No Tav, non è sindrome Nimby, ma alienazione politica. Molto peggio

di CARMELO PALMA – Ieri è arrivata la forza pubblica e ha liberato l’accesso al cantiere. Si sono fatti male in pochi e – per fortuna – poco. L’iconografia dell’assedio, che i comitati No Tav hanno costruito per nobilitare lo squatting, ha infine lasciato spazio alle immagini di uno sgombero disordinato, ma non cruento come poteva immaginarsi.

Si è tornati alla realtà: dei tempi che l’UE ha infine dettato per l’inizio dei lavori e dei numeri di una rivolta che non è né di popolo né di nicchia, ma, a suo modo, “di casta”. Non di quella che, come alcuni temono, attende di sedersi al banchetto delle grandi opere, ma di quell’altra, uguale e contraria, che la frustrazione gonfia di fantasie cospiratorie e di ossessioni resistenziali.

Il fenomeno No Tav ha ben poco a che fare con la sindrome Nimby. Questo non ne fa un movimento più nobile, ma più pericoloso, incapace di discernere le ragioni di fatto – ne sono state esposte di ragguardevoli, da studiosi insospettabili di parzialità e pregiudizio – e di distinguere quelle di diritto, che l’intelligenza suggerisce, da quelle di principio, cui invece conduce l’intransigenza e la vanità ideologica. Se a contare più dell’egoismo è il narcisismo e più dell’interesse il valore, la politica finisce inghiottita nell’ombra del malanimo o del fanatismo.

Le riserve sulla sostenibilità economica di un’opera che rischia di costare più di quanto potrà mai rendere non hanno nulla a che fare con la logica di una “resistenza” che, per le stesse ragioni, avrebbe avversato, centocinquanta anni fa, anche la costruzione del tunnel del Frejus, la prima galleria costruita sotto le Alpi, inaugurata nel 1871. Se si ritiene che le grandi infrastrutture di collegamento violino gli equilibri e le naturali vocazioni dei territori – globalizzandone e espropriandone la dimensione intimamente locale – è evidente che il calcolo dei costi e dei benefici non può servire e valere né a favore e né contro.

A qualche ora dall’inizio delle operazioni di polizia, è stato lanciato un ultimo appello per il “dialogo”, che, richiamando gli esiti dei recenti referendum – e l’attenzione “per i beni pubblici e il bene comune” – chiedeva alle istituzioni e alla politica “un gesto di razionalità”: la sospensione dell’inizio dei lavori. E’ clamoroso che ad Alex Zanotelli e a Carlin Petrini, a Paolo Beni e a Maurizio Landini e agli altri firmatari del documento apparisse razionale, nel nome della partecipazione democratica, riconoscere la volontà popolare nelle millanterie di qualche migliaio di sbandati, a cui la cattiva coscienza progressista ha da anni permesso di usurpare la rappresentanza politica di un territorio ostile più al cantiere della “rivoluzione” che a quello della Tav.

Se c’è qualcosa di cupamente nichilistico nel partito No Tav, è ancora più sinistro il favore che riscuote e il padrinaggio che suscita nel cotè della sinistra conformista, come se gli irriducibili asserragliati nel ridotto di Chiomonte intendessero difendere gli interessi legittimi e negoziali delle popolazioni locali e non opporre un rifiuto non negoziabile ad ogni ipotesi di compromesso.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

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