– Seconda parte, segue da ieri.

FLI ha presentato presso la Camera dei Deputati un DDL (a firma Raisi-Della Vedova) che – seguendo la strada indicata dalla “proposta Ichino” – si pone l’ambizioso obiettivo di ridisegnare radicalmente il mercato del lavoro, cancellando tutte le forme contrattuali attualmente in uso e sostituendole con un modello unico di contratto, a tempo indeterminato e con flessibilità in uscita. Si vuole liberare una generazione (la cosìdetta “Generazione 1000€”) dalle cinghie del precariato e degli stage a titolo gratuito, affiancando un sistema di tutele welfaristiche che verrà sostenuto con un innalzamento dell’età pensionabile. Cosa ne pensa della proposta? Può davvero “liberare” i giovani?

Ovviamente condivido sia lo spirito che la sostanza del disegno di legge. Apprezzo in particolare il tentativo di iniziare a disegnare un sistema di welfare integrato e moderno. La proposta è tecnicamente migliorabile ma va decisamente nella giusta direzione e la preferisco alle altre in circolazione. L’indennità di buona uscita mi sembra ancora troppo alta, decisamente troppo (si confronti, per esempio, la recente riforma spagnola su questo tema) ma il DDL sarebbe comunque un passo avanti. Non credo, però, che riformare i meccanismi contrattuali, di per se, possa “liberare” i giovani anche se si tratta d’una condizione necessaria.

Veniamo però al problema più generale. Io non condivido l’impostazione giovanilista del dibattito italiano anche se mi rendo perfettamente conto che venda sul piano elettorale. Attenti, però, a non confondere lo slogan con la sostanza ed a non perdere pezzi importanti per strada. Non mi pare che si tratti di liberare solo i giovani, occorre liberare anche quelli di mezza età e gli anziani produttivi. La contrapposizione, in Italia, è solo apparentemente fra giovani ed anziani. Essa appare tale solo perchè fra i giovani la percentuale di “non protetti” è particolarmente alta rispetto agli altri gruppi di età, ma la contrapposizione è altra ed è trasversale ai vari gruppi demografici. La vera contrapposizione, che dura dai tempi dell’unità e si è venuta solo “rivelando” ed accentuando negli ultimi decenni, è fra produttori e parassiti, fra chi compete e chi fa rent-seeking, fra utilizzatori dello stato e delle sue prebende e navigatori dei mari mercantili non protetti dalla politica.

Uso un esempio estremo ma importante per capire dove stia la questione. L’ultima relazione del Governatore della Banca d’Italia evidenzia una disparità enorme nelle dinamiche salariali non solo fra pubblico e privato ma anche, forse di più, all’interno del pubblico. I funzionari ministeriali – ossia la PA “ufficiale”, quella vicina al potere politico romano, quella responsabile per le follie burocratiche che paralizzano il paese – guadagnano, pro capita, circa un 30% reale più di otto anni fa. I dipendenti pubblici di scuola e sanità guadagnano, ceteris paribus, un 2-4% in più! Eppure, sia nell’azione di questo governo sia nel messaggio che la destra “liberale” manda al paese i tagli, gli attacchi frontali, il conflitto socio-politico è con i secondi, non con i primi! Ora, se guardo ad una qualsiasi misura obiettiva della produttività sociale della burocrazia romana ottengo numeri negativi: andrebbe eliminata al 90% e staremmo semplicemente meglio. Essa è, proprio fisicamente, lo stato parassita, centralista, controllore, incompetente, inutile che ci danneggia: sic et simpliciter. Invece il loro potere d’acquisto è aumentato del 30% in termini reali mentre il resto del paese languiva: ora mi spiego perchè San Cassiano in Badia, Corvara e Cortina siano sempre più infestate di ministeriali!

