La Lega cominci a guardarsi da Gheddafi

 – La Lega Nord, a Pontida, ha ribadito il suo fermo “no” alla missione in Libia. Il partito di Bossi preme per una rapida fine dell’intervento armato. Il motivo è essenzialmente economico: la crisi e la necessità di recuperare i 46 miliardi di euro per le prossime tre Finanziarie (come richiesto dall’Unione Europea) non ci consentono spese militari.
Fa riflettere che proprio il partito difensore delle Province, che ci costano 14 miliardi di euro all’anno, si presenti ora come la forza politica fiscalmente responsabile che vuole, a tutti i costi, risparmiare 1 miliardo di euro di intervento militare. O si è per i risparmi sempre, o non lo si è solo per un settore. Non si può essere socialisti in politica interna e liberisti all’estero. Come mai questa incoerenza?

L’argomento più utilizzato è la paura dell’ondata di profughi. Ma la Lega sa meglio di noi tutti che l’origine delle ondate migratorie incontrollate nel Mediterraneo era ed è Gheddafi. E’ sempre stato il dittatore libico a usare la “bomba migratoria” per ricattare l’Italia e costringerci a pagare più indennizzi per i danni coloniali. E’ stato sempre Gheddafi a minacciare di inondare di profughi tutta l’Europa, quando all’Onu si discuteva ancora se intervenire o meno.
Ancor prima della guerra civile, anche solo a causa delle rivoluzioni in Tunisia, Egitto e Libia è iniziata l’onda migratoria. E l’unico modo di arginarla è ormai l’insediamento di nuovi governi amici dell’Occidente al posto dei vecchi dittatori. Possibile che la Lega non giunga a queste stesse conclusioni, pur coprendo il dicastero degli Interni ed essendo dunque al centro del problema?

C’è anche una ragione di politica interna: la Lega Nord è l’unica formazione politica di governo (assieme all’Italia dei Valori all’opposizione) che, ad ogni occasione, rinnova la sua richiesta di un ritiro dall’Afghanistan. Coerentemente, la Lega Nord chiede la fine delle nostre missioni di pace anche in Libano e nei Balcani, proponendosi così come unica forza isolazionista della destra italiana.
Il braccio di ferro sulla Libia, che ha visto contrapporsi indirettamente il Presidente Giorgio Napolitano e il ministro degli Interni Roberto Maroni, serve a rassicurare l’elettorato leghista che il partito non ha mai cambiato linea.

Però, a ben vedere, l’ha cambiata eccome. Quando ci fu da votare per l’intervento in Afghanistan nel 2001, la Lega Nord non si tirò indietro. “Il nostro Paese deve contribuire alla sconfitta totale di chi ha colpito l’America” – aveva dichiarato il vice-capogruppo della Lega al Senato Luigi Peruzzotti il 10 novembre 2001 – “Sono in gioco interessi vitali del nostro Paese ed è dunque giusto reagire e fare la nostra parte nella lotta contro il terrorismo”.  Quindi qualche eccezione c’è, quando la guerra è considerata una giusta causa. Quella in Libia non la è? Come mai?La spiegazione potrebbe essere più nell’ideologia che non nell’economia o nella politica interna.L’intervento dei Balcani lo spiega. Il partito di Bossi si era distinto nella sua difesa di Slobodan Milosevic, dei serbo-bosniaci della Repubblica di Pale e infine dei serbi del Kosovo. Queste scelte strategiche sono abbastanza difficili da comprendere. Milosevic ha combattuto, sia in Bosnia che in Kosovo (e prima di quelle due guerra, in Slovenia e Croazia), contro eserciti e governi secessionisti, in difesa del centralismo serbo. Questo si spiega solo in parte con la volontà dei serbo-bosniaci di secedere da Sarajevo: in realtà volevano separarsi dal governo bosniaco solo per riportare le loro terre sotto l’ala di Belgrado, dunque il loro era un centralismo appena riverniciato con una patina di separatismo.

La ragione principale era culturale: per la Lega, allora, come per parte del centro-destra, era più importante veder sconfitti i bosniaci e poi i kosovari musulmani. Federalismo, autonomismo e secessionismo passavano in secondo piano rispetto alla “difesa della cristianità”. Ma si trattava anche e soprattutto di una presa di posizione contro il globalismo: la Lega Nord si identificò per anni con una nazione serba che si voleva contrapporre a un presunto disegno di “mondializzazione”. I federalisti e poi (nella seconda metà dei ‘90) secessionisti della Lega Nord hanno dunque sostenuto una causa ultra-centralista.

“Il progetto mondialista americano è chiaro: vogliono importare in Europa 20 milioni di extracomunitari, vogliono distruggere l’idea stessa di Europa garantendo i propri interessi attraverso l’economia mondialista dei banchieri ebrei e attraverso la società multirazziale. Ma noi non lo consentiremo”

disse Bossi in un discorso a Crema, il 20 gennaio 1999, alla vigilia della Guerra nel Kosovo.

