– C’è da ormai molti anni  un elemento contraddittorio nel nostro sistema fiscale: da un lato una tassazione del lavoro e di altre forme di reddito particolarmente gravosa, dall’altro un trattamento fiscale del risparmio molto vantaggioso, dovuto storicamente al tentativo di rendere appetibili i bond di uno Stato molto indebitato. Se la premessa da cui si parte per una riforma complessiva del fisco è questa asimmetria, un riordino della tassazione del risparmio non può essere disgiunto da una incisiva e generale riforma della tassazione. Una maggiore omogeneità tra le aliquote sulle varie tipologie di reddito sarebbe auspicabile: considerata l’elevata pressione fiscale italiana, ciò è possibile solo accompagnando all’eventuale aumento dell’aliquota sui redditi da capitale una robusta diminuzione della tassazione sul lavoro.

Un’ipotesi che circola – quella di differenziare le aliquote sul risparmio sulla base del reddito personale, magari attraverso l’introduzione per i redditi medio-alti di un’aliquota più alta rispetto a quella attuale – non avrebbe vantaggi significativi in termini di gettito e di contro incentiverebbe pratiche elusive e fughe di capitali all’estero. Andrebbe evitata anche l’eventualità di una tassazione minore per i titoli di stato rispetto agli investimenti finanziari nel privato: si tratterebbe di una scelta evidentemente distorsiva, un disincentivo agli investimenti nei settori che più contribuiscono a “fare” il PIL a favore del debito pubblico.

Insomma, intervenire sulla tassazione del risparmio non è un sacrilegio, ma è opportuno farlo solo se si affronta con responsabilità e coraggio l’intera “questione fiscale”, evitando scelte demagogiche ed economicamente poco utili a perseguire il vero obiettivo mancato di questo governo: la crescita economica.