Amina, ci siamo cascati tutti. Ma non è “colpa di Internet”

– Per lei si sono raccolte firme. Per lei si sono creati gruppi di solidarietà. Per lei sono apparsi articoli sui giornali di tutto il mondo.
Peccato che lei, Amina Abdallah Arraf, non sia mai esistita.

La blogger siriana che, dalle pagine di “A Gay Girl in Damascus“, scriveva vibranti invettive contro il regime di Assad era in realtà tale Tom MacMaster, americano, che ha inventato, afferma, il personaggio di Amina per mettere alla prova le proprie qualità letterarie. E ha fatto il botto, come si dice: ha conquistato migliaia di lettori, entusiasti all’idea di apprendere notizie della realtà mediorientale da una persona che in quella realtà diceva di vivere. Migliaia di lettori che, probabilmente, sono stati incuriositi anche dalla particolare situazione di Amina, nata negli USA, residente in Siria, musulmana e lesbica.

Acutamente è stato notato: “Come nelle migliori chat su Internet, la donna era in realtà un uomo“. In effetti, non è certo questa la prima volta in cui, approfittando della comunicazione virtuale, qualcuno finge per qualche motivo di essere qualcun altro: bisogna dire, però, che raramente il gioco riesce bene al punto da mobilitare canali diplomatici, firme prestigiose del giornalismo mondiale, persone comuni e attivisti politici di tutto il mondo, che hanno promosso manifestazioni e petizioni per il rilascio dell’inesistente Amina.

E’ significativo che MacMaster, a mettere online il blog di “Amina” e a farle scrivere di persecuzioni da parte di uomini del regime di Assad, ci avesse già provatoa quanto dichiaralo scorso autunno. All’epoca, però, Amina nessuno se l’è filata. Quando sul blog apparve la notizia che suo marito (nella versione precedente, infatti, la giovane era sposata), di origini ebraiche e passaporto americano, era stato rapito dall’esercito di Assad, dai lettori arrivò soltanto un commento, e nemmeno molto sentito: “This kinda sucks”, all’incirca “Bello schifo”.

Uno dei probabili motivi di questo disinteresse è il fatto che, nell’autunno 2010, di rivolte nei Paesi arabi non si parlava minimamente, e quindi scrivere di Siria e di persecuzioni del regime era, come dire, poco cool; un altro motivo è il fatto che mancava nel personaggio l’elemento dell’omosessualità, il quale contribuiva a dare originalità (e forse, secondo MacMaster, un pizzico di sensualità, che è il primo motore della curiosità umana) alla storia raccontata. Visto l’orientamento politico di MacMaster sul tema “Israele”, inoltre, è possibile che questi abbia trovato più facile e “naturale” scrivere di persecuzioni legate all’omosessualità piuttosto che alle origini ebraiche del perseguitato.

Così, a margine, potremmo notare che, vista la propaganda anti-israeliana portata avanti nel blog, MacMaster sia stato un po’ in malafede ad inventarsi un’identità siriana per scrivere (anche) di politica mediorientale: ha trovato, in effetti, un modo per attribuirsi un’autorevolezza che non aveva e per diffondere le proprie opinioni come se fossero fatti incontrovertibili. Tuttavia, soprattutto grazie a chi non la pensa come MacMaster, nel mondo esiste libertà di stampa e di opinione, e dunque nessuno vuol mettere in discussione che l’inventore di Amina avesse il pieno diritto di fare ciò che ha fatto. Inoltre, ha ammesso pubblicamente il proprio inganno, quindi non vogliamo criticarne ulteriormente le scelte.

Resta, però, il fatto che “Amina” ha abbindolato tutti: non solo il “popolo di Facebook” o i blogger che diffondono notizie senza un vero intento giornalistico, ma anche i giornalisti veri, quelli fighi, quelli della TV e della carta stampata, quelli delle c.d. “testate autorevoli” che ai blogger di solito guardano con sufficienza e antipatia.