In questi mesi, la posizione non-interventista della Lega in Libia finisce per costituire una difesa di Gheddafi. Che non è meno sbalorditiva e disorientante della difesa dell’ultra-centralista Milosevic negli anni ’90. Se la Lega si è sempre posta come baluardo contro l’islamizzazione, il dittatore libico, pur essendo “laico”, negli ultimi anni si è proposto come un difensore dell’Islam. E a farne le spese, in Italia, è stata proprio la Lega Nord.Il 15 febbraio 2006, in difesa della libertà di espressione attaccata dagli islamisti, Roberto Calderoli, allora ministro delle Riforme, mostrò alle telecamere del Tg1 la sua maglietta con la nota vignetta di Maometto del danese Kurt Westergaard, quella in cui il Profeta era rappresentato con una bomba nel turbante, tanto per intenderci. Scatenò un putiferio (il ministro dovette dimettersi tre giorni dopo, sotto gli attacchi di maggioranza, opposizione e Presidente della Repubblica) e a cavalcare l’ira funesta islamista fu soprattutto la Libia di Gheddafi. A Bengasi una manifestazione contro il consolato italiano andò fuori controllo: la polizia sparò sulla folla provocando 11 morti.Ma nonostante la brutale e ostentata protezione della nostra sede diplomatica, la minaccia peggiore al governo italiano arrivò da Gheddafi in persona: “I libici odiano l’Italia, non la Danimarca. I libici cercano qualsiasi occasione per sfogare la loro rabbia contro l’Italia dal 1911, quando l’Italia occupò la Libia”, disse il leader libico in un discorso a Sirte. Il colonnello definì “martiri” gli 11 libici uccisi (dalla sua stessa polizia) sotto il consolato di Bengasi e alzò il prezzo nella trattativa sull’ammontare dell’indennizzo per danni coloniali che l’Italia avrebbe dovuto pagare al suo Paese. Si può dunque affermare che fu il regime libico a far perdere alla Lega uno dei suoi ministri più importanti nello scorso governo Berlusconi. E la lotta era appena incominciata.

Il 2 maggio 2008, quando il centro-destra aveva appena vinto le elezioni, Saif al Islam, figlio maggiore del dittatore di Tripoli, dichiarò ufficialmente che, in caso di nomina di Calderoli, vi sarebbero state “conseguenze catastrofiche” nei rapporti italo-libici. Fu un ricatto vero e proprio, oltre che un’ingerenza negli affari del nostro Paese. E a farne le spese era ancora la Lega Nord. “La crisi (del febbraio 2006, ndr) è stata allora circoscritta, causando anche le dimissioni del ministro italiano. Ma in seguito alla vittoria della destra italiana nelle ultime elezioni, sono giunte voci sulla possibilità di ricandidare nuovamente quel ministro, che si considera il vero assassino dei cittadini libici morti in quell’occasione”, aveva dichiarato senza mezzi termini il figlio del dittatore. Calderoli, difeso per una rara volta da maggioranza e opposizione, divenne ugualmente ministro. Ma il braccio di ferro gettò ulteriori basi per l’inimicizia fra la Lega Nord e la dittatura di Tripoli. 

Nel settembre 2010, quando il peschereccio italiano fu mitragliato da una motovedetta libica (di costruzione italiana, con a bordo ufficiali della nostra Guardia di Finanza), a far la voce grossa fu quasi esclusivamente il partito padano. Il leghista Stefano Stefani, presidente della commissione Esteri di Montecitorio, respinse al mittente le scuse ufficiali di Tripoli e chiese: “…che vengano ridefinite le regole di ingaggio e finalmente si risolva una volta per tutte la questione delle acque internazionali fra Italia e Libia” dal momento che “i pescatori italiani spesso sconfinano perché il confine delle acque non è chiaro”.

Pochi giorni dopo, fu sempre la Lega a protestare contro il previsto ingresso della Libia nel consiglio di amministrazione del gruppo Unicredit. “Se ti trovi dalla sera alla mattina qualcuno in casa e nessuno ti ha avvisato, ma qualcuno lo sapeva, è come se tu avessi il custode di casa tua che ti fa entrare un estraneo senza avvisarti. Più o meno quello che è successo in Unicredit”, dichiarò allora il leghista Flavio Tosi, aggiungendo che: “Quello che avevamo evidenziato come problema territoriale è anche un problema bancario e finanziario. Mi occupo di politica e non faccio il banchiere, ma fare entrare dei soci come Gheddafi ed i libici vuol dire far entrare dei soci che potrebbero non fare gli interessi di Verona e del Veneto”. L’opposizione leghista fu determinante nel causare, di lì a poco, le dimissioni di Alessandro Profumo, amministratore delegato di Unicredit.La Lega ha dunque tutto l’interesse ad appoggiare l’intervento della Nato fino all’eliminazione del regime ostile di Gheddafi.
Se non lo fa (al di là di incoerenti argomenti politici ed economici) vuol dire che all’interno del partito padano esiste ancora una forte ideologia anti-globalizzazione.Nell’intervento militare voluto dalla Francia e benedetto dall’Onu, nell’ondata di profughi causata da rivoluzioni sostenute apertamente da Obama, forse Bossi e i suoi vedono ancora la traccia di quel “progetto mondialista americano”, additato quale minaccia principale negli anni ‘90. E di fronte al quale ogni altro pericolo sbiadisce, anche se porta il nome dell’acerrimo nemico Gheddafi. Peccato, però, che il “progetto mondialista americano” non esista, se non all’interno di qualche fantasiosa teoria della cospirazione. Esiste invece Gheddafi. Che è reale, vivo e pericoloso, soprattutto per la Lega Nord.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

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