Fra i lavoratori pubblici della scuola e della sanità esiste, invece, una maggioranza di persone altamente produttive e capaci. Queste persone tengono in piedi due sistemi essenziali alla sopravvivenza del paese e lo fanno in cambio di compensi irrisori. Perchè mentre posso vivere senza CNEL o ministero della cultura è improbabile far funzionare il paese senza sistema sanitario ed educativo. Accanto a costoro, ovviamente, esiste un 20-30% di parassiti e protetti che tale sistema consumano e tendono a distruggere. Se vogliamo salvare il paese occorre vedere questo conflitto, capirlo, isolarlo e mobilitare con proposte credibili e creative la parte produttiva (che a mio avviso è maggioritaria) di questi lavoratori rompendo il legame ideologico che li mantiene succubi al resto, probabilmente attraverso il cordone sindacale. Quello è il problema. E questa è la ragione per cui l’approccio Brunetta non prova solo la crassa incompetenza del soggetto, genera anche sconquassi e peggiora le cose. Ed è anche la ragione per cui le riforme Gelmini-Tremonti del sistema scolastico ed universitario sono un grande passo indietro, non un passo avanti. Un doppio passo indietro, infatti: se alle prossime elezioni vince questa sinistra (quella fomentata ed agglutinata scientemente da questo governo, pensando che fosse la cosa più facile da sconfiggere) avremmo in questi ambiti delle contro-riforme ispirate al peggior populismo pan-sindacalista. Dopo il giro di walzer sarà tutto peggio di prima!

Lo stesso vale nel settore industriale: la contrapposizione dipendenti/imprenditori va superata facendo emergere la  contrapposizione protetti/non protetti. In Confindustria, di tanto in tanto, qualcuno sembra rendersene conto ma poi manca il coraggio della battaglia di lungo periodo e si passa all’incasso rapido dello sgravio fiscale di turno o del sussidio tremontiano via “mezzogiorno”. Ma l’incasso rapido, a fronte dei problemi italiani, salva solo chi è già dentro, non fa entrare chi sta fuori. E la mancanza di crescita italica si deve, soprattutto, all’aumentare inarrestabile del numero di coloro che sono “fuori dal giro”. La salvezza viene da chi sta fuori dal giro, non da chi c’è dentro.

Sono temi difficili, veramente difficili ed anche nuovi. Ma vanno affrontati o non c’è rinascita italiana.

L’Italia ha sempre avuto un deficit di idee/politiche liberali; i “liberali” hanno sempre contato (a parte qualche celebre eccezione) pochissimo/nulla. È colpa dei liberali stessi che si sono sempre più chiusi in circoli ristretti e non sono riusciti a trovare la giusta formula comunicativa della propria offerta politica, o ci sono altri fattori sociali-culturali? Cosa si potrebbe fare per poter rendere il liberalismo un’opzione appetibile e interessante agli occhi degli elettori?

Secondo lei cosa si dovrebbe fare, aldilà di ogni retorica e di tatticismo, per far rinascere quest’Italia? Ancor più Lei lo riterrebbe ancora possibile, o l’Argentina è l’inevitabile scogliera contro cui andrà a sbattere la nostra già malconcia nave?

Queste sono sia troppe domande che troppo difficili per un’intervista, oltre che per me. Occorrerebbe considerare almeno 200 anni di storia italiana, dalla rivoluzione francese circa ad oggi. Senza risalire al vecchio Mack Smith consiglio due libri recenti di storici inglesi. Uno, più leggero, si intitola “Dreams of Italy”, l’autore è David Gilmour (no, non quello dei Pink Floyd). L’altro “The Force of Destiny”, l’autore è Chris Duggan che sull’Italia ha scritto anche cose tecniche notevoli (questo titolo credo sia tradotto da Laterza). Se li leggi con attenzione trovi parziale risposta ad alcune delle domande che fai. Paradossalmente la storiografia italiana sembra non “vedere” certi temi che invece gli stranieri, specialmente gli inglesi, vedono con grande lucidità. Anche questo non è per caso: oltre ad aver sperimentato i meccanismi di una società che è da due secoli  liberal-democratica, lo storico inglese medio non ha il cervello fritto dal liceo classico. La storiografia italiana è o pura propaganda nazionalista (i destini gloriosi, il risorgimento, la patria rinata schiava di Roma, e via sciorinando fantasie), o reazionario-clericale (l’unificazione come fonte di tutti i mali, massonerie atee che cercano di distruggere l’unità religiosa del popolo italiano che si riconosce e fonda nel magistero papale) o marxista-azionista (qui le varianti sono tante, ma le chiavi di lettura sono sempre quelle della rivoluzione liberale “mancata” da un lato e della repubblica come grande discontinuità dall’altro).  Quest’ultima è la dominante ed è senza dubbio la migliore perchè, oltre ad essere praticata da gente sveglia, riconosce (in parte) la grande differenza fra l’Italia contemporanea ed il resto dell’Europa: l’assenza di una rivoluzione “anti-medievale” ed “anti-aristocratica” ha prodotto continuità, sia culturale che dell’apparato statale, fra l’Italia pre-moderna e quella contemporanea. Ma anche i migliori esponenti del filone azionista-marxista (fra quelli oggi attivi ho in mente, per esempio, Guido Crainz) sono fissati in questa idea che la Repubblica è stata un punto di grande cesura, di discontinuità storica in qualche modo “tradita” dai governi democristiani. Magari fosse così semplice. Il problema è che, invece, la cesura non c’è stata o è stata molto parziale.

