Libertiamo sbaglia a stare col centro. Intervista a Michele Boldrin/2

– Seconda parte, segue da ieri.

FLI ha presentato presso la Camera dei Deputati un DDL (a firma Raisi-Della Vedova) che – seguendo la strada indicata dalla “proposta Ichino” – si pone l’ambizioso obiettivo di ridisegnare radicalmente il mercato del lavoro, cancellando tutte le forme contrattuali attualmente in uso e sostituendole con un modello unico di contratto, a tempo indeterminato e con flessibilità in uscita. Si vuole liberare una generazione (la cosìdetta “Generazione 1000€”) dalle cinghie del precariato e degli stage a titolo gratuito, affiancando un sistema di tutele welfaristiche che verrà sostenuto con un innalzamento dell’età pensionabile. Cosa ne pensa della proposta? Può davvero “liberare” i giovani?

Ovviamente condivido sia lo spirito che la sostanza del disegno di legge. Apprezzo in particolare il tentativo di iniziare a disegnare un sistema di welfare integrato e moderno. La proposta è tecnicamente migliorabile ma va decisamente nella giusta direzione e la preferisco alle altre in circolazione. L’indennità di buona uscita mi sembra ancora troppo alta, decisamente troppo (si confronti, per esempio, la recente riforma spagnola su questo tema) ma il DDL sarebbe comunque un passo avanti. Non credo, però, che riformare i meccanismi contrattuali, di per se, possa “liberare” i giovani anche se si tratta d’una condizione necessaria.

Veniamo però al problema più generale. Io non condivido l’impostazione giovanilista del dibattito italiano anche se mi rendo perfettamente conto che venda sul piano elettorale. Attenti, però, a non confondere lo slogan con la sostanza ed a non perdere pezzi importanti per strada. Non mi pare che si tratti di liberare solo i giovani, occorre liberare anche quelli di mezza età e gli anziani produttivi. La contrapposizione, in Italia, è solo apparentemente fra giovani ed anziani. Essa appare tale solo perchè fra i giovani la percentuale di “non protetti” è particolarmente alta rispetto agli altri gruppi di età, ma la contrapposizione è altra ed è trasversale ai vari gruppi demografici. La vera contrapposizione, che dura dai tempi dell’unità e si è venuta solo “rivelando” ed accentuando negli ultimi decenni, è fra produttori e parassiti, fra chi compete e chi fa rent-seeking, fra utilizzatori dello stato e delle sue prebende e navigatori dei mari mercantili non protetti dalla politica.

Uso un esempio estremo ma importante per capire dove stia la questione. L’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia evidenzia una disparità enorme nelle dinamiche salariali non solo fra pubblico e privato ma anche, forse di più, all’interno del pubblico. I funzionari ministeriali – ossia la PA “ufficiale”, quella vicina al potere politico romano, quella responsabile per le follie burocratiche che paralizzano il paese – guadagnano, pro capita, circa un 30% reale più di otto anni fa. I dipendenti pubblici di scuola e sanità guadagnano, ceteris paribus, un 2-4% in più! Eppure, sia nell’azione di questo governo sia nel messaggio che la destra “liberale” manda al paese i tagli, gli attacchi frontali, il conflitto socio-politico è con i secondi, non con i primi! Ora, se guardo ad una qualsiasi misura obiettiva della produttività sociale della burocrazia romana ottengo numeri negativi: andrebbe eliminata al 90% e staremmo semplicemente meglio. Essa è, proprio fisicamente, lo stato parassita, centralista, controllore, incompetente, inutile che ci danneggia: sic et simpliciter. Invece il loro potere d’acquisto è aumentato del 30% in termini reali mentre il resto del paese languiva: ora mi spiego perchè San Cassiano in Badia, Corvara e Cortina siano sempre più infestate di ministeriali!

