Categorized | Capitale umano

Centrodestra: che significa “legalità, nazione, merito”?

-L’ottimo pezzo di Pietro Monsurrò sui tre concetti di legalità, nazione e merito come fulcro della nuova destra, ma da declinare in senso il più possibile liberale, mi trova d’accordo su alcune conclusioni, e soprattutto sulla questione di metodo, cioè che devono essere ben definiti perché possono variamente intendersi.
Con questo intervento intendo appunto definirli nel modo migliore possibile.Parlando di legalità, credo che Pietro si riferisse piuttosto ad “ordine”. Non ha torto: la destra liberale, più di altre destre, è sempre stata una ideologia dell’ordine. Semplificando molto, infatti, la “destra” fascista andò al potere attraverso una serie di attività che con l’ordine avevano ben poco a che fare, sebbene autogiustificate dalla necessità (vera o presunta, qui non importa) di una reazione al “biennio rosso”. Varrebbe comunque la pena di leggere in merito il pensiero dell’anziano Giolitti, che fu privilegiato osservatore (liberale) di quel periodo.

La legalità è piuttosto il principio per il quale gli organi dello Stato devono agire secondo la legge, che determina sia quali sono i poteri di detti organi, sia in che modo possono essere esercitati. Un altro principio di legalità è il risultato di una celebre accoppiata: nulla poena sine lege e nullum crimen sine iniuria.

Queste tre forme di “legalità” sono il manifesto del garantismo giuridico liberale. Ci dicono che lo Stato si pone al servizio dei cittadini, a partire dalla pubblica amministrazione fino al giudice penale, e che nessun organo o funzionario dello Stato può agire arbitrariamente. Lo Stato liberale si fonda anche su questi principi. Sarebbe interessante capire se sussistono, nel nostro Paese, margini di miglioramento. Pietro in effetti affronta la questione quando cita i mesi di carcere preventivo per Silvio Scaglia (ma anche per tanti altri, famosi e non). Una battaglia tipicamente di destra liberale potrebbe quindi essere quella di promuovere miglioramenti sul terreno del principio di legalità, così come definito poc’anzi.

Sulla nazione le cose si fanno più complicate. Pur condividendo il pensiero di Pietro (secondo cui occorre stare molto attenti a mettere la propria nazione sul piedistallo), la sua conclusione è trans-nazionale: secondo lui, infatti, il liberale “deve la sua lealtà ai principi, non alle persone, e neanche alle istituzioni”. Ma chiunque abbia un ideale è per definizione leale ai suoi principi, e talvolta più ad essi che allo Stato: come non ricordare, per esempio, il neutralismo dei socialisti italiani sulla Prima Guerra Mondiale, frutto (al contrario del pragmatico neutralismo di alcuni liberali) del principio internazionalista che vedeva come un inganno la guerra tra eserciti e reale, invece, la lotta di classe trans-nazionale?

Right or wrong, it’s my Country è senz’altro un motto “familista” applicato all’intera comunità nazionale, e come tale porta anche a storture. Un partito liberale deve avere il coraggio di non incorrere nell’errore del “familismo”. E tuttavia occorre chiarire che la prassi politica liberale moderna nasce proprio nella fondazione degli Stati nazionali. Il nazionalismo di Prezzolini (che semplificava di gran lunga le cose, quando nel “Manifesto dei conservatori” scriveva che al conservatore piace “il proprio puzzo” mentre il progressista preferisce “l’odore dello straniero”) non appartiene a un liberale serio, ma l’idea di nazione è nel suo dna.

Amare la propria nazione, per un liberale, non significa perdonare al proprio Paese gli errori come si perdonerebbero a un genitore, ma essere consapevoli che la nazione è fatta di individui, non è un’entità astratta, e quindi gli errori della nazione sono errori di individui “speciali”: i connazionali. Amare la propria nazione, per la destra liberale, vuol dire impegnarsi a fondo per correggere tali errori. Il contrario (per l’appunto, come dice Pietro) di right or wrong, it’s my Country.

