– La Libertà individuale si fonda sulle regole che ne fissano i limiti. Le leggi servono infatti a garantire la convivenza tra i cittadini di una comunità, regolandone appunto i rapporti. Il nostro paese è noto per il numero elevato di leggi. Esse a volte, però, non tutelano né garantiscono, ma opprimono e confondono. Dove occorrerebbe una regolamentazione, c’è spesso il vuoto, e quindi mancano le garanzie a tutela della libertà dei cittadini e, dunque, anche della loro dignità.

La cronaca di questi giorni, che si ripete costantemente nel tempo, è purtroppo la conseguenza di un insieme di norme ostili ai fondamenti della società aperta. Chi vuole rappresentare un interesse o essere rappresentato da esso può, dunque, abusare dell’attuale insieme di leggi così come ne può diventare vittima. Spesso non c’è nulla di criminale nelle relazioni tra politici, mediatori o lobbysti che i media raccontano con dovizia di particolari: sono situazioni private, in molti casi eticamente discutibili, e tuttavia l’incertezza del diritto le rende comunque penalmente rilevanti.

Gli Stati Uniti sono un contesto lontano per storia e tradizioni, ma anche un modello da seguire, così come lo è l’Europa. Provate ad invitare a colazione un deputato americano. Se siete rappresentanti di un interesse, dovrete renderlo pubblico, così come lo dovrà fare il deputato. Non c’è modo migliore di informare i propri elettori. Ugualmente un funzionario pubblico si rifiuterà di trovarsi il caffè pagato, è una questione di integrità. Aziende, associazioni, fondazioni, cittadini rappresentanti e rappresentati, concorrono a rendere trasparente il loro operato, fini, metodi, risorse.

Anche in Europa esiste un registro dei gruppi di interesse, sebbene non obbligatorio, con delle regole precise. Ugualmente, a Bruxelles l’attenzione delle associazioni dei cittadini verso la trasparenza è molto alta.

Provate ad invitare un nostro deputato o funzionario a colazione. Fate un regalo costoso ad un suo collaboratore. Nella maggior parte dei casi non avrete un rifiuto. In pochi, li contiamo su una mano, raccontano ai propri elettori chi incontrano e perché. Quasi nessuno racconta come e quanto spende (a cominciare dal salario dei propri collaboratori).

Lo stesso funzionamento del Parlamento non riconosce il rapporto tra eletti e gruppi di interesse. Non esiste un registro dei gruppi che vogliono essere rappresentati in modo trasparente. Così come l’agenda dei lavori parlamentari non prevede veri momenti di confronto, al contrario di quanto succede in altri paesi. Ripensare i lavori parlamentari aiuterebbe non solo ad avvicinare i gruppi di interesse ai propri rappresentanti, ma a rendere l’intero processo più trasparente.

Eppure, non c’è parlamentare che non sostenga di avere pronta una proposta che regoli i rapporti tra eletti, funzionari e gruppi di interesse. E dire che sarebbe nello stesso interesse dei parlamentari, prima che in quello dei cittadini, proprio perché il contesto attuale rischia di catapultarli agli onori delle intercettazioni.

Ma vediamo nello specifico la situazione attuale e cosa possiamo fare per migliorarla. Ai sensi della legge Anselmi, la numero 17 del 1982, si “considerano associazioni segrete e come tali vietate dall’ articolo 18 della Costituzione quelle che, anche all’interno di associazioni palesi, occultando la loro esistenza ovvero tenendo segrete congiuntamente finalità e attività sociali, ovvero rendendo sconosciuti, in tutto o in parte ed anche reciprocamente, i soci, svolgono attività diretta ad interferire sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale”.

Basta leggersi le più recenti ordinanze disponibili in materia, per capire come questo reato (che porta in carcere i promotori fino a 5 anni e i partecipanti fino a 2) sia estremamente facile da realizzare e quasi “oggettivo” quanto alla responsabilità.

Prima fra tutte, una evidenziazione: le interferenze sull’esercizio delle funzioni di organi costituzionali, di amministrazioni pubbliche, anche ad ordinamento autonomo, di enti pubblici, anche economici, nonché di servizi pubblici essenziali di interesse nazionale, non devono necessariamente essere illecite. Cioè, per configurare il reato l’interferenza può essere anche lecita, può consistere in un dialogo e un’interazione di per sé perfettamente corretta.

