Codice Nordio, la riforma che non avremo mai

– Carlo Nordio è un magistrato liberale. Una rarità, nel nostro paese. Nel 2002 l’allora Ministro della Giustizia, Roberto Castelli, gli affida la presidenza della Commissione per la riforma del Codice penale.
Nordio non parte da zero. Nel precedente governo (di sinistra) era stato il professor Carlo Federico Grosso a presiedere i lavori della Commissione, e la commissione aveva partorito un testo organicamente improntato ai valori garantisti-liberali.
Nordio quindi è da lì che riparte. Assume gli assi generali tracciati dalle commissioni precedenti (Pagliaro e, appunto, Grosso) per concentrarsi sugli aspetti ‘speciali’ della riforma: le definizioni di garanzia, i reati da depenalizzare.

Per una ricostruzione di prima mano di quell’esperienza, si rimanda il lettore alla testimonianza che lo stesso Nordio ha consegnato venerdì scorso a Pisa al congresso dell’Unione delle Camere penali (qui nella registrazione audio-video di Radio Radicale). Ci si limiti qui ad una sottolineatura sul carattere ‘politico’ di quell’esperienza. La Commissione Nordio infatti il ‘prodotto’ lo realizza, eppure una volta consegnato al committente, questi mostra di non volersene curare più.
Da qui, la domanda: ma la politica, al buon funzionamento della giustizia, tiene davvero o no?

Un contributo al disvelamento dell’arcano lo fornisce lo stesso magistrato veneziano. Interferenze politiche niente durante lo svolgimento dei lavori, assicura Nordio, salvo che in due casi: quando si trattò di discutere le questioni inerenti la limitazione delle libertà eticamente sensibili (testamento biologico, ecc.), e quando venne affrontata la questione della legittima difesa. In quest’ultimo caso, in particolare, la questione era resa ‘calda’ da un evento di cronaca (il negoziante che spara al rapinatore, uccidendolo) che aveva suscitato la reazione ‘iper-securitaria’ dei partiti di maggioranza – Lega e An, nella fattispecie.

Ebbene, Nordio era (ed è) considerato un magistrato di destra, in quanto esplicitamente non riconducibile alla tradizione culturale della sinistra. Ciononostante, quella di cui si fa interprete è una cultura giuridica sostanzialmente collimante con quella espressa da un giurista a lui politicamente agli antipodi, come l’avvocato comunista che, nel governo Prodi, gli succederà alla presidenza della Commissione per la riforma del Codice penale: l’avvocato, ora Sindaco di Milano, Giuliano Pisapia, con il quale Nordio oltretutto firma uno snello libretto, In attesa di giustizia, che offre tra l’altro una pragmatica do-it list: cose da fare, subito e a costo zero, per civilizzare il sistema penale.
Nordio, dicevamo, è considerato un magistrato di destra. Da lui, dunque, sul tema ‘legittima difesa’ ci si sarebbe attesa una posizione favorevole al cittadino-sceriffo che leghisti e aennini a quel tempo caldeggiavano. E invece, no, perché Nordio, più che di destra è un liberale.

Per il liberale Nordio, quindi, la questione non andava posta nel modo in cui la intendevano i committenti politici, ovvero ‘fino a che punto lo Stato avesse il diritto di limitare la libertà del cittadino di difendersi’, ma semmai ‘fino a che punto lo Stato avesse il diritto di punire il cittadino che reagisce ad un reato che lo Stato stesso non è stato in grado di prevenire’. Perché questo – constata Nordio – è il compito dello Stato: prevenire che i cittadini subiscano violazioni della propria incolumità e dunque attacchi alla propria libertà.

Ecco, questa riflessione spiega – a mio avviso meglio di più sofisticate elucubrazioni – perché Berlusconi e le maggioranze che lo hanno sorretto nei successivi tre governi la riforma della giustizia non l’ha mai fatta: le istanze liberali che spingono ad avvertire l’urgenza della riforma del sistema penale – la depenalizzazione dei reati, le pene alternative, la persona al centro dell’ordinamento – non coincidono cone le priorità che hanno scatenato nel tempo le sincopatiche urgenze di premier & co.
Il povero Nordio, ad esempio, aveva provato a spiegare al suo guardasigilli che non è che si potesse mettere mano alla ‘legittima difesa’ senza una riforma organica del sistema di garanzie…ma i titoli dei giornali erano tutti sul ladro ucciso ed il ministro non aveva altro obiettivo che stare sul pezzo.

Alla politica, in buona sostanza, di riformare la giustizia non interessa una benemerita cippa.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

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