– Due argomenti caldi in questi giorni. Le intercettazioni telefoniche con il caso Bisignani ed i rischi di censura della rete con l’entrata in vigore della nuova delibera AGCOM sul diritto di autore.

Da questo punto di vista è interessante notare come, nel nostro paese, sia da sinistra che provengano molte delle campagne per “internet libero”, contro i vari tentativi legislativi di introdurre norme a vario titolo invasive e punitive dell’attività sul web.
Che si tratti di difesa del peer-to-peer o di opposizione al controllo preventivo dei contenuti, le realtà che di volta in volta si mobilitano – anche quando formalmente apolitiche – nella loro composizione finiscono per essere, nei fatti, più vicine al mondo progressista e qualche volta persino alla sinistra radicale.

Eppure, per quanto possa sembrare paradossale, nella stessa sinistra convivono tranquillamente coloro che si battono per preservare la rete dal controllo dello Stato ed i pasdaran dell’utilizzo estensivo delle intercettazioni telefoniche, effettuate in numeri di molto superiori a quelli tipici dei paesi “liberi”.
O meglio, non solo convivono, ma in molti casi si tratta proprio delle stesse persone – che contemporaneamente si ergono a difensori della privacy e delle garanzie per gli utenti del web e poi magari scendono in piazza con lo slogan “intercettateci tutti”.

Ma vogliamo scherzare? No ai controlli su internet e poi “intercettateci tutti”?

Si tratta, evidentemente, di una contraddizione lancinante. Del resto, se riconosciamo allo Stato il diritto di scrutinare le nostre comunicazioni telefoniche alla ricerca di reati, non si vede perché a quel punto non debba anche arrogarsi il diritto di rimestare la rete palmo a palmo alla scoperta di possibili contravvenzioni alla legalità.
Va riconosciuto, in ogni caso, che se buona parte del mondo di sinistra non brilla per coerenza, non è certo a destra che troviamo approcci più consequenziali.

In effetti – secondo le logiche del bipolarismo all’italiana – se a sinistra il “garantismo” finisce quando l’oggetto del contendere riguarda Berlusconi e i suoi, a destra finisce quando l’oggetto del contendere non riguarda Berlusconi e i suoi. Nella pratica, nello schieramento del Cavaliere, quando si parla di intercettazioni telefoniche non mancano gli ostentati richiami al diritto alla privacy e la denuncia sistematica delle derive orwelliane del nostro sistema investigativo e giudiziario.

Al tempo stesso, tuttavia, se l’attuale maggioranza conferisce alla cornetta telefonica una sua aura di sacralità, allo stesso tempo guarda ad internet come il massimo sospetto. Sembra quasi vedere nella rete il possibile strumento di ogni tipo di comportamento criminoso, dall’eversione terroristica all’istigazione alla violenza, dalla diffusione della pedopornografia alla violazione del copyright.

Se addirittura per il presidente del Senato SchifaniFacebook è peggio dei gruppi terroristici anni ’70”, a più riprese dai ranghi della maggioranza e del governo sono partite iniziative volte ad accrescere il controllo dello Stato su internet ed in definitiva a monitorare l’attività telematica degli utenti.

E’ possibile che un atteggiamento così negativo nei confronti della rete sia da ricondursi per una quota parte ad una certa impreparazione culturale del centro-destra e per altri aspetti ai condizionamenti di determinati interessi economici, nonché legati alla “geografia” del sistema complessivo dell’informazione. In ogni caso il tutto pare ampiamente sufficiente per far passare in cavalleria molti dei principi generali pure enunciati con tanta convinzione quando si tratta di invocare un freno alle intercettazioni.

Ma veniamo al punto. Mettere sotto controllo i telefoni ed il traffico telematico può aiutare a scoprire o magari addirittura a prevenire reati, anche gravi? Certo che sì, ma questo non è affatto sufficiente per ritenere auspicabile un ricorso il più possibile esteso a tali tipi di azioni.
E’ evidente, infatti, che devono entrare in gioco anche altri ordini di considerazioni, perché le attività di controllo non hanno solo benefici, ma comportano anche dei costi, tanto in termini economici quanto in termini di libertà individuale.
Uno “stato di polizia” con vocazioni totalitarie sarebbe magari perfettamente efficiente nel ridurre o addirittura nell’annientare determinate forme di crimine, ma non per questo il gioco varrebbe la candela.

Non c’è dubbio che smascherare un giro di corruzione o stanare chi si rende autore di atti di pedofilia rappresenti un fine giusto, ma ciò non giustifica un’attività sistematica di intrusione nella privacy di tantissimi innocenti. Anche perché, all’atto pratico, il carattere discrezionale di questo tipo di indagine finisce per conferire ad alcuni uomini un potere potenzialmente illimitato sulle vite degli altri.

Al di là della possibile rilevanza legale di evidenze che dovessero emergere, è chiaro che la nostra vita è fatta anche da tutta una serie di scelte, di relazioni, di opinioni, di preferenze personali perfettamente lecite secondo la legge ma che legittimamente desideriamo restino parte del nostro privato. In questo senso, la facoltà di spiare dal buco della serratura può essere licenza di distruggere.
E’ per questo che qualsiasi attività di investigazione e di polizia deve muovere dal rispetto del diritto alla privacy e della presunzione di innocenza.

Occorre rigettare l’idea di chi invita a guardare sbrigativamente alla “sostanza” cioè al successo nel perseguimento dei reati come unico metro dell’attività giudiziaria. I “controllori” sono lì per fare il loro lavoro, ma hanno il dovere di farlo nel rispetto rigoroso delle regole, perché neppure lo Stato deve stare al di sopra della Legge.

Anzi, non secondariamente, la Legge dal punto di vista liberale dovrebbe proprio rappresentare un limite all’esercizio incontrollato del potere.