Come può ripartire un centrodestra che non esiste?

– Ho avuto la fortuna di leggere il recente articolo di Claudia Biancotti che si pone l’obiettivo di indicare quei “minimi comuni denominatori” per far ripartire un centro-destra sempre più stritolato dagli ultimi afflati di un berlusconismo decadente e dalle xenofobie reazionarie della Lega Nord.

Mi trovo affine ad alcuni punti singoli dell’intero discorso (specie quelli squisitamente programmatici), ma, secondo me, si è mancato di evidenziare un fondamento, il dato primo su cui si deve imperniare un’argomentazione di questo tipo: il centrodestra non può ripartire, perché il centrodestra come lo consideriamo “noi liberali” non esiste, né è mai esistito.

La politica italiana è stretta in una morsa letale tra un peronismo anomalo tutto impersonato sulla figura del Nostro (Silvio Berlusconi), un socialismo pauperista/millenarista portato avanti dalle “affabulazioni affabulanti” di Vendola e compagnia bella (con tanto di Bersani sullo sfondo che si tira su le maniche), e dalle platitudes di questa fantomatica quanto grigia palude centrista di neo-democristianismo emergente, dove il “nuovo” è rappresentato da un imprenditore (ancora?) che corre verso la settantina. Mario Seminerio ha dato un’ottima sintesi di quest’ultimo gruppo definendoli “I Falliti di Successo. Altrui”.

L’intera salsa (già disgustosa di suo) è accompagnata da un’abbondante spolverata di incapacità cronica nel saper leggere e tradurre le moderne vicende e nel saper mettere sul tavolo qualche proposta vagamente seria; cosa resa ancora più urgente del dovuto da una situazione economica che si fa – di mese in mese – sempre più drammatica e pericolosa. La farsa cui si assiste ogni giorno è qualcosa di davvero imbarazzante; da Confindustria ai Sindacati, dalla Lega a Vendola, da Di Pietro a Berlusconi, dal PD a FLI (sì, a FLI), nessuno ha la minima idea di cosa diavolo fare. Un’abissale ignoranza economico-giuridica. Tutti sono semplicemente impegnati a coltivare supinamente il proprio orticello e a rosicchiare il consenso altrui. Lo scenario è così putrido che non si può ripartire da nessuna parte; bisogna cambiare il campo di gioco.

Anche concentrandosi solo sul centrodestra, come è dunque possibile ripartire da qualche che non esiste? Certo, possiamo parlare per ore degli slogan dei volantini nazione-legalità-merito, ma siamo sicuri che anch’essi davvero esistano? Siamo sicuri di non fare la fine di Vincenzo Cuoco che spese quasi l’intera vita nel provare a istruire gli italiani dall’alto per poi impazzire, preda di una mortale crisi nervosa?

Sulla nazione – che mi pare la chiave di volta degli altri elementi – io non darei così scontati certi elementi. Il discorso in materia è assai lungo ed è ben evidenziato dallo storico inglese Christopher Duggan nel suo libro “La Forza del Destino“. L’Italia – oggi – esiste per forma, non per sostanza. Certo, esiste un comune sentire che si diffonde dalle Alpi sino alla Puglia, ma non è certo quel senso di appartenenza che si potrebbe ritrovare in un qualunque altro paese europeo (e non). Ma tale comune sentire (se volgarmente così vogliamo chiamarlo) altro non è che mera accettazione dell’esistente; una mistura di indifferenza, insofferenza e sbuffi incontinenti. Dice bene Claudia Biancotti quando afferma che

“manca un’idea liberale di collettività nazionale, che non sia né etnia né Leviatano, bensì insieme di individui che riconoscano a un tempo la propria specificità personale e la propria appartenenza a una storia (anche intellettuale) comune, che si può esprimere con un idioma comune e con riferimenti comuni”

ma aggiungo io: limitarsi a uno stucchevole richiamo di “valori comuni del paese” o ancor più stucchevoli inni alla “coesione nazionale” è mero fumo negli occhi, degno della peggior storiografia nazionalista (tutta presa nello sciorinare stupidaggini sui destini gloriosi e sulla patria rinata // schiava di Roma). Dare per scontati quei “valori comuni” è dannoso e sciocco quanto il sostenere le assurde e ridicole tesi reazionarie-clericali che vedono nell’unificazione italiana la radice di tutti i mali attuali (ovviamente tesa a distruggere il magistero di Santa Romana Chiesa, sotto il cui dominio vivevamo benissimo, tra un oscurantismo e l’altro).

Il problema fondamentale è che l’apparato reale dello Stato in cui attualmente viviamo è stato creato in larghissima parte in epoca fascista sulle fondamenta (intoccate) Savoiarde. La mancanza di una rivoluzione anti-aristocratica ha permesso l’estendersi di questa continuità (reale e culturale) con tutti gli inevitabili effetti socio-culturali (lo Stato è percepito come un estraneo opprimente, non ci si sente “cittadini” e così via). Fino a quando penseremo che “fare gli italiani” sia compito di pochi eletti, portatori di “alti” e “sacri” messaggi (liberali e non) che devono oggettivamente essere condivisi, non faremo altro che accelerare il già verticale declino di questo paese. Prima di ogni altra cosa, bisogna introdurre forti elementi di discontinuità; il federalismo poteva essere una grandissima occasione, ma ha vinto il compromesso, grazie ai minus habens della Lega e agli ossimori del fantomatico federalismo solidale. Limitarsi a far calare dall’alto presunti valori “da riscoprire” è una somma perdita di tempo.