Fra i lavoratori pubblici della scuola e della sanità esiste, invece, una maggioranza di persone altamente produttive e capaci. Queste persone tengono in piedi due sistemi essenziali alla sopravvivenza del paese e lo fanno in cambio di compensi irrisori. Perchè mentre posso vivere senza CNEL o ministero della cultura è improbabile far funzionare il paese senza sistema sanitario ed educativo. Accanto a costoro, ovviamente, esiste un 20-30% di parassiti e protetti che tale sistema consumano e tendono a distruggere. Se vogliamo salvare il paese occorre vedere questo conflitto, capirlo, isolarlo e mobilitare con proposte credibili e creative la parte produttiva (che a mio avviso è maggioritaria) di questi lavoratori rompendo il legame ideologico che li mantiene succubi al resto, probabilmente attraverso il cordone sindacale. Quello è il problema. E questa è la ragione per cui l’approccio Brunetta non prova solo la crassa incompetenza del soggetto, genera anche sconquassi e peggiora le cose. Ed è anche la ragione per cui le riforme Gelmini-Tremonti del sistema scolastico ed universitario sono un grande passo indietro, non un passo avanti. Un doppio passo indietro, infatti: se alle prossime elezioni vince questa sinistra (quella fomentata ed agglutinata scientemente da questo governo, pensando che fosse la cosa più facile da sconfiggere) avremmo in questi ambiti delle contro-riforme ispirate al peggior populismo pan-sindacalista. Dopo il giro di walzer sarà tutto peggio di prima!

Lo stesso vale nel settore industriale: la contrapposizione dipendenti/imprenditori va superata facendo emergere la  contrapposizione protetti/non protetti. In Confindustria, di tanto in tanto, qualcuno sembra rendersene conto ma poi manca il coraggio della battaglia di lungo periodo e si passa all’incasso rapido dello sgravio fiscale di turno o del sussidio tremontiano via “mezzogiorno”. Ma l’incasso rapido, a fronte dei problemi italiani, salva solo chi è già dentro, non fa entrare chi sta fuori. E la mancanza di crescita italica si deve, soprattutto, all’aumentare inarrestabile del numero di coloro che sono “fuori dal giro”. La salvezza viene da chi sta fuori dal giro, non da chi c’è dentro.

Sono temi difficili, veramente difficili ed anche nuovi. Ma vanno affrontati o non c’è rinascita italiana.

L’Italia ha sempre avuto un deficit di idee/politiche liberali; i “liberali” hanno sempre contato (a parte qualche celebre eccezione) pochissimo/nulla. È colpa dei liberali stessi che si sono sempre più chiusi in circoli ristretti e non sono riusciti a trovare la giusta formula comunicativa della propria offerta politica, o ci sono altri fattori sociali-culturali? Cosa si potrebbe fare per poter rendere il liberalismo un’opzione appetibile e interessante agli occhi degli elettori?

Secondo lei cosa si dovrebbe fare, aldilà di ogni retorica e di tatticismo, per far rinascere quest’Italia? Ancor più Lei lo riterrebbe ancora possibile, o l’Argentina è l’inevitabile scogliera contro cui andrà a sbattere la nostra già malconcia nave?

Queste sono sia troppe domande che troppo difficili per un’intervista, oltre che per me. Occorrerebbe considerare almeno 200 anni di storia italiana, dalla rivoluzione francese circa ad oggi. Senza risalire al vecchio Mack Smith consiglio due libri recenti di storici inglesi. Uno, più leggero, si intitola “Dreams of Italy”, l’autore è David Gilmour (no, non quello dei Pink Floyd). L’altro “The Force of Destiny”, l’autore è Chris Duggan che sull’Italia ha scritto anche cose tecniche notevoli (questo titolo credo sia tradotto da Laterza). Se li leggi con attenzione trovi parziale risposta ad alcune delle domande che fai. Paradossalmente la storiografia italiana sembra non “vedere” certi temi che invece gli stranieri, specialmente gli inglesi, vedono con grande lucidità. Anche questo non è per caso: oltre ad aver sperimentato i meccanismi di una società che è da due secoli  liberal-democratica, lo storico inglese medio non ha il cervello fritto dal liceo classico. La storiografia italiana è o pura propaganda nazionalista (i destini gloriosi, il risorgimento, la patria rinata schiava di Roma, e via sciorinando fantasie), o reazionario-clericale (l’unificazione come fonte di tutti i mali, massonerie atee che cercano di distruggere l’unità religiosa del popolo italiano che si riconosce e fonda nel magistero papale) o marxista-azionista (qui le varianti sono tante, ma le chiavi di lettura sono sempre quelle della rivoluzione liberale “mancata” da un lato e della repubblica come grande discontinuità dall’altro).  Quest’ultima è la dominante ed è senza dubbio la migliore perchè, oltre ad essere praticata da gente sveglia, riconosce (in parte) la grande differenza fra l’Italia contemporanea ed il resto dell’Europa: l’assenza di una rivoluzione “anti-medievale” ed “anti-aristocratica” ha prodotto continuità, sia culturale che dell’apparato statale, fra l’Italia pre-moderna e quella contemporanea. Ma anche i migliori esponenti del filone azionista-marxista (fra quelli oggi attivi ho in mente, per esempio, Guido Crainz) sono fissati in questa idea che la Repubblica è stata un punto di grande cesura, di discontinuità storica in qualche modo “tradita” dai governi democristiani. Magari fosse così semplice. Il problema è che, invece, la cesura non c’è stata o è stata molto parziale.

