Se raccontare il Paese significa essere “cattivi”, ebbene, lo siamo

– “Cattivi, siete cattivi” “voi che scrivete su Libertiamo siete cattivi” “e anche tu, nei tuoi articoli … c’è cattiveria, livore e pure moralismo”.
Queste cose me le hanno dette, una sera, alcuni amici giornalisti, incontrati – tra uomini con mitra, donne in tacchi, e giovani in completo scuro – davanti a palazzo Grazioli, in Roma.

E adesso sono qui che mi domando: ma è vero che gli articoli di Libertiamo sono “cattivi”? E se sì, perché? Cosa avranno inteso questi amici con “cattiveria”?
Su Libertiamo si scrive di politica, di economia, di cultura, e di molte altre cose ancora. Se ne scrive con spirito critico – e se no perché scrivere – ma anche con il passo di chi propone e progetta nuovi scenari e nuove policy per un paese diverso. Ma tutto ciò, mica ha che fare con la cattiveria.
Vi è una fetta degli italiani, ben rappresentati anche dai loro giornalisti, che vorrebbe solo riflessioni lenitive, accondiscendenti, e didascaliche del pensiero della maggioranza di governo. In poche parole, per taluni, l’unica parola che andrebbe spesa nei confronti del paese è la parola “rafforzante” del mainstream ideologico progettato da chi è al potere, per consolidare ed attestare il proprio potere.
E allora non dobbiamo essere cattivi, bene. Dobbiamo “oggettivamente” parlare ed analizzare il paese immaginato e pensato da chi vorrebbe pensare in nome di tutti.

Qui due sono le ipotesi.
Potremmo, invece di essere critici, parlare e descrivere, come fanno in molti, il paese che non c’è. Potremmo, quindi, dire: ah che bello vivere in un paese dove l’economia è florida e in propulsione dinamica, dove le nuove generazioni “sanno” di avere un futuro, dove i rapporti tra le istituzioni sono sani, dove la malvivenza non conta nulla ma proprio nulla, dove i servizi sociali funzionano, dove il cittadino si sente tutelato, dove l’individuo sa di potersi realizzare senza bastoni burocratici e illiberali tra le ruote, dove s’investe in innovazione e cultura, dove la politica è un valore trascendente e non un modo per puntellare i propri singoli interessi, dove le cose che si proclamano sono progetti attivi e non demagogie al vento, dove Napoli è rimasta la città più bella d’Europa, dove non ci sono discriminazioni né ideologiche, né di sesso, né di censo, né di casta, né di niente e così via dicendo.

Sarebbe bello raccontare, con bontà e senza cattiveria, questo paese. Ma dov’è? In parte c’è; se ne ritrovano tracce nei telegionali Rai e Mediaset, o in certe testate che in realtà sono poco lette ma che nelle rassegne stampa televisive sono ai primi posti. Tracce di questo paese se ne ritrovano al Grande Fratello, in certi talk show politici, in talune fiction televisive figlie di operazioni politiche, nei manifesti elettorali 6 per 3.
Questo paese, è vero, lo si potrebbe raccontare senza cattiveria, ma solo e semplicemente perché non esiste. E’ un racconto. Un mito sclerotizzato a gadget di consumo politico pubblicitario. E’ ormai, una fantasia che puzza e che emana fetore, il fetore del risveglio dal sonno, dal sogno e dalla fantasia. Il fetore della mondezza di Napoli.
Nausea.

Se vogliamo evitare di raccontare, con bontà, il paese che non c’è, l’unica alternativa possibile è quella di raccontare il paese reale.
Nausea.
E’ la sindrome psicologica, organica e mentale che coglie irrimediabilmente chi voglia farsi quattro passi nel paese che c’è.
Quello della mafia al potere, dei casalesi in parlamento, delle leggi ad personam, dei postriboli con a guardia i carabinieri, dell’economia di stasi, dell’assenza di programmazione, della frustrazione giovanile, dello sfascio ambientale, dell’azzeramento della ricerca, della burocrazia illiberale, dei servizi da altro mondo, della politica come affarismo, dei servizi deviati, delle logge e loggette del cazzo, del “i fili del paese li muovo io”, delle eminenze grigie, dello svilimento del valore culturale del lavoro, della poetica ideologica del “ciò che conta sono i soldi, a qualunque costo. Unica competenza richiesta: l’arrivismo”, del “se votate per Lettieri, non compro Hamsik e ve lo lascio a Napoli”.

