Politica, ma quanto ci costi? E, soprattutto, perché?

di MARIANNA MASCIOLETTI – E’ ovunque. Non ci si può salvare. Non ci si può liberare.
Il mantra sui costi (eccessivi) della politica italiana, e sulla necessità (impellente) di ridurre tali costi, è onnipresente sui mezzi d’informazione, oggi più di ieri data la situazione non esattamente rosea dei nostri conti pubblici.

Nel ripetere ossessivamente “bisogna tagliare i costi della politica” è certo presente una buona dose di demagogia; nel disattendere puntualmente la promessa di tagliarli (o nel rimandarne l’adempimento alla successiva legislatura), invece, c’è un esempio perfetto del malcostume italiano, per cui “il contribuente”, “il cittadino”, quello che “deve fare i sacrifici”, alla fine della fiera, è sempre qualcun altro.

Come l’anno scorso, il ministro Tremonti era partito con intenzioni bellicose: “Non riduci se non ti autoriduci”. Lodevole principio: nonostante siamo i primi a sapere che una riduzione dei costi della politica, anche seria, non riuscirebbe mai da sola a risolvere i problemi dell’economia italiana, riteniamo che sia comunque importante, da parte di chi ci governa, cominciare a dare un segnale di buona volontà autoriducendosi stipendi e benefit, fra i più alti dell’intera Unione Europea.

Insomma, austerity, sobrietà, severità, responsabilità. Seri, precisi, implacabili. A partire dalla prossima legislatura, però.

Ecco qua: molto rumore per nulla, come al solito. Un inizio estate in cui si diffondono voci di drastici tagli alle spese della politica, ai famigerati rimborsi elettorali, agli stipendi di ministri e parlamentari, per poi chiarire: “sì, ma questo solo dal 2013, sì, ma piano piano, sì, ma senza esagerare perché già adesso, signora mia, a malapena si arriva alla sussistenza“.

A prescindere da questo particolare ambito, anche il piano quinquennale la manovra finanziaria in sé, che dovrebbe portarci a recuperare 47 miliardi di euro in 4 anni, scarica il peso maggiore sulla prossima legislatura: è sempre dal 2013 che si passerà da 5,5 miliardi previsti per il 2012 ai 20 previsti per il 2013. Insomma, verrebbe da dire, forza Maya, fate finire il mondo prima, forse ci conviene. Anche perché una manovra che nell’immediato fa poco non servirebbe a rassicurare nessuno, tanto meno le agenzie di rating.

Come al solito, quindi, a una riduzione dei costi della politica annunciata con gran rulli di tamburi e poi annacquata in tutti i modi possibili (tranne che per la politica locale, of course, alla faccia del federalismo) corrisponde una quanto mai reale stretta su tutti gli altri aspetti della spesa pubblica, il ritorno dei ticket sanitari, l’innalzamento dell’età pensionabile per le donne (a parità di tutte le altre condizioni di welfare),

Tuttavia, a controbilanciare questi svantaggi abbiamo una misura che farà ripartire la crescita a razzo.
Tremonti (bontà sua) ci assicura infatti che le imprese create da giovani sotto i 35 anni avranno diritto ad una tassazione agevolata del 5% per i primi 5 anni di attività. I roboanti annunci delle manovre passate, però, ci hanno insegnato che in queste misure ci sono sempre clausole piuttosto restrittive: probabilmente, per aver diritto al bonus, i fortunati giovani dovranno quantomeno restare in equilibrio su una gamba sola per tutta la durata dell’agevolazione, o, a scelta, pellegrinare sulle ginocchia fino a casa di Sacconi, che certi ritorni alle radici cristiane non può che apprezzarli.