Ci sono due fatti che gli stranieri vedono e gli italiani – almeno quelli residenti in Italia: Duggan ha “imparato” l’Italia da Luigi Meneghello, guarda caso – non vedono.

Il primo è il seguente: lo stato italiano e la cultura nazionale condivisa e diffusa sono la creazione di Crispi e dei suoi seguaci (al 30%) e di Mussolini e dei suoi seguaci (al 70%). Anzi, lo stato vero e proprio (nel senso di apparato reale dello stato) forse è ancora all’80% quello creato durante il ventennio fascista. Viviamo ancora nell’Italia creata per conto dei Savoia prima e dal regime fascista poi, non c’è stata alcuna discontinuità radicale. La maniera “popolare” di vedere tutto questo è che per il popolo italiano (soprattutto al Sud ma anche al Nord) lo stato è una cosa estranea ed opprimente, la cosa “pubblica” non ha valore, il senso di essere “cittadino” e non “suddito” è scarsamente diffuso. C’è una profonda realtà socio-culturale dietro a questi luoghi comuni. Purtroppo non si riesce a capire che per fare dei cittadini occorre, prima, far “saltare” questo apparato dello stato, introdurre una grande continuità. Invece, in Italia, abbiamo avuto un apparato dello stato e delle elites politico-intellettuali fondamentalmente aristocratiche che hanno cercato di “fare gli italiani”! Il federalismo avrebbe potuto essere un’occasione di discontinuità ma, sia per l’imbecillità leghista che per, appunto, il grande potere dell’apparato reale dello stato, ha vinto il gattopardismo e non è cambiato assolutamente nulla. La questione rimane: gli apparati dello stato italiano vanno smontati e rifatti altrimenti.

Il secondo problema, forse ancora più profondo, è che l’unificazione è stata quasi certamente una pessima idea. Piaccia o non piaccia, chi guarda l’Italia da fuori lo vede subito: ci sono due Italie, il cui confine sta in un intervallo territoriale grigio tra il Nord di Roma ed il Sud di Firenze su una costa e dalla parti di Ancona sull’altra. Questo problema irrisolto sta immarcescendo il paese perchè le disparità culturali, economiche e sociali delle due Italie “forzano”, per così dire, una costruzione statalista dell’interazione socio-economica, la giustificano culturalmente e la legittimano politicamente. In un mondo del genere non c’è spazio per una cultura liberale perchè ne mancano le basi materiali, i gruppi sociali di riferimento. La chiave di volta, a ben pensarci, è sempre la stessa e viene appunto da questo dualismo: lo stato deve intervenire per reprimere i briganti prima e le rivolte dei cafoni poi. Lo stato deve intervenire per fermare la “corruzione” amministrativa ed il controllo mafioso. Lo stato deve intervenire per “salvare” banche ed industria del Nord, proteggendole o IRI-zzandole. Lo stato deve intervenire per eliminare la minaccia rossa che viene dalle fabbriche del Nord. Lo stato deve intervenire per recuperare alla Repubblica il popolino meridionale monarco-fascista. Lo stato deve intervenire per facilitare l’integrazione degli emigranti al Nord. Lo stato deve intervenire per porre un argine al fenomeno migratorio riducendo le differenze economiche fra Nord e Sud. Lo stato deve intervenire per proteggere l’industria del Nord … La lista è infinita e, a ben pensarci, dietro ogni step cruciale c’è il dualismo. O ben nella forma di contrapposizione (il Nord contro i briganti prima e contro la mafia e la camorra poi, il Sud contro lo sfruttamento dell’immigrazione e contro il razzismo del Nord) o ben nella forma di “fonte di sussidio” (le tasse del Nord per i trasferimenti al Sud, il mercato del Sud come riserva di caccia delle imprese del Nord, l’apparato centrale dello stato come terreno d’occupazione della borghesia “laureata” meridionale …).