Ci sono due fatti che gli stranieri vedono e gli italiani – almeno quelli residenti in Italia: Duggan ha “imparato” l’Italia da Luigi Meneghello, guarda caso – non vedono.

Il primo è il seguente: lo stato italiano e la cultura nazionale condivisa e diffusa sono la creazione di Crispi e dei suoi seguaci (al 30%) e di Mussolini e dei suoi seguaci (al 70%). Anzi, lo stato vero e proprio (nel senso di apparato reale dello stato) forse è ancora all’80% quello creato durante il ventennio fascista. Viviamo ancora nell’Italia creata per conto dei Savoia prima e dal regime fascista poi, non c’è stata alcuna discontinuità radicale. La maniera “popolare” di vedere tutto questo è che per il popolo italiano (soprattutto al Sud ma anche al Nord) lo stato è una cosa estranea ed opprimente, la cosa “pubblica” non ha valore, il senso di essere “cittadino” e non “suddito” è scarsamente diffuso. C’è una profonda realtà socio-culturale dietro a questi luoghi comuni. Purtroppo non si riesce a capire che per fare dei cittadini occorre, prima, far “saltare” questo apparato dello stato, introdurre una grande continuità. Invece, in Italia, abbiamo avuto un apparato dello stato e delle elites politico-intellettuali fondamentalmente aristocratiche che hanno cercato di “fare gli italiani”! Il federalismo avrebbe potuto essere un’occasione di discontinuità ma, sia per l’imbecillità leghista che per, appunto, il grande potere dell’apparato reale dello stato, ha vinto il gattopardismo e non è cambiato assolutamente nulla. La questione rimane: gli apparati dello stato italiano vanno smontati e rifatti altrimenti.

Il secondo problema, forse ancora più profondo, è che l’unificazione è stata quasi certamente una pessima idea. Piaccia o non piaccia, chi guarda l’Italia da fuori lo vede subito: ci sono due Italie, il cui confine sta in un intervallo territoriale grigio tra il Nord di Roma ed il Sud di Firenze su una costa e dalla parti di Ancona sull’altra. Questo problema irrisolto sta immarcescendo il paese perchè le disparità culturali, economiche e sociali delle due Italie “forzano”, per così dire, una costruzione statalista dell’interazione socio-economica, la giustificano culturalmente e la legittimano politicamente. In un mondo del genere non c’è spazio per una cultura liberale perchè ne mancano le basi materiali, i gruppi sociali di riferimento. La chiave di volta, a ben pensarci, è sempre la stessa e viene appunto da questo dualismo: lo stato deve intervenire per reprimere i briganti prima e le rivolte dei cafoni poi. Lo stato deve intervenire per fermare la “corruzione” amministrativa ed il controllo mafioso. Lo stato deve intervenire per “salvare” banche ed industria del Nord, proteggendole o IRI-zzandole. Lo stato deve intervenire per eliminare la minaccia rossa che viene dalle fabbriche del Nord. Lo stato deve intervenire per recuperare alla Repubblica il popolino meridionale monarco-fascista. Lo stato deve intervenire per facilitare l’integrazione degli emigranti al Nord. Lo stato deve intervenire per porre un argine al fenomeno migratorio riducendo le differenze economiche fra Nord e Sud. Lo stato deve intervenire per proteggere l’industria del Nord … La lista è infinita e, a ben pensarci, dietro ogni step cruciale c’è il dualismo. O ben nella forma di contrapposizione (il Nord contro i briganti prima e contro la mafia e la camorra poi, il Sud contro lo sfruttamento dell’immigrazione e contro il razzismo del Nord) o ben nella forma di “fonte di sussidio” (le tasse del Nord per i trasferimenti al Sud, il mercato del Sud come riserva di caccia delle imprese del Nord, l’apparato centrale dello stato come terreno d’occupazione della borghesia “laureata” meridionale …).

