di LUCIO SCUDIERO – Napoli è la città pestilenziale. Un’enclave premoderna di sangue e merda, dove tutto funziona assecondando l’ algoritmo biologico di una carogna in putrefazione. La monnezza qui non è solo appendice dei vivi quanto dei cadaveri che ne riempiono aria e terra. E a Napoli ce n’è uno, grosso quanto la città, che la infesta di miasmi e colera. E’ il cadavere  della politica.

Quella del “ghe pensi mi” nella doppia versione Berlusconi/De Magistris, due populismi uguali e contrari dall’esito scontato: il raggiro doloso del buon senso e del senso civico residuo di una città che guarda e si guarda in cagnesco, pronta come è a scaricare responsabilità e coscienza su qualcun altro. La camorra, gli abitanti del quartiere limitrofo, ora – cavalcando un certo vento revisionista, ma egualmente straccione – il Nord, iconizzato da una Lega sempre più rozza e più in rotta con se stessa, incattivita dalla canizie del leader e dalla paura della morte, che ha reso il Settentrione bersaglio facile del risentimento in ascesa nel resto del Paese.

Il trasferimento della spazzatura da Napoli alle altre regioni segue il medesimo schema della discussione sui profughi libici: è un problema di chi ci finisce sotto, mica del Paese, e guai a chiedere alla sua parte più progredita di farsene momentaneamente carico. Con il che non vogliamo sostenere che il Po debba far da discarica dell’irresponsabilità consumata sotto il Vesuvio, bensì che le condizioni di Napoli siano un problema nazionale, non locale, se è vero come è vero che sono il risultato di anni di commissariamenti governativi (dunque nazionali) sbagliati e reticenti, di giochi al rimpallo lungo l’intero asse peninsulare, di artifizi demagogici (anche della Lega Nord), di uomini della provvidenza calati da Roma e ben presto trasmutatisi in “uomini delle provvidenze” eccetera eccetera.

E d’altro canto non si può chiedere al Paese di credere che questa volta, per l’ennesima volta, il governo o il neo eletto sindaco Masaniello salveranno Napoli dalla monnezza  senza dire esattamente come e in quanto tempo reale.

Quando nel 1884 Napoli venne colpita dal colera, fu avviata un’azione di risanamento che ancora agli inizi del ‘900 non era completata. E mentre a Londra e Parigi il capitalismo industriale risolveva il problema della convivenza dell’uomo con i propri scarti, a Napoli un delegato del Governo costruiva fogne con mattoni sbricioloni che lui stesso produceva, destinati a sfarinarsi nel breve volgere di qualche anno.

Oggi siamo ancora lì, alla città pestilenziale che non ha saputo superare l’elemento fondativo di se stessa (e di tutte le città in generale): il puzzo.  

Il progresso industriale ha tecnicamente neutralizzato il frastuono olfattivo delle grandi  inurbazioni dell’Occidente ottocentesco con il proprio armamentario di scienza, tecnica ed efficienza.  Per cui non esistono, oggi, lacune tecniche in grado di giustificare il degrado incivile in cui Napoli è asserragliata. Il problema semmai si identifica con la scarsità di capitale sociale della “capitale” del Mezzogiorno, dove non esiste letteralmente la fiducia, tra cittadini, tra cittadini e istituzioni, tra agenti economici e agenti politici. Per responsabilità primaria della politica, che vi ha inferto colpi letali per il mezzo di promesse miracolistiche tradotte in sistemiche inefficienze, intorno alle quali, ad esempio, oggi sono coagulati gli interessi di gruppi sociali nati e pasciuti nell’ “emergenza” degli ultimi diciassette anni, dai disoccupati in attesa di “posto” alla camorra.

Nel decreto che si accinge a varare,oltre alle misure tampone il Governo deve posare il primo mattone della ricostruzione di un clima di fiducia indispensabile alla salvezza di Napoli, e cioè dire tutta la verità, nient’altro che la verità, sullo stato dell’arte e su quanto dolorose siano le misure per superarlo.

Nella cronaca della bancarotta civile del Paese, Napoli sta all’Italia come la Grecia sta all’Europa in quella della bancarotta economica. Verità, responsabilità e visione di lungo periodo sono le uniche soluzioni per problemi complessi di sistemi complessi.  Astenersi camice verdi e Masanielli.