E nei rapporti internazionali? Un partito liberale vede nella pax occidentalis un’irrinunciabile conquista. Tuttavia non crede che le relazioni siano improntate al “volemosebbene“, soprattutto se a senso unico. E’ quindi orgoglioso dell’identità nazionale, che non è né liberale né illiberale perché è composta di elementi culturali (in senso antropologico, naturalmente) ed economici.

C’è inoltre un punto molto significativo della difesa della nazione per un liberale. Nel rapporto dialettico tra Stati, fucili e cannoni sono stati per lo più soppiantati da altre forme di lotta, ma se di lotta si tratta, non vedo la ragione per cui la destra liberale debba rinunciarvi. Semmai è la lotta fine a se stessa che disturba l’animo liberale.

Spiego con un esempio. La differenza tra la destra liberale e altre destre è che, ad esempio, i conservatori “nazionalisti” vedranno come un attacco la scalata di Lactalis su Parmalat, ma non è da destra liberale ritenere che il proprio prodotto nazionale non vada mai difeso. Senza protezionismi beceri, è chiaro. Ma mentre per un estremista del libero mercato è sufficiente affermare che, se Lactalis è più efficiente di Parmalat, è giusto che Lactalis si mangi (o si beva!) Parmalat, per la destra liberale è necessario affrontare il tema, ad esempio, dei costi di trasporto delle merci e delle materie prime. Nella competizione economica internazionale, insomma, un partito liberale non è per forza esterofilo pur di non mostrarsi nazionalista.

Il merito, infine. Un partito liberale non può non fondarsi anche sulla meritocrazia, e la corretta constatazione di Pietro che il funzionario pubblico non è sufficientemente stimolato a far bene non implica che non lo si possa stimolare. Da ormai quasi vent’anni in Europa si è affermata la Nuova Pubblica Amministrazione, con cui si è (in estrema sintesi) cercato di introdurre metodi tipici dell’impresa nella gestione e nel controllo della cosa pubblica.

Alla NPA si possono avanzare numerose critiche anche da parte liberale, ma uno dei punti più importanti, guarda caso, è stato quello di ridurre l’arbitrarietà dell’azione del burocrate con procedure più trasparenti, dargli autonomia dal potere politico costringendolo però a dar conto periodicamente della sua azione al “committente”, obbligandolo all’efficienza, proprio come deve fare un manager in un’impresa. Allo stesso tempo si è introdotto il processo di valutazione delle politiche pubbliche, che (nei Paesi seri) è stringente. In Italia le riforme Bassanini degli anni ’90 hanno provato ad avvicinare la pubblica amministrazione a questo modello, ma non sono state abbastanza coraggiose.

E poi c’è il merito nel privato. Un partito di destra liberale non può ignorare che l’Italia soffra di mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Il meritevole (che sia imprenditore, studente, libero professionista, donna lavoratrice) non di rado non ha nemmeno occasione di dimostrare di esserlo. Di solito meritevole vuole dire che s’impegna a fondo per il suo obiettivo: trovo invece alquanto antiscientifica l’idea del talento “naturale” come base del merito. Per esempio, ogni musicista sa che non c’è un talento naturale “di musicista” in lui, ma soltanto un’abnegazione fuori dal comune che l’ha portato a ciò che è. Semmai qualità naturali sono la scarsa necessità di sonno, la buona salute generale, un fisico più resistente, neuroni più attivi: tutti “talenti” non meritevoli di tutela.

Per concludere, sono favorevole alla proposta di Pietro di basare l’identità di un partito di destra liberale sulla legalità, la nazione e il merito, ma (come ho cercato di spiegare) declinati in senso leggermente diverso.


Autore: Massimiliano Melley

Nato a Milano nel 1975, si è laureato in Scienze Politiche a Milano e ha conseguito un master in Spettacolo Impresa Società alla Bicocca (facoltà di Sociologia). Ha scritto di politica lombarda ed estera su "L'Opinione" e attualmente collabora con il quotidiano online "Milano Today".

One Response to “Centrodestra: che significa “legalità, nazione, merito”?”

  1. marcello scrive:

    Non è stato affrontato il tema della laicità. La destra liberale afferma la regola della libera chiesa in libero stato e non si ingerisce nell’etica individuale.

Trackbacks/Pingbacks