Tu dirai: cosa c’entra tutto questo con la mancanza di una “cultura” liberale in Italia? C’entra: in un mondo di questo tipo non c’è spazio materiale per meccanismi di mercato e quando lo spazio materiale non c’è quello culturale non può vivere sospeso in aria. Per cui nemmeno nasce o si manifesta in forme asfittiche (i liberali sono quelli a favore delle imprese e dei padroni), tutte ideologiche (la percentuale di libertari incoerenti dev’essere la più alta del mondo: i liberali italiani seguono la logica dei gruppuscoli marxisti-leninisti) e di contrapposizione (essere liberale vuol dire, anzitutto, essere anti-comunista, quindi sto con Berlusconi o la DC passi quel che passi). Prendi Montanelli, che oggi è diventato una specie di mito. Era uno anche simpatico ma come modello di liberale (fatti salvi alcuni colpi d’ala) non son certo di raccomandarlo. E perchè? Non tanto per i suoi libri di storia (altro vizietto italiano: intellettuali ideologici che diffondono verità rivelate) ma per la sua teoria, che fu pratica concreta ed insegnamento costante, di turarsi il naso (e le orecchie e gli occhi) e di votare democristiano. Un insegnamento che voi di Libertiamo, infatti, continuate a praticare. Prima con Berlusconi, un satrapo peronista che era ed è la negazione vivente dei principi liberal-democratici. Ora con Fini in questo “centro” che è, in realtà, una zuppa di voti clientelari privi d’un progetto politico. Quando guardo a FLI (ed ancor più ai gruppi di Casini e Rutelli) vedo soprattutto professionisti di lungo corso della politica romana in parcheggio, speranzosi-ansiosi che arrivi un incarico di governo prima che i voti disponibili si sciolgano perchè il parcheggio è stato troppo lungo.

Ora lo so che voi vi raccontate che fate da “pungolo”, ma è la stessa storia che vi raccontavate tre anni fa quando siete andati nel PdL! Raccomando la lettura di un piccolo dibattito fra Mario Seminerio e me, pubblicato al tempo su noiseFromAmerika … Quello che non sembrate capire è che questa del “pungolo” è la variante vostra del cosidetto “entrismo” dei gruppuscoli del ‘68 rispetto al PCI. Quando avete un momento chiedete a Massimo Cacciari di parlarvene. Dall’ambiguità non nasce una politica alternativa ed il professionista della politica lo si può pungolare due o tre volte, dopodichè o capisce che occorre dire e fare qualcosa di veramente diverso o il caso è chiuso. Mi sembra plateale, dopo un anno e passa, che Fini ha deciso di non capire quello che dovrebbe fare e dire per smarcarsi dal parcheggio e dalla liquefazione in cui si è infilato.

Sto predicando il “puri e duri”? Forse, ma credo l’opposto. Sto predicando, invece, che chi fa politica professionalmente e si definisce liberale cerchi di “stare da solo e chiamare a raccolta su un programma” invece che aderire a programmi, coalizioni, rassembramenti degli altri. Da questo punto di vista, credo, occorre imparare da questi ex rifondaroli che ora sono diventati SEL: se mandi un messaggio chiaro ed onesto, proponendo cose precise e fattibili (anche se, nel caso loro, dalle conseguenze sgradevoli) quel maledetto sbarramento minimo lo passi e diventi visibile a livello nazionale. Oggi le inchieste danno SEL al 9% e FLI al 3%, vi rendete conto? L’occasione oggi c’è perchè nello tsunami che travolgerà PdL e LN (può darsi riescano ad evitarlo con un pateracchio indecente coinvolgendo proprio voi del “centro”, ma lo dubito e mi auguro lavoriate per evitarlo) i pezzi salteranno da ogni lato ed i voti andranno in libera uscita, come e forse più che nel 1993-94. Siccome, tolta l’aria che i soldi di Berlusconi soffiavano in entrambi i palloni, non hanno mezza idea che sia mezza forse sarebbe il coraggio di spingerle autonomamente alcune idee per vedere se ad esse si incollano elettori che da costoro ora fuggono. La gente ci sarebbe e le idee ci sono, vedremo se avete il coraggio e la capacità di utilizzarli.

