– Chi saranno le signore che, per obbligo di legge, a partire dal 2012 siederanno nei consigli di amministrazione delle società quotate in borsa e delle controllate pubbliche (coprendo almeno un quinto della composizione totale  – un terzo dal 2015)?
Saranno le figlie, le mogli, le amanti, le segretarie, le dipendenti mansuete, controllabili, ancillari al volere del capo. Che resterà uomo.

Questo sono le quote rosa: lo strumento attraverso il quale normare e legalizzare l’anti-meritocrazia. Non sono certo il frutto di un complotto di maschi. Sono semmai la legalizzazione del servaggio – già de facto praticato – del merito alla contiguità. Le donne italiane infatti sono, appunto, innanzitutto italiane. Alla maggioranza di loro è possibile quindi che, in fondo, convenga così. Stare in un cda in quota capo è sempre meglio che arrivarci da sé, nel cda: arrivarci perché si vale. Il principio è quello che rende “porcata” la legge elettorale attualmente in vigore per il Parlamento nazionale. Lo stesso che aziona l’ascensore sociale telefonicamente governato da quell’infaticabile lift di Luigi Bisignani.

Il problema dei provvedimenti legislativi discussi e, come in questo caso, approvati nel Parlamento italiano è quello di venire concepiti sovente con le migliori intenzioni, ma senza la minima preoccupazione rispetto alle ricadute distorsive nel mondo reale. Cosa immaginavano le deputate Alessia Mosca (Pd) e Lella Golfo (Pdl) che hanno entusiasticamente provveduto ad incastrare le consorelle nello status normativamente perentorio della minorità? Pensavano forse che avrebbero permesso all’esercito sommerso delle Marise Bellisario travestite da maestre e impiegate che lottano per l’effermazione femminile nel nostro paese, di vincere la guerra della disparità culturale e materiale, senza neanche aver mai nemmeno provato a combattere una battaglia per la vera – e non ideologicamente eterodiretta – parità?

Le donne dovrebbero ribellarsi, altro che, e pretendere che la parità sia loro garantita non con le quote ma con l’annullamento delle disparità: di quelle sancite per legge (l’età della pensione), di quelle perpetrate per inosservanza della legge (i servizi di assistenza, per i bimbi e per i nonni, ad esempio), di quelle disparità, infine, cronicizzate per inerzia normativo-progettuale (crediti d’imposta, defiscalizzazioni per le spese in servizi…).

Da qui all’entrata in vigore (prevista ad un anno dalla pubblicazione in G.U.) il tempo per abrogarla, ‘sta boiata coatta, c’è. E a ben vedere c’è anche la potenziale volontà politica di cassarlo questo orrore. Una volontà bipartisan oltretutto, speculare alla altrettanto trans-partitica inconsapevolezza prospettica che ne ha permesso l’approvazione. Dunque, volendo, se po’ fa: abroghiamo le quote, prima che l’asservimento della qualità alla mortificante contiguità venga (ex lege) definitivamente compiuto.