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La Cassazione non dice “free joint”, ma usa il buon senso che la Meloni non ha

– E’ davvero interessante la sentenza della Quarta Sezione Penale della Cassazione (la n.25674 del 17-2-2011), con la quale è stato rigettato il ricorso del Procuratore Generale di Catanzaro avverso la sentenza che assolveva l’imputato dalla detenzione di una piantina di marijuana sul terrazzo di casa propria.

Meno interessanti e fuori luogo sono stati i commenti del giorno dopo dei Gasparri e delle Meloni che, senza aver letto la motivazione, hanno tuonato, del tutto a sproposito,  contro la liberalizzazione della coltivazione come prodromica della libertà di spaccio.

Coltivare stupefacenti resta reato, ma il problema sottoposto all’attenzione del Supremo Collegio era un altro, vale a dire stabilire se per l’integrazione del medesimo si dovesse o meno avere  riguardo al grado di tossicità della pianta ed all’uso esclusivamente personale della sostanza.

Traducendo dal “giuridichese” all’italiano, secondo il precedente restrittivo orientamento giurisprudenziale, stante il divieto assoluto di coltivazione, indipendentemente dalla quantità, commetteva reato chi piantava anche un solo vaso in casa propria ed anche se il principio attivo ricavato (la quantità di sostanza effettivamente drogante: il cosiddetto THC) era molto al di sotto dei limiti tabellari del consumo personale. Tutto ciò nonostante la depenalizzazione del consumo personale a seguito del referendum del 18 aprile 1993.

E quando parliamo di pene, dobbiamo ricordare che l’art. 73 DPR 309/09 prevede la reclusione da sei a venti anni. Molto più di una rapina.
La conseguenza era ed è quella per cui il consumatore che acquista dallo spacciatore (alimentando i profitti della criminalità organizzata) non commette illecito penale mentre finisce in galera se, invece di rivolgersi al pusher, si coltiva la stessa dose sul terrazzo.

Sfido qualunque persona di buon senso a trovare argomenti a favore di una simile disparità di trattamento. Il problema è che la legge (una brutta legge!) non distingue tra coltivazione a livello industriale e coltivazione domestica e neppure la sentenza 25674/11 arriva a sancire (e non poteva farlo) la depenalizzazione della coltivazione personale.

Sarebbe auspicabile un intervento del legislatore ed in generale un ripensamento dell’intero impianto delle strategie di contrasto alla diffusione degli stupefacenti anche alla luce del recente rapporto della Global Commission on Drug Policy Report (di cui fanno parte l’ex Presidente dell’Onu Kofi Annan, l’ex presidente della Federal Reserve Paul Volcker, l’ex segretario di Stato Usa George Shultz) presentato all’Onu meno di un mese fa.
Così come sarebbe auspicabile una seria e motivata riflessione da parte di chi (e penso a Gianfranco Fini perché dubito che Giovanardi la voglia o la sappia fare) a quella brutta legge ha contribuito a dare il nome.

Nel frattempo, la Cassazione – con la sentenza n.25674/11 – pare aver corretto il precedente indirizzo che, sulla base dell’interpretazione letterale della norma, dava luogo a conseguenze sicuramente irragionevoli con riferimento al caso della coltivazione domestica ad uso esclusivamente personale di una trascurabile e limitatissima quantità di sostanza drogante (nel caso di specie, pari a 0.016 g, vale a dire quasi nulla).

I giudici del Supremo Collegio hanno ribadito l’assoluta insindacabilità delle scelte discrezionali del  legislatore, con l’unico limite della manifesta irragionevolezza, la cui censura spetta alla Corte Costituzionale per violazione degli artt. 3 e 13 Cost. ed hanno operato una significativa apertura verso i sostenitori della c.d. “concezione realista” che sino ad oggi aveva riscontrato più fortuna nella dottrina che nelle decisioni giurisprudenziali.

Questa, probabilmente, è la parte più interessante della motivazione perché sancisce a chiare lettere che la

“previsione del reato non mira a punire la mera disobbedienza alla norma, ma la condotta effettivamente lesiva del bene protetto”.

La necessaria offensività del reato si desume dall’art. 49 comma 2 c.p. che prevede la non punibilità del c.d. “reato impossibile” e va interpretata nel senso di ritenere non punibili quelle condotte solo apparentemente consumate e quindi aderenti al tipo, ma in realtà totalmente deficitarie di lesività secondo una valutazione effettuata ex post. La coltivazione di una piccolissima piantina certamente rientra in questi casi.


Autore: Claudio Bragaglia

40 anni, avvocato penalista, vive e lavora a Torino.

2 Responses to “La Cassazione non dice “free joint”, ma usa il buon senso che la Meloni non ha”

  1. Dott. Sergio HaDaR Tezza scrive:

    Ma come ci si può aspettare qualcosa di liberal democratico, o semplicemente di liberale, in Italia, da questo governo, come del resto da quasi tutta l’opposizione?
    L’educazione catto-fascio-social-comunista che ne permea la stragrande maggioranza, e quella nazi-comunista dell’opposizione extra parlamentare, sono antitetiche alla Libertà.
    Quindi, si protegge lo stato, non il cittadino; si fa “servizio pubblico”, ma MAI servizio AL pubblico (con continue vessazioni del cittadino, utente e cliente, ANCHE nel settore privato), e si giudica con maggiore gravità farsi una canna che rapinare una banca.
    Lo Stato DEVE iper-regolare, proliferare norme e normette, regole e regolette, balzelli, corporazioni, ordini, ed entrare nelle vene della gente, oltre che rubarvi di continuo dal portafoglio!
    Ogni tanto, grazie a D-io, a quanto pare ci scappa un giudice che rema in senso contrario: ma non sono certo la regola!

  2. Paolo scrive:

    Non mi preoccupano gli sproloqui di Gasparri e Meloni.
    Mi preoccupa invece il silenzio di Fini sugli effetti della sua legge.

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