Tu dirai: cosa c’entra tutto questo con la mancanza di una “cultura” liberale in Italia? C’entra: in un mondo di questo tipo non c’è spazio materiale per meccanismi di mercato e quando lo spazio materiale non c’è quello culturale non può vivere sospeso in aria. Per cui nemmeno nasce o si manifesta in forme asfittiche (i liberali sono quelli a favore delle imprese e dei padroni), tutte ideologiche (la percentuale di libertari incoerenti dev’essere la più alta del mondo: i liberali italiani seguono la logica dei gruppuscoli marxisti-leninisti) e di contrapposizione (essere liberale vuol dire, anzitutto, essere anti-comunista, quindi sto con Berlusconi o la DC passi quel che passi). Prendi Montanelli, che oggi è diventato una specie di mito. Era uno anche simpatico ma come modello di liberale (fatti salvi alcuni colpi d’ala) non son certo di raccomandarlo. E perchè? Non tanto per i suoi libri di storia (altro vizietto italiano: intellettuali ideologici che diffondono verità rivelate) ma per la sua teoria, che fu pratica concreta ed insegnamento costante, di turarsi il naso (e le orecchie e gli occhi) e di votare democristiano. Un insegnamento che voi di Libertiamo, infatti, continuate a praticare. Prima con Berlusconi, un satrapo peronista che era ed è la negazione vivente dei principi liberal-democratici. Ora con Fini in questo “centro” che è, in realtà, una zuppa di voti clientelari privi d’un progetto politico. Quando guardo a FLI (ed ancor più ai gruppi di Casini e Rutelli) vedo soprattutto professionisti di lungo corso della politica romana in parcheggio, speranzosi-ansiosi che arrivi un incarico di governo prima che i voti disponibili si sciolgano perchè il parcheggio è stato troppo lungo.

Ora lo so che voi vi raccontate che fate da “pungolo”, ma è la stessa storia che vi raccontavate tre anni fa quando siete andati nel PdL! Raccomando la lettura di un piccolo dibattito fra Mario Seminerio e me, pubblicato al tempo su noiseFromAmerika … Quello che non sembrate capire è che questa del “pungolo” è la variante vostra del cosidetto “entrismo” dei gruppuscoli del ‘68 rispetto al PCI. Quando avete un momento chiedete a Massimo Cacciari di parlarvene. Dall’ambiguità non nasce una politica alternativa ed il professionista della politica lo si può pungolare due o tre volte, dopodichè o capisce che occorre dire e fare qualcosa di veramente diverso o il caso è chiuso. Mi sembra plateale, dopo un anno e passa, che Fini ha deciso di non capire quello che dovrebbe fare e dire per smarcarsi dal parcheggio e dalla liquefazione in cui si è infilato.

Sto predicando il “puri e duri”? Forse, ma credo l’opposto. Sto predicando, invece, che chi fa politica professionalmente e si definisce liberale cerchi di “stare da solo e chiamare a raccolta su un programma” invece che aderire a programmi, coalizioni, rassembramenti degli altri. Da questo punto di vista, credo, occorre imparare da questi ex rifondaroli che ora sono diventati SEL: se mandi un messaggio chiaro ed onesto, proponendo cose precise e fattibili (anche se, nel caso loro, dalle conseguenze sgradevoli) quel maledetto sbarramento minimo lo passi e diventi visibile a livello nazionale. Oggi le inchieste danno SEL al 9% e FLI al 3%, vi rendete conto? L’occasione oggi c’è perchè nello tsunami che travolgerà PdL e LN (può darsi riescano ad evitarlo con un pateracchio indecente coinvolgendo proprio voi del “centro”, ma lo dubito e mi auguro lavoriate per evitarlo) i pezzi salteranno da ogni lato ed i voti andranno in libera uscita, come e forse più che nel 1993-94. Siccome, tolta l’aria che i soldi di Berlusconi soffiavano in entrambi i palloni, non hanno mezza idea che sia mezza forse sarebbe il coraggio di spingerle autonomamente alcune idee per vedere se ad esse si incollano elettori che da costoro ora fuggono. La gente ci sarebbe e le idee ci sono, vedremo se avete il coraggio e la capacità di utilizzarli.

Tremonti bugiardo di professione. Intervista a Michele Boldrin/1 di Michele Dubini