– Il lungo addio del berlusconismo all’Italia non deve far pensare che i tanti problemi del nostro Paese si stiano magicamente risolvendo da sé. La salutare scossa impressa alla politica italiana dalla doppietta Amministrative-Referendum va interpretata, studiata, meditata. Gli italiani, scontenti, hanno voltato le spalle a un governo inconcludente, le cui promesse di riforme liberali si sono impantanate nelle ossessioni senili dell’uomo solo al comando, con il corollario di un alleato che è arrivato al paradosso di diventare pacifista per xenofobia. Le opposizioni sono state unite e credibili e i candidati da loro proposti non si sono fatti, per una volta, spingere nell’arena dal premier, ma hanno parlato di contenuti, dei problemi delle nostre città, del loro futuro. In una parola, di politica.
Tuttavia, sarebbe prima che in mala fede ingenuo pensare che basti eliminare 17 anni di berlusconismo per dare all’Italia quella società più giusta e libera cui noi tutti aspiriamo. Le ragioni che hanno portato Berlusconi alla vittoria non una, non due, ma tre volte, sono ancora tutte lì: uno Stato ritenuto non a torto invasivo, paradossale specchio della sua inconcludenza; una pressione fiscale ormai insostenibile; una società gerontocratica, maschilista e senza mobilità sociale, divisa in caste e corporazioni di ultragarantiti; una partitocrazia autoreferenziale e ipertrofica. E si potrebbe continuare all’infinito, su cose che già sappiamo.

La colpa principale di Berlusconi non è stata (solo) quella di avere insistito fino al paradosso estremo di una logorrea afasica sulle sue principali ossessioni (giustizia e informazione): la sua colpa principale è stata quella di non avere fatto, nei suoi lunghi anni di governo, quelle riforme liberali di cui il Paese aveva e continua ad avere un disperato bisogno: uno Stato più leggero, un fisco all’insegna del “pagare meno pagare tutti“, una società meno burocratizzata e più contendibile, partiti che fossero più aperti a ciò che accadeva fuori dal Palazzo e non solo agli organigrammi delle società municipalizzate o al consiglio d’amministrazione della Rai.

Chi ha dato fiducia a Berlusconi in questi anni lo ha fatto non solo perché teleguidato (come molti a sinistra amano pensare) ma perché politicamente Berlusconi rispondeva a esigenze che erano presenti nella società italiana, istanze che molti non pensavano potessero essere portate avanti da un centrosinistra erede delle due tradizioni egemoni nel nostro dopoguerra, quella comunista e quella democristiana. Che poi in quella coalizione di centrodestra le istanze laiche e liberali fossero fin dal ’94 in grande minoranza è un altro discorso di cui magari ci occuperemo in futuro. Tuttavia questa Italia forse conservatrice, forse liberale, sicuramente moderata (qualunque cosa questo voglia dire) ha creduto che si potessero chiudere gli occhi sugli aspetti più deteriori di questi anni di centrodestra (ad esempio, le leggi ad personam) perché prima o poi la svolta sarebbe arrivata e le tante agognate riforme si sarebbero fatte.

Il tempo e l’azione quotidiana di questo governo hanno dimostrato che non è stato così, ma quelle domande di modernizzazione e liberalizzazione del Paese sono ancora lì, presenti, vive, forti, sentite dai cittadini (che sono molto più di un “popolo”, perché individui consapevoli del proprio ruolo all’interno della società). Idee, dunque, alla disperata ricerca di rappresentanza.

Bisogna ora chiedersi da chi possano essere raccolte. E’ evidente che il sentiero è molto stretto e che l’attuale centrodestra Pdl- Lega non è in grado di elaborare in questo momento una proposta politica che possa cambiare il Paese. Assistiamo a un tardo-democristianismo di ritorno, dove si aspetta che passi la nottata e si spera che i cittadini piano piano dimentichino i fallimenti di questo governo e che si trascinino, sempre più stancamente, in massa alle urne per fermare il “pericolo comunista”.

Le può raccogliere il centrosinistra? Visti alcuni tentativi (le famose lenzuolate del 2006, anche se poi finite male per i veti delle corporazioni, fortissime in Parlamento anche all’interno della stessa coalizione che quelle liberalizzazioni le proponeva) lo potrebbe fare: tuttavia, anche in quella coalizione, è necessario togliersi di dosso rigurgiti conservatori. Una volta caduto Berlusconi (perché prima o poi succederà, anche se nessuno sa quando) l’Idv, ad esempio, dovrà decidere cosa fare da grande e se smettere di essere un “single issue movement“, come dimostrano le ultime mosse di Di Pietro. La giustizia va riformata, a prescindere dei guai giudiziari del premier. Il Pd dovrà decidere se essere un partito genuinamente liberalsocialista o un semplice continuatore del ceto politico comunista e democristiano “attualizzato” ai giorni nostri. Su Sel rimane l’incognita delle  sua posizione in materia di politica estera, oltre che su fisco e stato sociale. Appare evidente, dunque, che all’interno di quella coalizione, per tenere alta la battaglia delle grandi riforme liberali, la presenza dei radicali appare ancora oggi insostituibile.

E il Terzo Polo? Anch’esso dovrà decidere “cosa fare da grande”, e soprattutto cosa diventare. Al momento, oscilla tra le tentazioni neocentriste e “duoforniste” di Casini, a capo di un partito liberale in economia ma ancora troppo conservatore in tema di diritti  civili, un Casini  che un giorno strizza un occhio al Pd e l’altro guarda con interesse al Pdl, e le ambizioni di Fini di costruire una destra liberale, repubblicana, democratica, patriottica, il cui sentiero è ancora stretto e impervio.

Quindi, a chi rivolgersi? La situazione è in evoluzione e non si capisce bene dove tutto questo porterà. Ciò che viene da augurarsi da inguaribili ottimisti della volontà (tralasciando il pessimismo della ragione) è che le due o tre coalizioni si evolvano in senso liberale, secondo le loro diverse sensibilità, perché questo è ciò di cui l’Italia ha bisogno. Non si richiede che a destra e a sinistra la si pensi allo stesso modo (sarebbe la rovina della democrazia, che del conflitto si nutre) ma che si prenda atto che la società italiana va liberata a prescindere da Berlusconi e che le tante energie presenti nel Paese aspettano solo di potersi mettere in moto. Questo viene da augurarsi: soluzioni liberali di destra, di sinistra e di centro.

Un fisco più giusto; uno Stato più presente ma meno invasivo; una società più libera, laica e meritocratica; una politica estera che possa evolvere in senso federalista europeo e atlantico; un mercato del lavoro che coniughi flessibilità e garanzie; un accesso alle professioni non più fiaccato e oppresso dagli Ordini e dai sindacati; una cittadinanza attiva, consapevole, libera (sempre lì siamo) e informata.

L’Italia di oggi non ha bisogno di soldatini diligenti che vadano alla guerra con lo scolapasta in testa come è stato in questi anni; l’Italia di oggi ha bisogno di donne e uomini che abbiano chiaro  che non c’è più tempo da perdere, e che sappiano superare lo stallo e le divisioni di questi anni con immaginazione, fantasia e coraggio.