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Le Province aumentano le addizionali. Chi le abolisce?

– Il traguardo del federalismo fiscale è vicino. Con la proroga concessa dal Parlamento il Governo si appresta a emanare gli ultimi decreti legislativi in materia nei prossimi mesi. La scelta di una riforma federale dello stato è stata caldeggiata dalla Lega Nord, che ne fece grido di battaglia sin dalla sua fondazione nel 1989, e dalla quasi totalità dei partiti rappresentati in Parlamento. Tanto che la legge delega del 2009 è stata approvata alla Camera con 319 voti favorevoli, 35 contrari e 195 astenuti . Solo due parlamentari democratici e un esponente dell’Italia dei Valori hanno condiviso la scelta solitaria dell’UDC di votare contro il disegno di legge del Governo.

Le ragioni sono chiare: responsabilizzare i livelli di governo territoriale, avvicinare le istituzioni al cittadino/contribuente, ridurre gli sprechi che lo stato centrale non ha saputo evitare.

A due anni dall’approvazione della legge sul federalismo fiscale, però, qualcosa sembra non andare per il verso giusto, se a fronte di una pressione fiscale esercitata dallo stato che si mantiene costante nel tempo, province e comuni stanno decidendo l’inasprimento delle imposte locali. Nei giorni scorsi, la provincia di Milano ha deciso l’aumento dell’addizionale sulle assicurazioni Rc Auto dal 12,5 al 16%, seguendo in questo le scelte già compiute da una trentina di province. L’aumento dell’addizionale comporta un rincaro tra i 12 e 15 euro l’anno per le vetture di media cilindrata. I comuni non agiscono diversamente. In alcune città come Venezia, Brescia, Vercelli, Cremona e Carrara si prospetta l’aumento dell’addizionale IRPEF.

Gli amministratori locali si difendono, indicando le leve messe a disposizione dai decreti legislativi sul federalismo fiscale come gli unici strumenti in loro possesso per compensare i tagli agli enti locali decisi lo scorso anno con la manovra finanziaria.

Tremonti ha rispettato l’impegno a non mettere la mano nelle tasche dei contribuenti a modo suo: taglia i trasferimenti agli enti locali e dà loro i mezzi per rifarsi sul contribuente. Ha adottato una strategia molto simile con le autorità amministrative indipendenti, chiedendo loro di versare alle casse dello stato denaro che possono raccogliere aumentando i contributi esatti dagli operatori vigilati dalle stesse authority. Lui ci fa bella figura, agli altri il lavoro sporco.

Dal Governo ci si attende, però, ben altro. In primo luogo, i tagli agli enti locali e alle regioni avrebbero dovuto tradursi in una riduzione delle imposte statali. Ha senso ridurre i trasferimenti e responsabilizzare gli amministratori locali imponendo loro di compensare le minori entrate con politiche di riduzione della spesa o di aumento delle imposte di propria competenza. Ma se il contribuente continua a esser costretto a corrispondere buona parte del proprio reddito allo stato, affamare comuni e province per poi sguinzagliarli contro i tax payer significa ridurre i cittadini a servitori di due padroni, rectius, di almeno quattro padroni. E con ciò veniamo alla seconda cosa che ci si aspetta dal Governo. L’ondata di aumenti delle imposte interessa in primo luogo le province, ossia quell’ente di governo intermedio tra comune e provincia che nel programma del PDL del 2008 figurava tra gli enti da sopprimere.

Secondo Andrea Giuricin, fellow dell’Istituto Bruno Leoni, dalla loro soppressione si otterrebbero risparmi per circa 2 miliardi all’anno. Tutto ciò senza toccare minimamente le spese per il personale o i costi dati dall’erogazione dei servizi, ma per la sola eliminazione dei costi della politica (circa 135 milioni di euro all’anno) e degli altri costi di amministrazione e controllo (circa 1,8 miliardi di euro all’anno).

La commissione affari costituzionali della Camera ha iniziato la discussione del disegno di legge per la soppressione delle province sin dal 19 maggio 2009 senza mai aver dato mandato a riferire in senso favorevole all’assemblea. Lo stesso disegno di legge è stato comunque posto all’ordine del giorno in aula in tre momenti diversi e per ben tre volte (il 13 ottobre 2009, il 18 gennaio 2011 e il 15 giugno 2011) il testo è stato rispedito in commissione.

Insomma, per quanti speravano in una legislature riformista, capace di ridurre la spesa pubblica e tagliare le tasse con il federalismo fiscale e la razionalizzazione dei livelli di governo del territorio, la delusione è forte. I centri di spesa pubblica continuano a essere tanti e a rafforzarsi, mentre lo stato non fa nessun passo indietro. Anziché uno stato più snello e un potere politico più vicino ai cittadini, ci si trova di fronte un Leviatano a più teste.


Autore: Diego Menegon

Nato a Volpago, in provincia di Treviso, nel 1983. Laureato del Collegio Lamaro Pozzani della Federazione Nazionale dei Cavalieri del Lavoro. Ha svolto ricerche e scritto per Iter Legis, Agienergia e la collana Dario Mazzi (Il Mulino). Si occupa di affari istituzionali e di politiche del diritto nei temi di economia, welfare, energia e ambiente. Socio fondatore di Libertiamo, è Direttore dell'ufficio legislativo di ConfContribuenti e Fellow dell'Istituto Bruno Leoni. Attualmente candidato alle elezioni politiche 2013 con Fare per Fermare il Declino.

3 Responses to “Le Province aumentano le addizionali. Chi le abolisce?”

  1. pippo scrive:

    Se al Parlamento non decidono di abolire le provincie non è possibile seguire altre strade?

    Ad esempio in ogni Regione si decide una provincia target e tutti i Consigli comunali decidono di passare a questa provincia in questo modo dopo i referendum ci sarà una sola provincia per Regione.A quel punto il Parlamento deve per forza intervenire.

    I partiti e le liste civiche che sono per l’abolizione delle provincie dovrebbero partire dai Comuni, vale anche per chiedere l’accorpamento dei Comuni sotto i 5000 abitanti

    Fondere Marche Abruzzo Molise in una sola Regione
    Fondere anche Friuli-Venezia Giulia Trentino-Alto Adige Veneto
    Fondere Liguria Piemonte Valle d’Aosta

  2. lucky luciano scrive:

    Sono d’accordo col titolo. Ma:

    1) Perché, se 30 province hanno alzato l’addizionale, si cita Milano “insieme ad altre 30” come se Milano fosse la capitale d’Italia? :DDD

    2) Bisognerebbe vedere i motivi per cui si sfruttano questi mezzucci. Lascerei al giornalista e ai lettori il compito di scoprire sul web perché Podestà ha fatto questa scelta, e poi perché l’hanno fatta pure gli altri colleghi suoi. Ci si mette poco, è il web. Magari si scopre che Diego Menegon, al posto di Guido Podestà, l’avrebbe aumentata al 16%! (Buchi di bilancio paurosi, mutui incredibili accesi dal predecessore…)

    3) Che l’ente locale aumenti le tasse è l’ovvio del federalismo fiscale. E’ il gioco a somma zero (la provincia aumenta ma lo stato diminuisce) che sta venendo a mancare…

  3. Charlotte scrive:

    No cpmloaints on this end, simply a good piece.

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