Dei reali predicati del paese reale, i sintomi della nausea, potremmo scriverne per pagine. Ma poi gli amici mi darebbero del moralista. Per loro il paese reale è un’invenzione dei comunisti.
E allora che fare?
Si può scrivere di questo paese senza cattiveria? Va bene. Facciamo un fioretto.
Poi però mi viene in mente la Lega Vs. la spazzatura napoletana, Brunetta che dice che l’Italia dei precari è la peggiore Italia… però non bisogna essere cattivi.

Allora, alla ricerca di belle notizie che mi possano convincere che il paese che non c’è e il paese reale siano la stessa cosa… leggo le ANSA di oggi,

1) Silvio Berlusconi ha ribadito l’intento di portare avanti la riforma della giustizia e la legge sulle intercettazioni. “In questa legislatura – ha poi detto il premier- abbiamo vinto sempre a parte nelle amministrative dove forse i candidati non erano il meglio che si potesse presentare ed avevamo contro la morsa implacabile della Rai: non so se avete visto Ballarò e Annozero prima delle amministrative”.

Qui un po’ di cattiveria mi viene, ma la trattengo. Leggo un’altra ANSA.

2) Il tasso di disoccupazione giovanile nel Mezzogiorno nel primo trimestre del 2011 ha toccato il 40,6%. Al Centro, secondo i dati Istat i disoccupati tra i 15 e i 24 anni sono il 29,4%; al Nord il 22,0%. In particolare, il tasso di disoccupazione giovanile per le donne cresce su base annua in tutte le ripartizioni territoriali con il tasso complessivo che si assesta al 32,5% e toccando il 46,1% nel Mezzogiorno. In generale il tasso di disoccupazione giovanile nel primo trimestre del 2011 sale a 29,6%, dal 28,8% dello stesso periodo del 2010, mentre scende il dato complessivo sui senza lavoro: nei primi tre mesi 2011 l’8,6% contro il 9,1% del primo trimestre 2010.

Non bisogna essere cattivi, bisogna partire dal presupposto che il paese che non c’è forse è più vero del paese reale, e mantenere la calma. Ma poi mi vengono in mente le dichiarazioni di Tremonti di qualche giorno fa, di quando ha dichiarato, di fronte ai cronisti, che la crisi è anche colpa dei giovani italiani, che sono abbastanza fannulloni, e a riprova di ciò ha testualmente affermato: “Nel nostro Paese gli immigrati regolari lavorano tutti. Fanno i mestieri che i giovani si rifiutano di prendere in considerazione”.

Quindi, in ultima analisi, i giovani italiani, e pure i meno giovani, possono accomodarsi a vendere rose in strada, pulire parabrezza, raccogliere pomodori e cocomeri di stagione, fare i “non specializzati” a 600 euro al mese, gli edili “a nero” e a cottimo per 40 euro a giornata e senza contributi né copertura assicurativa. Possono anche aprire chioschi di Kebab o fare i badanti. Ottimo.

Questo paese mi ricorda il motto punk per eccellenza “No future!”. E questa volta lo scriviamo senza acredine o cattiveria alcuna.
Ma solo e semplicemente …incazzati neri.
Stiamo fermi fermi, zitti zitti, e magari auguriamoci una bella, dura, cocente punizione… biblica. Come quelle di una volta.
Che salvi il paese, che ci levi il senso di nausea. Ma senza cattiveria.


Autore: Francesco Linguiti

Si occupa di produzione culturale. È autore nella produzione audiovisiva. È docente di semiologia del testo.

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