Le riforme, il grande totem (e tabù) della politica italiana

– Tra i problemi delle città e quelli del Paese, tra la spazzatura di Napoli, il buco di bilancio di Milano, la crisi infinita di Roma e le riforme istituzionali del Fisco, della Giustizia e, naturalmente, il Piano per il Sud, promessi dal Governo, il Paese si avvia a consumare un’altra stagione politica senza avere avviato, davvero, alcuna riforma.

A ragione Umberto Bossi dal “sacro pratone” di Pontida, in occasione della recente convention leghista, ha chiesto una riforma del fisco. Prima di lui, in questi ultimi quindici anni, in numerose circostanze, esponenti del governo e dell’opposizione hanno rilanciato la necessità di nuove riforme. Il problema è tale che se ne trovano riferimenti anche agli inizi degli anni Novanta, nella fase finale della prima Repubblica. Basterebbe rileggere una dichiarazione dell’allora Presidente della DC, Ciriaco de Mita, del marzo 1992 per inquadrare in maniera meno astratta la questione:

“… fare in modo che il primo impegno della legislatura sia la riforma delle istituzioni. Non per un capriccio, o per un’ imposizione della Democrazia Cristiana, ma per il semplice motivo che tutte le forze politiche, culturali, sociali, imprenditoriali del Paese, nessuna esclusa, concordano da tempo che questo è il problema”.

Ancora prima, nell’autunno del 1979, Bettino Craxi, da tre anni segretario del Psi, aveva impostato una proposta generale di riforma del “sistema Italia” chiamandola “grande”. Così è possibile riandare a ritroso nel tempo, ancora. Ricordando, ad esempio, Ugo La Malfa, le sue battaglie sul rigore economico, sulla riforma dello Stato, il Sud. Insomma l’ idea della riforma come metodologia politica irrinunciabile e dinamica, purché ancorata alla concretezza e al vigore della visione politica.

A parte episodi particolari, singole accelerazioni, la politica italiana ha evitato accuratamente interventi sistematici, strutturali. Proprio per questo quelle rare riforme, comunque relative a settori specifici, spesso, a distanza di anni, continuano ad avere una loro rilevanza. Come la riforma della scuola di Fanfani negli anni Sessanta del Novecento, oppure la riforma tributaria realizzata da Ezio Vanoni nel 1951, o lo Schema di sviluppo del reddito e della occupazione in Italia nel decennio 1955/1964, meglio noto come “Piano Vanoni”, elaborato verso la metà degli anni ’50, dallo stesso ministro delle Finanze.

Tuttavia è innegabile che la questione, seppure in nuce anche prima, si sia fatta più pressante almeno nell’ultimo ventennio. Le Riforme sono il totem che da destra come da sinistra, nella più recente fase bipolaristica, viene innalzato, la bandiera sventolata quando soffia forte il vento. Tutti ne sottolineano l’indispensabilità. A prescindere.

Sulle ragioni di questa necessità ci sono pochi dubbi, anzi nessuno. Senza di esse, le possibilità che l’Italia ha di uscire dall’impasse attuale sono davvero poche e, soprattutto, si azzerano quasi le potenzialità di riavviare la crescita, di ricominciare, diciamo, a lottare per lo scudetto e non più per evitare la retrocessione. Senza contare che solo in questa maniera si può sperare di riavvicinare parti differenti (ed ora lontane) del Paese, riannodando storie che la geografia (ed una politica becera) al momento divide.

Il problema è che l’impresa, nonostante il consenso virtuale della politica, continua ad apparire impossibile. Programmaticamente necessaria ma praticamente impossibile. Perché impopolare. Dunque nella sostanza avversata.

Insomma, un altro paradosso tutto italiano. Perché quelle riforme, richieste a gran voce da ogni forza del Paese dalle colonne dei quotidiani o dalle dichiarazioni televisive, da politici, imprenditori, associazioni di ogni tipo, se davvero realizzate, andrebbero a scombinare sistemi organizzati secondo regole non scritte ma chiare. D’altra parte la valenza delle riforme dovrebbe essere proprio questa: incidere nel campo economico o in quello della Giustizia o del Lavoro, su singoli settori, ma ancora di più sul sistema intero. Reintroducendo regole, elementi utili alla ridefinizione dei diritti e dei doveri, nuovi capisaldi della società.

