– Concordo con quanto ha recentemente scritto su questo sito Claudia Biancotti in merito a come costruire un’identità liberale per il centrodestra, ma prendo spunto dal titolo di un libro di Matteucci per prevenire eventuali malintesi che potrebbero nascere utilizzando i concetti di “nazione”, “legalità” e “merito”, che a seconda di come si interpretano possono essere o meno liberali.

“Legalità” significa rispetto delle leggi, il che è una buona cosa solo se le leggi sono giuste. L’esempio più semplice sono le leggi razziali: la legalità in questo caso sarebbe un male.
In un paese dove i Silvio Scaglia si fanno mesi di galera preventiva, e dove metà dei detenuti è in attesa di processo, esiste un problema di giustizia che l’opposizione a Berlusconi rischia di far passare in sordina: bisogna distinguersi anche da chi scrive “intercettatemi pure: non ho nulla da nascondere”. Qui i cromosomi radicali di Libertiamo sono una garanzia, ed è necessario che passino nel DNA di FLI.
La legalità è necessaria per la crescita economica perché riduce i costi di transazione, ma non è sufficiente
: soltanto se le leggi riconoscono il diritto di proprietà, e soltanto se l’amministrazione della giustizia è affidabile, la legalità aiuta la crescita, altrimenti rischia addirittura di danneggiarla: se in Italia tutte le regole venissero rispettate, quanti lavoratori finirebbero per strada? La disfunzionalità del sistema legale italiano non dipende solo dalla forma della legalità, ma anche dalla sostanza della giustizia.

Un discorso analogo vale per la nozione di “nazione”: il senso di appartenenza ad una comunità è importante, ma occorre connotarlo in senso liberale. Di norma i sensi di identità non lo sono: ad esempio il motto britannico “right or wrong, it’s my country” significa che bisogna stare dalla parte del proprio gruppo anche se ha torto. Questa mentalità è alla base del groupthink dei movimenti di massa, e sta al liberalismo come il Greco di Tufo all’arrosto di maiale.

Cos’è un’identità liberale? È un sentimento di orgoglio per determinate istituzioni che rendono la società liberale. Negli Stati Uniti un senso di identità di questo tipo è sempre esistito: “America, land of the free”. Un sentimento tale è sicuramente necessario per stabilizzare le istituzioni liberali. Questo senso di identità non è il “il mio capo si è fatto da solo” berlusconiano, non è il “Dio Po” leghista, ma non è neanche il proverbio britannico di cui sopra: il liberale deve la sua lealtà ai principi, non alle persone, e neanche alle istituzioni.

Non nascondo infine di nutrire diffidenza verso la “meritocrazia”, un concetto burocratico. In una burocrazia chi ha potere decisionale non ha incentivi a prendere decisioni buone: per l’impiegato non cambia nulla se le cose funzionano o meno. Perciò c’è bisogno di regole formali. In una società libera gli incentivi a comportarsi bene sono dati dalla necessità di mantenere il consenso delle persone coinvolte, e il macellaio che vende carne avariata perderà presto il consenso dei suoi clienti: non c’è bisogno di imporre la “meritocrazia”, perché “siamo uomini, non caporali”.

A dare troppa importanza al merito si arriva a conseguenze illiberali, come l’idea di Rawls secondo cui il talento naturale, non essendo meritato, non è di proprietà di chi lo possiede, e quest’ultimo va costretto dalle istituzioni ad esercitarlo a vantaggio di altri. Quante persone criticano la libertà perché i suoi risultati sono spesso casuali? Purtroppo solo un dittatore può eliminare il ruolo del caso dalla vita, e chi non accetta la casualità non può apprezzare la libertà.

Mi sento in imbarazzo a parlare dell’identità del centrodestra perché non lo sento come un problema mio: però, se correttamente intesi, i concetti di “legalità”, “merito” e anche “nazione” (io però mi sento apolide) possono aiutare a ricostruire un centrodestra che Berlusconi ha prima creato e poi distrutto.