Tremonti bugiardo di professione. Intervista a Michele Boldrin/1 di Michele Dubini


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

10 Responses to “Libertiamo sbaglia a stare col centro. Intervista a Michele Boldrin/2”

  1. marcello scrive:

    Per conto mio io sono un lavoratore del tribunale e da quando sono entrato, nel 2000, a ora il reddito è aumentato da 1154 a 1400. Ma hanno tolto o comunque diminuito di molto il premio di produttività e con quei soldi, comunque appartenenti al personale e utilizzati per la contrattazione decentrata, una piccola parte sono stati utilizzati per aumentare lo stipendio.
    Coi soldi che prendo difficilmente riesco ad andare avanti e a mantenere altre 2 persone. Devo chiedere aiuto in famiglia e una parte deriva dall’affitto di un monolocale, dove il governo ha avuto anche la trovata di introdurre la regressiva cedolare.
    L’inflazione è salita molto di più dello stipendio e non parlo dei dati Istat che qualcuno mi ha detto che sono pure stati modificati. Anche se così non fosse non si può negare che l’inflazione sui beni di prima necessità sia aumentata molto di più di quanto sia aumentato lo stipendio. Se poi mi si dice che che i lavoratori precari stanno peggio la cosa mi rincresce ma non devo essere io che sto solo un po’ meglio di loro a pagare. La crisi, che in Italia c’è da quasi 10 anni, ha altri responsabili. Si inizino a far pagare loro.

  2. Cristian Cattalini scrive:

    Questa è una bella provocazione. Possiede delle basi culturali interessanti in fase di analisi e poi c’è la proposta secca, la provocazione. La sappiamo cogliere?

  3. marco scrive:

    La realtà è che il Fli è completamente incapace di rappresentare una visione liberale di centro destra.
    Basta guardare come si sta suicidando il PdL. Se Tremonti alza la tassazione sul risparmio questo è un voltafaccia clamoroso nei confronti di un bel mucchio di elettori provenienti dalla stessa forza italia.
    E il FLI non riesce a intercettare neanche un voto grazie ai cinguetti targati destra sociale di un certo Fini che non disdegna di accompagnarsi a D’alema. O grazie anche ai tentativi di Della Vedova di dare un senso all’innalzamento delle tasse inquadrandolo in un contesto di riforma complessivo. Fini dimostra di avere un fondamento ideologico essenzialmente socialista. Della Vedova di non avere nessun fondamento ideologico salvo quello del tirare a campare.

  4. Luigi Di Liberto scrive:

    Questo mi sembra un tipo che non ci gira troppo intorno alle cose e le tira giù senza nessuna remora. Complimenti!

    In sostanza dice che non vede spazi per una forza politica ispirata alla rivoluzione liberale ed ancora meno ad una liberista, ma che serve innanzitutto una forza riformatrice rivoluzionante che arrivi direttamente alla gente ed alle sue necessità ed aspirazioni. Io certo queste cose non lo so dire nei suoi termini ma l’ho già scritto più volte, si può e si deve certamente mantenere la bandiera Liberale ma deve essere sotto la forma riformatrice_rivoluzionante con un progetto di base che ridia forza al cittadino, rispetto ed a dispetto dei partiti, e con una forte propensione alla lotta pesante contro l’evasione fiscale e corruzione (il nuovo brigantinaggio), quindi non è che devo ripetere i punti fondanti di quello che FLI deve proporre come piattaforma elettorale se vuole ottenere consenso alle prossime elezioni, il vero problema sarà vedere se Fini accetta di mettere questo abito. Se Fini è lungimirante abbraccia la causa anche se ciò vuol dire che vi presentate alle elezioni da soli, perché non credo che Casini ci starebbe a fare il riformatore rivoluzionante (io lo vedo come il più conservatore di tutti) e tanto meno Rutelli (non fosse altro che per le persone che raccoglie in formazione anche se spero di sbagliare), i miei soli dubbi sono sulla collocazione che FLI deve comunque dichiarare per raccogliere i voti in libera uscita che ci saranno da PdL e LN, collocazione che comunque mi pare obbligata ed insita in questa rappresentanza, cioè a destra in antagonismo alla sinistra. Il rischio è che poi vi ritroviate pressoché obbligati a dover sostenere una maggioranza simile a questa attuale, anche se senza più Berlusconi premier ma lo stesso influentissimo nel governo.