In secondo luogo, l’elemento della “segretezza”, che investe della sua forza criminale anche l’interferenza di per sé lecita e innocua, si può concretizzare alternativamente in:

1. occultamento dell’esistenza dell’associazione, anche se internamente a un’associazione non segreta (quindi ogni corrente non dichiarata pubblicamente in un partito è associazione segreta), oppure

2. segretezza di finalità e attività sociali, seppur in un’associazione non occulta (quindi stiano attenti i soci di una bocciofila che si ritrovano per incontrare un pubblico funzionario non affrontando tematiche previste nell’oggetto del loro statuto, ma magari mangiandoci insieme per semplice amicizia o per contribuire all’organizzazione di un evento di beneficenza “fuori-tema bocce”) o, ancora,

3. non conoscenza pubblica (se così può tradursi l’essere “sconosciuti”), anche solo in parte, dei soci (state in guardia in tutti i casi in cui andate a cena da/con qualcuno, in generale, e questo “qualcuno” ha anche funzioni pubbliche, ma attenzione pure a chi “è vicino” a un partito senza averne la tessera).

Scritta così, la legge Anselmi fa considerare tutto il lobbying un reato e si può arrivare, persino, all’interpretazione per cui chi abbia funzioni pubbliche non possa avere amici. E’ ragionevole? E’ al passo con i tempi? E’, questa normativa, utile a migliorare l’onestà e l’efficienza della macchina statale, incrementando trasparenza, meritocrazia, controllo? La risposta, a parere di chi scrive, è negativa.

Intendiamoci, non apprezziamo affatto un sistema-Paese in cui le relazioni amicali e personali incidano sulla vita pubblica, quindi sulle istituzioni, ed anzi vorremmo il rovesciamento di questi equilibri di casta che immobilizzano ed “esclusivizzano” il potere. Ma non è con quella legge di trent’anni fa che questo risultato si potrà ottenere.

Urge allora implementare una norma che regoli i rapporti di rappresentanza tra i cittadini raccolti in gruppi di interesse, i rappresentanti eletti e gli ufficiali pubblici che rappresentano le istituzioni. Una legge sulle lobby e i gruppi di pressione dovrebbe aiutare a riconoscere la dignità dovuta a quello che poi è il nocciolo della democrazia, e cioè i legami tra cittadini e loro rappresentanti. Essa non deve indicare dettami etici come qualcuno vorrebbe ma, al contrario, dovrebbe rendere trasparenti situazioni normalissime che risultano invece criminogene proprio perché si sviluppano in contesti opachi e non regolati.

In sintesi, basterebbe una legge anti-corruzione che si articolasse in quattro punti, fondamentali:

1. creazione dell’albo pubblico dei lobbysti, cioè di tutte quelle persone fisiche, incensurate, e loro società/studi di appartenenza, che possono legittimamente interloquire con le istituzioni per rappresentare interessi e proposte, diversi da diritti soggettivi e interessi legittimi, di aziende e privati in genere (solo gli iscritti a questo albo, consultabile da chiunque, dovrebbero poter rappresentare cittadini e imprese in quelle sedi, un po’ come avviene per gli avvocati in giudizio ma senza lacci né esami: l’obiettivo è la pubblicità del ruolo, non la creazione di un mercato chiuso e illiberale);

2. pubblicità delle proposte e delle imprese/entità che il lobbysta rappresenta (per esempio sul sito internet);

3. annotazione obbligatoria e aggiornata, in un registro equivalente a quello anti-riciclaggio già in uso ai professionisti, di tutti gli incontri avuti con soggetti facenti funzioni pubbliche, da parte dei lobbysti. Tale registro verrebbe conservato e trasmesso alla pubblica autorità in caso di indagini o controlli;

4. divieto assoluto di donazioni o regali verso soggetti con funzioni pubbliche da parte di chi sia iscritto all’albo e dei clienti così rappresentati (peraltro, quest’ultima, regola ovvia e già sanzionata in vari modi a seconda delle fattispecie, ma qui più estesa e generalizzata).

Già ora, prima di una siffatta legge, sarebbe naturalmente cruciale il ruolo dei cittadini i quali, per esempio, potrebbero invitare i propri eletti rappresentanti e i funzionari pubblici a pubblicare i nomi dei lobbysti che incontrano, quanto spendono e quanto e cosa ricevono e da chi. Non sarebbe una violazione della privacy. Sapere che un parlamentare ha appoggiato un provvedimento sostenuto anche da un dato gruppo, con il cui rappresentante ha avuto incontri e dialoghi, certamente renderebbe la sua attività – che è pubblica – più trasparente.

Se il lobbying sano consiste nel manifestare e spiegare alle istituzioni (alle persone che in esse operano) le ragioni legittime di chi si rappresenta, illustrando punti di vista diversi e motivando con argomenti di valore scientifico, pratico, legale quelle che sono le proprie proposte, allora questo non può che aiutare lo Stato ad affermarsi e ad operare con economicità ed efficacia. La legge Anselmi deve essere abolita e sostituita con altra al passo coi tempi. Come sempre, servirebbe assai poco, la sola volontà, altrimenti sputtanopoli è servita (e la confusione regna sovrana, tra carceri che si aprono con leggerezza e un Palazzo sempre più chiuso e buio).