Insomma, quelli che ci attendono, nella migliore delle ipotesi, non saranno anni facili; la politica dichiara di essere pronta a dare il proprio contributo al nuovo clima di austerity, ma non pare voler prendere nessuna misura concreta a parte qualche sforbiciata “cosmetica” qua e là. Anzi, dopo la notizia della settimana scorsa sul fatto che i costi della casta (!) dovessero essere ridotti in maniera sostanziale, dovunque si è alzato un coro volto a tranquillizzare i politici, poveri e spaventati: i tagli scatteranno – tutti, nessuno escluso – solo dalla prossima legislatura (quindi non sono tagli, ma un impegno a tagliare assunto per conto di terzi, che non se ne sentiranno affatto impegnati), e  senza toccare, udite udite, i diritti acquisiti: questa rivendicazione di “casta” è dello stesso Berlusconi, che dopo essersi definito “presidente-operaio” ha evidentemente deciso di fare un upgrade a “presidente-sindacalista”.

Che la definizione più corretta, per ciò che non è stato toccato dalla manovra, sia “privilegi” e non “diritti” è un dettaglio, naturalmente. Quello che non è un dettaglio, invece, è che noi italiani continuiamo ad eleggere una classe politica la quale, probabilmente, considera ormai davvero certi privilegi un “diritto acquisito”; quel che è peggio è che, come prova l’emblematico caso dell’abolizione per via referendaria del finanziamento pubblico dei partiti, rientrato dalla finestra come “rimborso elettorale”, i nostri rappresentanti democraticamente eletti hanno abbondantemente dimostrato che, finché avranno un solo respiro in corpo, lasceranno volentieri che il Paese rotoli giù dal burrone, ma continueranno, tenaci, a non mollare il malloppo per nessuna ragione.

Da queste parti non vogliamo fare i demagoghi a prescindere del “basta con la Casta”: riteniamo che la politica non si possa fare a costo zero, che i costi della politica non siano certamente il centro dei problemi dell’economia italiana, e che ridurli non sarebbe certamente sufficiente perché i conti tornino a quadrare. Ciò non significa, però, che dobbiamo accettare passivamente gli sprechi: domandare (almeno) che i rimborsi ai partiti non siano più forfettari ma effettuati in base alle spese, che si controlli seriamente se i parlamentari spendono davvero per pagare i loro assistenti la somma che ricevono a questo scopo, che si parifichino le loro indennità a quelle dei parlamentari del resto d’Europa, che ministeri, Camere, uffici pubblici razionalizzino le spese è, in tempi di crisi, quantomeno lecito.

Rispondere, invece, come diceva quello, è cortesia. Sospettiamo però che, su questo tema, dopo dibattiti, incontri, liti epiche, discussioni, interrogazioni, articoli, servizi giornalistici, dopo che le acque saranno state agitate a sufficienza, una risposta vera, che serva a qualcosa, nessuno ce la darà mai.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

4 Responses to “Politica, ma quanto ci costi? E, soprattutto, perché?”

  1. marcello scrive:

    Tremonti dice una cosa e ne fa un’altra.

  2. marino francesco scrive:

    Se è vero che i nostri CARI (in tutti i sensi) politici,non più di qualche mese fa si sono aumentato gli stipendi di appena 1200 euro di media mensili(poverini,non arrivavano a fine mese)sono muna banda di l…. e f….E il caron Bersani che dice sempre “è una vergogna” adesso cosa dice?,unitamente ai vari Franceschini,Di Pietro etc.etc.? POVERI NOI in quali mani siamo capitati:devono andare a casa TUTTI!Che facessero spazio a nuove generazioni hanno mangiato non mezza Italia,ma il 90% dell’Italia.Sono anni,decenni che vediamo sempre le solite facce(Bindi-Franceschini_Bersani e che più ne ha più ne metta) andate a LAVORARE :io dopo trnta anni di servizio con turni che cominciavano alle quattro del mattino mi ritrovo con una pensione di 1300 euro mensili Voi GRANDI mangiapane dopo una legislatura vi ritrovate con pensioni e vitalizi da nababbi E’ ora di finirla con queste sceneggiate,anche in considerazione del fatto che il re della sceneggiata era unico(Mario Merola).

  3. Mr.Gattoblu47 scrive:

    Polis=governo della città. Casta= i detentori dei privilegi, Politici= i fruitori dei privilegi. Plebe= da sempre i sottomessi alla casta, ovvero popolo bue. Di più non si può dire nonchè sintetizzare perchè il risultato ottenuto dalla somma sarà sempre lo stesso.

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