    Non prendere in mano una vera bandiera riformatrice rivoluzionante vuol dire lasciarla malamente in mano al Movimento 5 Stelle su cui si andranno sempre più a rivolgere coloro che non vedono vere alternative, specie i delusi dalla LN, anche grazie alla loro “organizzazione” interna; i Grillini, pur cavalcando la demagogia populistica del loro Leader, non hanno organi che calano dall’alto le candidature ma se le scelgono da soli sul territorio, facce nuove ed estranee al sistema dominante.

  5. Mario Seminerio scrive:

    Il “piccolo dibattito” tra Michele e me è relativo a questo post, che ho linkato anche nell’intervista:

    http://www.libertiamo.it/2009/03/23/libertiamo-o-scherziamo-seminerio-e-boldrin-discutono-di-noi/

  6. Luigi Di Liberto scrive:

    In sostanza Boldrin queste cose già ve le diceva prima ed in effetti non è che gli possa dare torto neppure in quella discussione specialmente visto come sono andate le cose.

    Vabbè siete voi che dovete decidere, oltre ai valori aggreganti di cui state discutendo in altri topic, cosa mettere nel piatto programmatico alle prossime elezioni. Secondo me provate a vedere se si riuscite intanto ad avere la carta del menù di FLI, che per ora è una incognita, perché se le cose precipitano e si va a votare in autunno non è che potete andare a chiedere i voti tanto così sulla fiducia a Fini. Se invece l’idea è quella della coalizione con Casini e Rutelli allora le cose si fanno ancora più complicate, specialmente se Berlusconi non si ricandida.

  7. in effetti Della Vedova ed il gruppo di Libertiamo potrebbe anche uscir da FLI e tentare l’avventura all’insegna di “Stato minimo” visto che FLI pare non decollare elettoralmente ed avere idee piuttosto tentennanti in tema di liberismo.

    non credo però che sia tanto facile farlo per DellaVedova.

  8. Luigi Di Liberto scrive:

    Libertiamo uscire da FLI per andare da soli? Mi sembra del tutto improponibile, ormai Benedetto non può far altro giocare le sue carte in quella formazione ed io auspico che abbia fortuna. Il tema liberista, anche se qui l’ambiente mi da l’impressione di essere più fondato sul neoliberismo che sulla classica dottrina liberale, mi pare che al momento non sia in Italia spendibile elettoralmente, per cui credo che sia meglio ammainare la bandiera neoliberista e cercare di alzare quella LiberalSocialista, la quale mi sembra l’unica che FLI possa al momento provare a cavalcare, anche perché sarebbe una novità da molto tempo nella storia ibernata nelle fasi embrionali, in cui Libertiamo potrebbe essere la corrente di destra.

  9. corleone scrive:

    Della Vedova avrebbe fatto meglio ad uscire dal PdL in rottura con Tremonti e senza Fini.
    Più Della Vedova passa il tempo assieme a Bocchino e Fini, più la sua credibilità sprofonda.

  10. Rorschach scrive:

    Quando Della Vedova propose i riformatori liberali la gente semplicemente non c´era. Boldrin non sembra rendersi conto che le idee liberali sono considerate blasfeme dalla stragrande maggioranza dei cittadini e viste dai media come la peste (visto che colpirebbero gli stessi media, privandoli dei soldi pubblici, ad esempio). Chi é che ti finanzia, se il tuo programma politico é quello di svantaggiare tutti allo stesso livello, compreso colui che ti paga? Chi é che espone mediaticamente il tuo programma?
    Ma poi, un altro problema piú grave: chi va a votare leggendo i programmi?

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