Naturalmente, in questo caso di disinformazione come in altri, c’è stato chi ha cercato di addossare tutta la colpa ad Internet, come se la responsabilità dell’uso sbagliato e ingannevole di un mezzo di comunicazione fosse del mezzo stesso e non di chi lo usa male. E’ vero che, come anche con Paolo Attivissimo si è ribadito, Internet offre ad ognuno di noi la possibilità di diventare “editore di se stesso”, e di diffondere contenuti, notizie, informazioni potenzialmente in tutto il mondo; questo però non deve per forza significare che tutte le fonti, siccome hanno (semplificando grossolanamente) le stesse potenzialità di diffusione, debbano avere anche la stessa attendibilità.

E’ certamente grave che tutti noi, spesso, paghi di illuderci di fare la rivoluzione con un click, preferiamo accettare acriticamente le notizie che si accordano col nostro modo di pensare e rifiutare le altre; è ancora più grave, però, che quest’atteggiamento, anziché essere contrastato dal giornalismo tradizionale, venga da esso cavalcato ed estremizzato, salvo poi, quando si scopre la bufala, addossare tutte le colpe “ad Internet” che dà le informazioni false.

Il fatto che le prime ricerche sull’effettiva esistenza di Amina siano state fatte via Twitter smentisce clamorosamente l’affermazione che sia “Internet” il responsabile della disinformazione: al contrario, come via Internet si era diffusa la storia di Amina, così grazie ad uno strumento Internet si è potuto appurare che quella storia era falsa e quella persona non esisteva.
Non è tanto grave, insomma, che un buontempone americano abbia creato la bufala della blogger Amina, e che altri blogger, in buona fede, ci abbiano creduto; ciò che è grave, semmai, è il fatto che anche le redazioni di importanti quotidiani internazionali siano cascate nella trappola, e che abbiano addirittura pubblicato, come il Guardian, interviste ad Amina senza averla mai né vista né sentita per telefono.

Qui, signori, è inutile nascondersi dietro un dito: il colpo all’attendibilità del Guardian non l’ha dato Internet, ma chi, nella redazione di questo giornale, ha materialmente scelto di non verificare la favoletta della ragazza omosessuale di Damasco prima di pubblicarla. In fondo, si sarà detto, è una storia così bella, così politically correct, così vendibile, vedere in faccia o sentire per telefono chi la racconta non è indispensabile: l’importante è che sia in linea con quel che vogliamo dire noi.

Un errore che ci si può aspettare, e che si può ammettere, da un blogger che nessuno paga per scrivere e da cui nessuno si aspetta autorevolezza, o da un utente di Facebook che vede la causa di Amina e vi aderisce, pensando così di poterla aiutare: un errore che, però, non ci si aspetta, e che quindi fa molto più danno, quando a compierlo è chi sarebbe invece pagato per informare e per verificare l’attendibilità delle informazioni che diffonde.

Dice bene Luca Ricolfi, in questo suo articolo: nell’era di Internet, è quanto mai importante che ognuno affini ed eserciti il proprio spirito critico, per evitare di credere – acriticamente, appunto – a tutte le bufale che gli vengono propinate. Ognuno, però, vuol dire proprio “ognuno”: i giornalisti non sono esentati per anzianità di servizio o per prestigio acquisito. Nemmeno i giornalisti delle Importanti Testate Internazionali.

Perché altrimenti, per loro, c’è una brutta notizia: nell’era di Internet esiste chi, via Internet, è perfino capace di verificare le fonti. E, se loro non imparano quanto prima, farà presto a sbugiardarli.


Autore: Marianna Mascioletti

Nata a L'Aquila nel 1983. E’ stata dirigente politica dell’Associazione Luca Coscioni e tra gli ideatori del giornale e web magazine Generazione Elle. Fa cose, vede gente, cura il sito.

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