Riforma del fisco e del mercato del lavoro: una riflessione contestualizzata

– L’attesa riforma fiscale, di cui si spera prossima l’emanazione, dovrebbe essere l’occasione non solo per rilanciare lo sviluppo dei consumi, presupposto indispensabile per la salvaguardia dell’occupazione, ma anche per raccordarsi con provvedimenti più diretti a tutela delle fasce più deboli del lavoro. Il combinato disposto di una insufficiente struttura del capitale (non solo patrimoniale ma soprattutto tecnologico e innovativo) di molte aziende storiche nazionali, degli effetti devastanti delle influenze politiche in un’economia mista per troppo tempo soggetta ad una presenza pubblica eccessivamente pervasiva, della inadeguatezza della classe dirigente (non tanto sotto il profilo individuale, quanto piuttosto in termini di capacità di fare sistema a livello Paese) ha determinato condizioni di debolezza strutturale. Sotto l’incalzare della globalizzazione dei mercati, questi hanno portato inevitabilmente al collasso di interi settori della grande industria (chimica, farmaceutica, tessile e in parte auto).

Le misure difensive che i Paesi dell’Unione Europea possono mettere in atto, senza fare ricorso a pratiche neo-protezionistiche, riguardano in primo luogo i fattori di produttività, da sostenersi con forti contenuti di ricerca e di innovazione. In estrema sintesi, ciò equivale a dire che i Paesi che vogliono difendere il proprio patrimonio industriale, salvaguardando posti di lavoro, devono – se ne saranno  capaci – progressivamente arretrare dalle produzioni a basso valore aggiunto, in competizione con Paesi a basso costo del lavoro, riconvertendosi verso produzioni più remunerative, ad alto contenuto innovativo.

In questo contesto, per le ragioni sopra esposte, la struttura industriale del nostro Paese ha sofferto più di quella di altri Paesi comunitari, in particolare Francia e Germania, dotati di settori industriali ad alto contenuto di ricerca e d’innovazione (farmaceutica, elettronica, aereonautica), di cui disgraziatamente noi non disponiamo; il tutto aggravato dagli effetti di un debito pubblico (alle soglie del 120 per cento del PIL) che ha limitato i margini di un possibile alleggerimento della pressione fiscale (ormai superiore al 43 per cento).

Gli effetti di questa competizione con Paesi a basso costo dei fattori della produzione si riversano in particolare sulle fasce socialmente più deboli, i giovani in particolare, accentuandone il livello di precarietà.

Lasciando da parte, in tempi brevi, miracolistici interventi di recupero di capacità di innovazione e di ricerca, che troppo spesso vengono invocati senza cognizione di causa, occorre purtroppo ammettere che non esiste una ricetta semplice per uscire da questa impasse. Escludendo come già detto provvedimenti di carattere protezionistico, la soluzione non è reperibile nel repertorio dell’ideologia di scuola: le teorie classiche interpretano in modo sufficientemente affidabile le situazioni a regime ma non altrettanto bene le fasi transitorie che possono durare a lungo.

Detto questo, cosa ha a che vedere quanto esposto con la prospettata riforma fiscale, sui cui contenuti peraltro nulla ufficialmente trapela? Il raccordo c’è e si riferisce tra l’altro, fatti salvi gli interventi prioritari sull’IRPEF, alla revisione dell’IRAP, una imposta destinata al finanziamento del Servizio Sanitario Nazionale (SSN), nel cui imponibile entra a far parte il costo del lavoro interno sostenuto dall’impresa. L’IRAP,  che riproduce in Italia la taxe professionnelle francese – recentemente eliminata da Sarkozy perché ritenuta penalizzante ai fini degli investimenti diretti esteri in Francia – venne estesa alla Pubblica Amministrazione, banche, assicurazioni e ai liberi professionisti.

Di fatto l’IRAP, relativamente alla componente lavoro della base imponibile, più che un imposta rappresenta a tutti gli effetti un costo addizionale, peraltro non deducibile dall’imponibile IRES e per di più con palesi connotazioni di iniquità.  In questo senso, è auspicabile che, nella revisione del sistema di tassazione dei redditi di impresa, venga data priorità ad un intervento sull’IRAP rispetto a quello eventuale sull’IRES: una revisione della base imponibile tendente ad escluderne la componente lavoro sarebbe interpretato come un alleggerimento del costo del lavoro interno, sostenuto dall’impresa, stante il fatto che il costo del lavoro esternalizzato, di fatto in concorrenza con quello interno, non entra a far parte dell’imponibile IRAP, in quanto assimilato alla acquisizione di servizi.

