di LUCIO SCUDIERO – Anch’io, come gli studenti dell’ultimo anno delle superiori, mi sono cimentato con le tracce della prova d’italiano assegnata agli esami di maturità. Ho scelto quella d’ambito socio economico, dal tema ‘Siamo quel che mangiamo?’. Quello che segue è lo svolgimento.

Nel Belpaese il cibo è tutto. Simbolo di identità riconosciuto e riconoscibile dall’esterno, i pasti sono la preghiera del muezzin che scandisce le ore del giorno. A chi sfugge che siamo soliti indicare l’orario degli appuntamenti attraverso essi? “Ci vediamo a cena” o “ quando prendiamo un caffè insieme” sono declinazioni comuni della nostra griglia di orientamento temporale. Il cibo è algoritmo di socialità. L’italiano, insomma, parla come mangia.

Biologico, per esempio.  “Pochissimi conoscono la salubrità di un alimento”, dichiara Massimo Volpe, presidente del Sirpec. Molti infatti si nutrono di sciocchezze. Pochi sanno che il cibo biologico, contrariamente a quel che si crede, fa più “male” di quello convenzionale, prodotto con l’uso di pesticidi. Numerose pubblicazioni scientifiche testimoniano l’assenza di un qualsiasi effetto benefico di alimenti biologici sulla salute dell’uomo; anzi, in alcuni casi, esso risulta addirittura peggiore. Ma costa di più e dà soddisfazione al consumatore drogato di retorica salutista. Dire biologico, oggi, è dire “sano”. Ma così non si va lontano.

I redditi agricoli italiani sono crollati negli ultimi anni per assenza di prospettive innovative, nel processo e nel prodotto, nonostante o forse a causa dei sussidi pubblici elargiti. Ma l’italiano parla come mangia, per cui se mangia biologico, non può dire, per esempio, Ogm. Nonostante non sappia affatto di cosa sta parlando, o forse proprio per questo.

Al solo sentire l’acronimo, l’uomo medio immagina spaventosi inserti capaci di trasmutare il corpo in mostro e la terra in un deserto biologico, infertile e contaminato. Se solo pensasse alla penicillina o all’insulina ogm e alle vite che, tutti i giorni, salva, anche dei fanatici del “biologico” e dell’ogm free.

Se solo pensasse alle varietà di semi Ogm capaci di resistere alla siccità dei terreni africani, capirebbe che le suggestioni da cui è affascinato, come l’agricoltura di sussistenza o a chilometro zero, sono vezzi da occidentale pasciuto. Il quale è ciò che mangia, cioè un organismo in salute che vive bene e a lungo, perché mangia bene e variamente. Mentre altrove, per lo stesso materialistico principio – si è ciò che si mangia, cioè poco o niente – si muore con le mosche attaccate al collo.

Se il cibo è energia allora dobbiamo prendere atto che l’attuale sistema di produzione alimentare è fallimentare. Come scrive Carlo Petrini, l’attuale sistema di produzione alimentare è fallimentare. Rectius, è fallimentare il sistema di produzione europeo, specificamente quello italiano. Nei confini del Vecchio Continente si produce molto di più di quel che si consuma, il surplus di produzione finisce al macero, la gran parte dei produttori non se ne giova in termini di guadagno, nonostante i lauti sussidi pubblici di cui gode, che hanno pure la spiacevole conseguenza di ostracizzare i prodotti agricoli dei paesi emergenti.

Colpa, secondo il solito Petrini, di “una visione meccanicista” che “ finisce con il ridurre il valore del cibo a una mera commodity, una semplice merce. È per questo che per quanto riguarda il cibo abbiamo ormai perso la percezione della differenza tra valore e prezzo: facciamo tutti molta attenzione a quanto costa, ma non più al suo profondo significato. […] Scambiare il prezzo del cibo con il suo valore ci ha distrutto l’anima. Se il cibo è una merce non importa se lo sprechiamo. In una società consumistica tutto si butta e tutto si può sostituire, anzi, si deve sostituire. Ma il cibo non funziona così”.

Il concetto è onirico e contraddittorio. Basta osservare i comportamenti comuni del consumatore per accorgersi della relazione inversa tra prezzi e sprechi di cibo. I prezzi sono un buon indicatore del valore di qualsiasi cosa, cibo compreso.

E se scambiare il prezzo del cibo con il suo valore ha distrutto l’anima dei ricchi che mangiano, scambiare il valore del cibo con altro dai prezzi distrugge il corpo dei tanti poveri che ancora non mangiano. A queste persone difficilmente Petrini riuscirebbe a “vendere” le sue fantasticazioni passatiste tendenti alla deindustrializzazione della filiera alimentare. Dal Neolitico in avanti, l’agricoltore ha provato a trarre dai propri terreni qualcosa di più della mera produzione di sussistenza, cioè il profitto, come risultante dei prezzi di vendita dei prodotti nel mercato. E’ grazie a questa tensione che nei Paesi più sviluppati c’è cibo migliore per tutti.  Il cibo, nella fase di produzione e vendita, funziona proprio così.

Per tutto il resto, c’è Slow Food.