– Ieri il Presidente Berlusconi ha tessuto nuovamente le lodi del Ministro dell’economia Giulio Tremonti:

Mentre molti Paesi raddoppiavano o addirittura triplicavano nel corso della crisi il proprio deficit in rapporto al PIL, l’Italia non è andata in quella direzione… Abbiamo trovato nel 2008 l’Italia con un rapporto deficit/PIL superiore a quello dell’area euro. Quel rapporto, da allora, è sempre stato inferiore. Ora è superiore solo a quello della Germania, che non è gravata da nessuna delle pesanti eredità che opprimono il nostro Paese”.


C’è del vero: nel 2008 il rapporto deficit/pil era del 2,7% in Italia, contro una media europea del 2,4%. Nel 2010 il rapporto deficit/pil italiano è cresciuto al 4,5%, mentre la media europea ha superato il dato nazionale fino a raggiungere quota 6,4%.

Sul rigore dei conti pubblici c’è però qualcos’altro da dire. La spesa pubblica in Italia è in linea con la media europea: insomma, è una bufala la leggenda secondo cui il governo italiano ha affrontato la crisi tenendo stretti i cordoni della borsa. La spesa pubblica italiana è pari al 50,3% del PIL, esattamente come nel resto dell’Europa a 27. Possiamo concedere che sia cresciuta meno che altrove, ma questo dipende dal fatto che era già alta prima, giacché nel 2008 si attestava al 48,8% del pil, contro il 46,9% dell’Europa a 27.

Semmai, questo strombazzato rigore dei conti pubblici è costato ai contribuenti. La pressione fiscale è stata mantenuta a livelli costanti (45,9% del pil nel 2010, contro il 46,1% del 2008). Il deficit registrato negli altri Paesi è, invece, in parte conseguente alla riduzione di 0,6 punti percentuali della pressione fiscale media.

L’Italia è da tempo nelle sabbie mobili. L’alta pressione fiscale e l’elevata spesa pubblica hanno esposto severamente il Paese alle intemperie della crisi, tanto da registrare un regresso dell’economia più accentuato che altrove. In media tra il 2008 e il 2009 l’Italia ha perso 6,5 punti percentuali di pil, contro il 3,8% dell’Europa a 27. Ed oggi le politiche economiche disegnate per superare la crisi danno come risultato un tasso di crescita dell’1,3%, mezzo punto percentuale più basso degli altri paesi dell’UE.

Per dare una scossa al paese è urgente una riforma fiscale che dia sollievo alle tasche dei contribuenti. La riduzione della pressione fiscale era nel programma del PDL, che fissava al 40% sul PIL il traguardo da raggiungere. Il taglio delle imposte era già stato annunciato lo scorso autunno, ma non è mai stato attuato.

Da qualche giorno sono tornate nelle dichiarazioni le buone intenzioni: diversi esponenti della maggioranza hanno affermato la necessità di abbassare le tasse. Per passare dalle buone intenzioni alla buona volontà, però, servirebbe quantomeno formulare ipotesi e proposte per dar seguito alle misure annunciate.
Per il momento appare fermo un punto, peraltro condivisibile: la riduzione delle tasse non deve comportare un maggiore indebitamento pubblico.

La consistenza del taglio delle tasse annunciato non è mai stata fissata. Né tanto meno sono state indicate le misure di riduzione della spesa pubblica utili a compensare le minori entrate. Giulio Tremonti e Daniele Capezzone hanno accennato ad una riduzione dei costi della politica. Il portavoce del pdl, dopo aver osservato che su 800 miliardi di euro di spesa ci devono essere voci da tagliare, si è spinto fino a citare la soppressione delle province e delle comunità montane come misura per il contenimento della spesa pubblica.

Quest’ultima pare essere l’unica proposta capace di dare concretezza all’annuncio del taglio delle imposte. Non basterebbe a tagliare in modo significativo la pressione fiscale, ma almeno sarebbe un buon punto d’inizio, una misura concreta. Peccato che in questi due anni ogni tentativo volto a sopprimere le province sia stato respinto, complice l’opposizione della Lega Nord.

Sebbene la riduzione delle imposte sia la cosa più urgente da fare per rilanciare l’economia, la buona volontà del governo non si è vista, se non per annunciare una riforma meramente semplificatoria del sistema tributario. Si pensa ad una riduzione a 5 delle imposte statali esigibili e la fissazione di tre sole aliquote a 20, 30 e 40%.

La riduzione delle aliquote però non troverebbe compensazione in tagli alla spesa pubblica, bensì nella soppressione di deduzioni, detrazioni (es. medicinali e cure mediche) e altre agevolazioni fiscali contemplate nel nostro ordinamento, che valgono, secondo il Ministro dell’economia, 150 miliardi di euro. Insomma, non sarebbero tasse in meno, ma tasse “diversamente dovute”. Non è chiaro se saranno eliminate tutte le agevolazioni e soprattutto se Tremonti ha tenuto conto del fatto che alcune detrazioni oggi, richiedendo la documentazione attestante il pagamento dell’IVA, hanno un ruolo nel contrastare l’evasione fiscale.

In ogni caso, è vero che si tratterebbe di un (auspicabile) contributo alla semplificazione del sistema tributario: peccato però che non avrebbe nulla a che vedere con le riforme strutturali che servono al Paese, né con un vero alleggerimento della pressione fiscale.