalla finestra. E’ necessario fissare dei paletti e mettere i partiti sotto la costante pressione dello strumento democratico, in modo che ogni loro decisione venga pesata e riflettuta. E affinché la buona amministrazione non esca dalla finestra. Bisogna spogliare la politica dal suo strapotere e “vestire” i cittadini di qualche strumento di democrazia diretta che permetta loro di vegliare sugli amministratori locali (perché prima di tutto sono questo, i consigli comunali/provinciali/regionali). Come (cercare di) ottenere questo risultato? Personalmente concordo con le proposte lanciate da Sandro Brusco in questo suo post su NfA.

E’, infatti, necessario introdurre sulle schede elettorali l’opzione “nessuno dei suddetti”; funziona come una normalissima lista. Se il numero di voti a quest’opzione supererà quello degli altri candidati, l’ente verrà commissariato per metà del normale mandato (2 anni e mezzo). La nomina del commissario non è mai una nomina “partigiana” (coinvolge il prefetto e innesta una procedura che deve ricevere l’approvazione del Governo e del Presidente della Repubblica. Si potrebbe – per sicurezza – sostituire la Corte dei Conti al Governo, per questo particolare caso di commissariamento). Nel caso che le preferenze per “nessuno dei suddetti” non raggiungano la soglia prevista, esse andranno a contarsi come voti nulli o come schede bianche.

La possibilità dei cittadini di poter decretare per voto democratico l’incapacità dei candidati e delle forze politiche in lizza per la gestione dell’ente locale (comune, provincia, regione) aumenterebbe esponenzialmente la dose di responsabilità nella scelta dei candidati e nella conduzione della campagna elettorale. Renderebbe finalmente “contendibili” anche le roccaforti del partito X o del partito Y, ove le minoranze sono debolissimi quando non microscopiche (pensiamo al Veneto, da una parte, e all’Emilia-Romagna, dall’altra).

Perché se viene a mancare l’ “eterna vigilanza” – e gli strumenti per attuarla – le classi politiche sono fisiologicamente destinate a corrompersi, tanto al nord quanto al sud; e i consigli comunali vengono trasformati in pollai di quarta categoria. I cittadini devono avere il potere di revocare il mandato affidato ai propri rappresentanti, se una giunta si dimostra incompetente e incapace, senza dover attendere le successivi elezioni.

In molti altri paesi è in vigore l’istituto della recall election, che permette di avviare un referendum sullo scioglimento della giunta, previo raggiungimento di una certa percentuale di firmatari. Vince il SI’? La giunta viene sciolta e l’ente commissiariato. Vince il NO? La giunta rimane al suo posto sino alla scadenza naturale del suo mandato elettorale.

Vista la delicatezza dell’istituto, sarebbe opportuno che il recall fosse permesso solo dopo 2 anni dalla chiusura delle urne (e una sola volta). E sarebbe opportuno (per evitare “assalti alla diligenza”) che i firmatari fossero pari al 20% degli elettori totali. E a questo si lega un altro discorso molto importante, ma che i politici scansano con estrema abilità: la revisione costituzionale della procedura referendaria e la (sempre più necessaria) abolizione del quorum per la sua validità. Ma questa è un’altra (triste) storia.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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