– Pensare di fare viaggiare le merci a 300 all’ora è roba da anniSettanta, il futuro è fare viaggiare meno le merci, è il regionalismo.

Tra le tante bestialità dette ieri da Beppe Grillo in Val di Susa, e ne ha dette parecchie, da quella sull’eroismo dei manifestanti/combattenti a quella delle armi chimiche usate dalle forze dell’ordine,questa è forse la più inquietante. Perché se le altre sono bestialità che non significano niente, dette solo per farsi notare, questa invece racchiude in sé una filosofia (ma sarebbe meglio dire un luogo comune) tanto pericolosa quanto insensata. E d’altronde, pericoloso e insensato è il luddismo a cui sempre si ispira il comico genovese, che da un lato si scaglia contro il progresso come fonte di oppressione dei deboli, dall’altro fa profitti e proseliti grazie al Web, che del progresso è la frontiera più avanzata.

Senza voler entrare nel merito della discussione sull’opportunità o meno di realizzare la Tav, di realizzarla lì e a quale prezzo, discussione nella quale sono transitate sullo sfondo tanto ottime ragioni a favore quanto ottime ragioni contro (non quelle di Grillo), l’idea che una regione o una comunità locale possano  sopravvivere e svilupparsi contando esclusivamente sulle proprie risorse non sta né in cielo né in terra, ma nonostante questo è assai dura a morire.

Il localismo opposto alla globalizzazione, anche nella versione solidaristica, equa e solidale tanto cara a Grillo e compagnia, altro non è che una nuova forma riveduta e corretta di protezionismo commerciale spinto alle estreme conseguenze, conseguenze che non possono non finire per danneggiare proprio le comunità più deboli e periferiche tanto in Europa quanto nel resto del mondo, escludendoi loro prodotti e le loro imprese da sbocchi commerciali remunerativi e mortificandone lo sviluppo.

Se le merci non viaggiassero ad una velocità proporzionale a quella alla quale viaggiano le informazioni (e gli ordini commerciali), incontrando sulla loro strada il numero più basso possibile di ostacoli e barriere, tanto fisiche quanto politiche, chi credete che ne subirebbe le conseguenze più spiacevoli? Davvero è possibile credere che la globalizzazione sia funzionale a una sorta di colonizzazione commerciale dei ricchi a danno dei poveri, in cui le merci prendono spontaneamente a viaggiare da chi le produce a chi non è in grado di pagarle? O non è più verosimile che la rimozione di ogni tipo di ostacolo (compresi quelli costituiti dalla lentezza e dall’inaccessibilità geografica) alla libera circolazione delle merci finisca per avvantaggiare proprio i produttori dei paesi in via di sviluppo, che possono in questo modo conquistare nuovi mercati altrimenti inaccessibili?

Il regionalismo tanto caro a Beppe Grillo porterebbe come risultato inevitabile il pagamento (forzato, dati i mezzi tecnologici di cui disponiamo e di cui ci dovremmo consapevolmente privare) di prezzi maggiori per prodotti equivalenti. Sarebbero i ricchi o i poveri a subire il danno maggiore,in un mondo così congegnato? In un mondo in cui si potesse fare solo la spesa a Km zero non saremmo solo noi a doverci privare del lusso di consumare banane: sarebbero i produttori di banane (e di molte altre cose) a dover rinunciare a vendercele, con la prevedibile e devastante ricaduta in termini di sviluppo,ricchezza e occupazione nei loro paesi e nelle loro regioni.