A questo proposito, mi chiedo tuttavia se i costi di lavoro esternalizzato in Paesi extra Unione, che non rispettino le clausole sindacali, che dovrebbero essere pregiudiziali ai fini dell’attuazione degli accordi di progressiva liberalizzazione dei mercati globali, negoziati in sede WTO, non debbano essere sottoposti a qualche forma di tassazione, almeno come misura transitoria da concordare in sede comunitaria. Certamente, in un ambito di cultura liberale, si tratterebbe di un provvedimento protezionistico molto sofferto, limitativo della competitività delle imprese, da valutare attentamente in termini macroeconomici nel bilanciamento tra il danno subito dai consumatori rispetto al beneficio derivante dai minori costi sostenuti per ammortizzatori sociali a tutela dei lavoratori risultanti in esubero per effetto delle suddette esternalizzazioni.

In un Paese in cui si contrappongono ufficialmente  due mercati del lavoro – tralasciando il terzo assai prospero e rilevante: quello in nero  – di cui uno eccessivamente rigido e protetto  ed un altro sul quale per effetto di leva si è concentrato oggettivamente  un eccesso di flessibilità, sarebbe urgente creare i presupposti normativi e di legge per un ragionevole riequilibrio.

Al conseguimento di questo obiettivo, di importanza vitale per la salvaguardia del lavoro, che non possiamo lasciare alla tutela esclusiva della FIOM e di Michele Santoro,  il sistema fiscale potrebbe incominciare a dedicare una specifica attenzione, fornendo segnali di indirizzo chiari e forti.


Autore: Andrea Verde

47 anni, laureato all’Università Bocconi di Milano in Economia aziendale, vive e lavora in Francia da oltre vent’anni. E’ stato responsabile del budget e del controllo di gestione della Polimeri Europa France, é giornalista indipendente, collabora attualmente con GBS Engeneering ed é membro del consiglio direttivo della No.Gaf. (Nouvelle Generation Africaine pour la France)

7 Responses to “Riforma del fisco e del mercato del lavoro: una riflessione contestualizzata”

  1. paolo libertini scrive:

    vorrei capire cosa s’intende per la tanto decantata riforma fiscale…la presenza dello Stato Italiano nell’economia, nella finanza ha raggiunto livelli bulgari…ma questo non è un Governo che si definisce liberale? e la prima regola del liberismo non dovrebbe essere una limitata presenza dello stato nell’economia? Senza ovviamente tralasciare che quando si parla di riforma fiscale, la confusione è totale…si confonde la riforma fiscale con la riduzione (sic!) delle aliquote….riformare il fisco vuol dire innanzitutto semplificarlo e renderlo, in termini di adempimenti, più simile a quello di un paese evoluto piuttosto che a quello dei paesi delle banane

  2. Massimo74 scrive:

    L’irap si può tranquillamente abolire,basta eliminare i contributi a fondo perduto che lo stato stanzia ogni anno a favore delle imprese e che ammontano a circa 30 miliardi di euro.

  3. Bello l’articolo di Andrea Verde, che peraltro ritengo un elemento estremamente valido, sia dal punto di vista qualitativo che carismatico.
    Sono contento che sia approdato a questa bella comunità di Libertiamo anche come “scrittore”, visto che già era un “lettore”.
    A mio modesto parere, senza addentrarmi nei meandri di analisi di macro-economia per le quali non ho le vostre competenze tecniche, credo che in Italia, più che in altri paesi, i problemi principali nascano dall’impossibilità assoluta di produrre cambiamenti ai nostri sistemi; infatti tutti i cambiamenti cozzano con il mantenimento dello status che in quel momento vige e che a qualcuno conviene; quel qualcuno a cui conviene avrà sicuramente costruito il suo fossato intorno al suo castello senza che nessuno gliel’abbia impedito.
    E tutte le timide ipotesi di cambiamenti (in meglio) annegano in questi fossati e se le mangiano i coccodrilli…
    L’innovazione e la ricerca per esempio (che dovrebbero essere i veicoli trainanti per approdare a mercati a più alto tasso remunerativo) latitano solo apparentemente per motivi di mancanza di incentivi e risorse, di policy insomma; in realtà anche se lo Stato provvedesse a rilanciare la ricerca ci sarebbero almeno altri due impedimenti al trattenimento dei “cervelli” adesso in fuga: da una parte le cricche Universitarie (Baroni o Conti che siano poco importa….) si approprierebbero di tale sistema (come succede in ogni campo nel nostro paese) con buona pace della meritocrazia; dall’altra mancherebbe secondo me la cultura per cui le Università divengano dei veri e propri fornitori di servizi delle aziende private, in un libero mercato.
    Questo perchè gli imprenditori e i manager (o meglio la maggior parte, perchè fortunatamente ci sono casi, seppur isolati, di settori che non possono prescindere da una competizione vera) nostrani non sono “allenati” a raggiungere gli obiettivi con la strategia del lavoro; gli investimenti a medio e lungo termine sono “sconsigliati” dall’instabilità politica e dall’esasperante lentezza della giustizia civile.
    Inutile: in Italia non ce l’abbiamo nel DNA questa cosa !!!
    Tutti cercano la scorciatoia come veicolo per arrivare al fine; e fino a che questo sistema rimarrà (agli occhi della gente) premiante non ci saranno riforme che tangano….