Questo è il problema principale che trascina tutti gli altri (legalità e merito, ma non solo). Un paese diviso in due e preda di disparità culturali-sociali-economiche mastodontiche non può in alcun modo direzionarsi verso la ferrea cultura della meritocrazia. In Italia non c’è mai stato un movimento liberale tout court; sono sempre mancati i gruppi sociali di riferimento; tutto viene svolto con un intervento dello Stato (dal brigantaggio all’Alitalia) e quasi sempre in una macabra ottica di dualismo che vede eternamente contrapposti Nord-Sud, in ottica di conflitto o di sussidio assistenzialistico.

In un mondo del genere non può esserci spazio per una cultura liberale; può esserci un piccolo e ritagliatissimo spazio culturale, certo, ma è destinato a rimanere confinato in quell’alveo e a non trovare mai un’applicazione nella pratica. Al massimo si manifesta in storture e in estremismi ideologici degni dei gruppuscoli marxisti-leninisti, in mera e sterile contrapposizione (io sono liberale, quindi anti-comunista, quindi voto Berlusconi!) o in devianze che sembrano quasi rivelare un inconscio odio di classe “rovesciato” (un po’ come quelli che predicavano l’astensione ai referendum perché ritenevano le persone “troppo stupide” per poter decidere).

FLI poteva essere quella discontinuità. Quell’elemento che poteva riuscire a separare non solo un’area politica dal suo passato, ma che rilanciasse l’apparato reale dello Stato interrompendo l’ozioso flusso ormai secolare di quella struttura.

Ma così non è (almeno per ora) stato. Nulla vieta di ritrovare la rotta, ma non si può costruire la Destra Liberale nel Marais centrista, con un Terzo Polo che è vistosamente interessato a contare per le poltrone, non per i programmi. Condicio sine qua non (se FLI vuole davvero provare a essere il portatore di questa rivoluzione discontinuativa) è il cambio di passo, come evidenzia benissimo Sofia Ventura; e quindi chiusura del progetto del Terzo Polo.

Il centrodestra (o il supposto tale) va integralmente rottamato, prima di essere ricostruito. Il 99% dell’intera classe politica deve andarsene. Senza se e senza ma, senza eccezioni. C’è bisogno di un progetto nuovo “a destra”, un movimento in grado di canalizzare e di fornire quelle risposte economiche (in senso liberale, of course) che al Paese mancano. Abbandonando il dogmatismo che caratterizza i liberali “de noantri” e affidandosi a un liberalismo pragmatico, allergico a dogmi e diktat, ma unicamente votato al Dubbio e alla riflessione.

Magari, anche abbandonando posizioni che sembrano voler identificare graniticamente il Giusto, suggerendo di disobbedire a leggi che esulano dai propri principi. Anche chi pratica le mutilazioni genitali femminili tiene conto – prima della legge civile – dei suoi principi. La disobbedienza è nel solco della legalità solo quando civile e tesa all’autodenuncia, altrimenti è un mero incentivo all’irresponsabilità di cui gli italiani sembrano irrimediabilmente infetti.

Qualcuno potrebbe rilevare una contraddizione, a questo punto; se in Italia non ci sono mai state rivoluzioni (tanto meno dal basso) come può un singolo partito (o un singolo gruppo) – per quanto nuovo ed agguerrito – cambiare il corso di questi eventi? Non sarebbe meglio procedere a piccoli passi, migliorando come si può la “zattera”, e tappando le falle più vistose, magari accompagnandosi a gruppi che non sono proprio il “meglio” bensì il “meno peggio”?

Il ragionamento è corretto. In Italia non ci sono mai state palingenesi. E il risultato è stato di avere una zattera sempre più colma d’acqua. E quindi non è una strada perseguibile, a meno di non voler far proseguire l’imponente declino in cui versa l’Italia.

Se si vuole salvare il paese bisogna essere realisti. Bisogna tentare di realizzare l’impossibile.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

2 Responses to “Come può ripartire un centrodestra che non esiste?”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Ottimo punto di partenza, complimenti!

  2. GG scrive:

    Che l’Italia non sia un paese liberale è evidente, ma non capisco tutto questo pessimismo (anche perchè col pessimismo è difficile tentare di costruire qualcosa di nuovo, non si va da nessuna parte).
    La rottamazione totale della classe politica sarebbe auspicabile, ma non la vedo possibile al momento (non è avvenuta del tutto neanche dopo la bufera di tangentopoli, figuriamoci adesso). Bisogna risolvere secondo me un problema fondamentale: staccare la destra dalla figura dei 4 leader (Berlusconi, Bossi, Casini, Fini). Il problema della destra è il suo attaccamento a queste 4 figure carismatiche. Nonostante la loro immagine e il loro carisma sia in affanno, i politici di centrodestra non riescono a guardare oltre loro. Io trovo lodevole l’idea di Adolfo Urso di aprire una discussione sul futuro della destra in italia che sappia liberarsi di queste figure che ora risultano ingombranti, per vari motivi: Berlusconi e Bossi per l’incapacità di realizzare quello che avevano promesso, Fini perchè non si libera della propria veste istituzionale di presidente della camera e Casini per le sue nostalgie della prima repubblica. Bisognerebbe secondo me incoraggiare Urso in questo progetto, è l’unico modo per salvare la destra e per recuperare l’enorme elettorato astensionista di destra deluso da Berlusconi.

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