Tentare di riscrivere le precondizioni del vivere civile dei mesi, degli anni, dei decenni futuri è un’operazione più ardua di quanto si possa pensare. E ancor più lo è in un Paese come il nostro nel quale quando si dice “riforme”, come ha sostenuto recentemente Galli della Loggia sul Corriere della Sera, “si dice in realtà rivoluzione”. Perché di questo si tratterebbe. Di una rivoluzione culturale vera e propria. Non di un semplice provvedimento impopolare come in qualsiasi altro Paese.

Infrastrutture, ma anche costi della politica, ma anche sistema fiscale sono alcuni dei nodi, alcune delle criticità che attendono una seria presa di coscienza. Non sono i soli, naturalmente. Il problema vero è che chiunque voglia avviare una reale modernizzazione del Paese si scontra contro problemi differenti, specifici di ogni singolo settore e trova ostacoli ben più ardui da superare, che ricorrono in maniera costante uguali a se stessi, mutando i settori. Resistenze fortissime che attraversano la nostra società orizzontalmente e verticalmente. Il corporativismo e il privilegio in primis, ai quali si accompagna una fastidiosa demagogia.

Ciascuno di questi capisaldi, di queste categorie, si è accresciuta senza dubbio negli ultimi decenni, propagandosi a dismisura, inquinando l’intera società, fino a governarne ogni azione, a sovrintenderne ogni indirizzo. Non è improbabile che ciò sia avvenuto perché vi abbia trovato terreno fertile. In fondo l’Italia è anche la patria degli interessi particolari. Proprio su questi ha deciso, più o meno consciamente, di “crescere” tra la fine del vecchio secolo e il nuovo.

L’Italia che i libri di storia ed i nostri territori e le nostre città descrivono patria di culture millenarie si è trasformata nel Paese in cui merito, concorrenza e controlli indipendenti appaiono vuote parole. Per la gran parte degli individui, come per qualunque istituzione, come per qualunque impresa capitalistica. Qualunque categoria, ciascun organismo, anela a (e il più delle volte raggiunge) trattamenti di favore che a seconda delle circostanze divengono reclutamenti iniziali “indirizzati”, monopoli, numeri chiusi, carriere assicurate, trattamenti speciali, pensioni ad hoc. Nelle Università come nelle Banche, nei Ministeri come nei mille e mille posti della politica, tutti (o quasi) compatti. Gelosamente custodi dei propri diritti e molto di più.

Il problema, l’ennesimo, è che questa logica perversa ha prodotto due effetti, che hanno zavorrato il Paese. Da un lato, dando spazio ed occasioni a persone mediocri il cui unico merito era quello di essere inserite all’interno di un sistema. Dall’altro, colpevolmente lasciando alla deriva, privando di qualsiasi possibilità, quelle persone che nonostante qualità riconosciute erano estranee a qualsiasi organismo.

In questa lotta per le riforme, contro ogni credenza, la Politica non è tra gli attori che oppongono le maggiori resistenze. Anzi la Politica spesso per un gioco perverso, diviene lo strumento in mano alle infinite articolazioni corporativo-antimeritocratiche della società per ostacolare la realizzazione delle riforme.

Si tratta di argomenti che richiedono, prima di tutto, che si sgomberi il campo da qualsiasi forma di demagogia. Ed uno sforzo concreto da parte di molti. Rinunciando a privilegi propri e di pochi altri in nome del bene comune. Come al solito, a decidere in un senso o nell’altro sarà la qualità delle persone.

“Le grandi riforme che si sono fatte tra il 1861 e il 1870″ ha sostenuto Fini a Bastia Umbra “furono realizzate in un’epoca in cui ci si muoveva con i cavalli. La classe dirigente allora diede vita a riforme che servivano per l’Italia. Oggi, nell’epoca di Internet, non vi è nulla di paragonabile a quanto fatto dalla classe dirigente dell’epoca”.

Amaramente constatiamo che la politica, anche se “soltanto” corresponsabile, continua ad essere sostanzialmente inadeguata. Inadeguata a cosa? A costruire un Paese fondato su diritti e doveri. Per tutti.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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