  4. alessandro bortolotti scrive:

    Ottimo articolo di Andrea Verde. Più in generale, non sono d’accordo sull’equazione che vuole nell’economia meno Stato= più efficienza, lo Stato non può mai mancare dal suo ruolo di regolatore del sistema. Voglio anche ricordare che le distorsioni di un certo liberismo paraculo, quale l’applicato pricipio di sussiedarietà, in realtà hanno favorito il controllo privato di enormi flussi di denaro, il caso della Sanità in Lombardia ci dovrebbe bastare per lezione. Sono troppo affezionato all’opera – per esempio – di un Enrico Mattei per mettere in discussione il ruolo di uno Stato giusto nell’azione regolatoria dell’economia. Tutto sta a creare una classe di manager pubblici incorruttibili e votati alla loro missione

  5. Paolo Iritale scrive:

    Mi complimento con il caro Andrea per le ottime riflessioni. Mi soffermerei su un punto in particolare, quello relativo all’auspicato “provvedimento protezionistico sofferto”,a mio parere assolutamente necessario. In assenza di tale provvedimento, si tratta di partecipare ad un mercato concorrenzialmente sleale, con i risultati che sono di tutta evidenza (a proposito – per chi non lo sapesse – l’ultima moda è avere un call-center in Albania).
    In fondo, penso che non c’è nessuna differenza tra un mercato totalmente “aperto” e il protezionismo più bieco, sono le due facce della stessa medaglia; ergo: meccanismi di correzione devono essere approntati sia nell’uno che nell’altro caso; questa è il motivo che mi spinge a dire che un pò di protezionismo sia necessario in questo momento.
    Riterrei, poi, indispensabile aprire un capitolo a parte sulla finanza (e quindi sull’etica del mercato). Anche lì, pare che i governi sovrani dei popoli siano “sotto schiaffo”, incapaci di regolamentare e indirizzare politiche economiche industriali e finanziarie utili allo sviluppo. Insomma, il sistema finanziario che indirizza il sistema politico:
    ma non deve funzionare al contrario?
    cmr
    Paolo Iritale

  6. Massimo74 scrive:

    @alessandro bortolotti

    Non mi risulta che la sanità in lombardia sia privata,al massimo ci sono delle convenzioni che permettono di curarsi in cliniche private a spese dello stato.Questo se permetti con il liberismo c’entra come i cavoli a merenda.Io sono per la privatizzazione totale del SSN con la copertura assicurativa pagata dallo stato solo per chi non può permettersi di stipulare una polizza privata.
    Mi dovresti spiegare poi,dove sarebbero i vantaggi di uno stato regolatore dell’economia,perchè io francamente non ne vedo alcuno.
    Ci sono semmai prove sufficenti per affermare che ogni tentativo di regolamentazione dell’economia da parte del governo si rileva sempra fallimentare.Basta guardare alle varie corporazioni come notai,commercialisti,avvocati,tassisti,farmacisti,tutte lobby create ad hoc dallo stato e che servono solo per garantire i privilegi di pochi a danno di tutta la collettività.In paesi più liberi del nostro come ad esempio in austria un atto notarile per una compraventita immobiliare ti costa al massimo 150 euro,qui da noi puoi arrivare a spendere anche dieci volte tanto.E tu mi parli della necessità dello stato regolatore dell’economia?Ricordati che Ludwig Von Mises già negli anni 20 aveva previsto il crollo dell’unione sovietica proprio perchè con i suoi studi aveva dimostrato che il socialismo non’è economicamente sostenibile.
    A questo proposito direi che aveva perfettamente ragione Thomas Jefferson quando affermava che il miglior governo è quello che governa meno.

  7. alessandro bortolotti scrive:

    In risposta a Massimo74: il problema della sussidiarietà, eccellente principio dal punto di vista ideologico, è che nella sua italica applicazione è diventato il trampolino di lancio per l’invasione delle attività di matrice cattolica nella menzionata – per esempio – sanità. Io, al contrario di te, sono sfacciatamente per un buon pubblico, laico ed efficiente, ma il problema è che da sempre quando si parla di Stato parte l’assalto alla diligenza e questo perché da noi nessuno lo sente come un pezzetto di sé, come una cosa in parte propria: Piuttosto, il pubblico è sempre degli altri e quindi ci si sente autorizzati a derubarlo. Basterebbe creare un centro di spesa unico nazionale per tutte le forniture ospedaliere, e il costo del sistema si ridurrebbe di moltissimi soldi, da reinvestire poi nella costruzione/ammodernamento del patrimonio esistente. Discorso diverso sono le corporazioni, e qui hai ragione, ma il grande Stato regolatore che intendo io non è quello che protegge i Notai, figurati. Possono abolirle domani le caste, senza problemi.

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