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Il ruggito del Leone di Damasco e la Siria prigioniera della storia

Prologo

18 marzo 2011: sulla scia delle rivolte arabe, in Siria è proclamato il “giorno della collera” contro il regime, che finisce nel sangue con la repressione violenta delle manifestazioni da parte della polizia. Il primo focolaio degli scontri è Daraa, al confine con la Giordania, ma le proteste proseguono a Homs, Banias e Damasco. “Si tratta solo di un piccolo malcontento che non giustifica un cambiamento politico”, minimizza il presidente Bashar al Assad.

20 giugno 2011: il presidente Bashar parla per la terza volta dall’avvio delle agitazioni in Siria, con un discorso tenuto all’università di Damasco e trasmesso in diretta televisiva. “Dialogo nazionale è diventato il titolo della fase attuale”, un dialogo che può portare a modifiche costituzionali e a un pacchetto di riforme, per sventare “il complotto progettato all’estero e perpetrato all’interno del nostro paese”. Nel mese di aprile il rais aveva ammesso che “la distanza tra il governo e la sua gente ha generato la rabbia popolare”. C’è la “piena e assoluta convinzione nel processo di riforma perché rappresenta l’interesse nazionale“, ha detto oggi Assad. “Il problema è quale riforma vogliamo e quali sono i suoi contenuti“.

I numeri della repressione. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, in tre mesi sono stati uccisi oltre 1.400 civili e circa 10.000 sono stati arrestati. Più di 10mila siriani hanno trovato rifugio in Turchia, per sfuggire alle violenze. Altre 5.000 persone, fuggite dalle loro case, sono accampate sul lato siriano del confine con la Turchia.

 

L’onda lunga della primavera araba ha fatto esplodere la strana bolla in cui i siriani sono vissuti negli ultimi quarant’anni. Una bolla piena di povertà e disperazione per la società civile, oppressa e depredata dalla macchina del regime.

Il recente bombardamento di Jisr al-Shugour (cittadina del nord, nella provincia di Idlib, a metà strada tra Aleppo e Latakia) e la violenza che da oltre tre mesi attanaglia il paese, ci risvegliano dall’assurda illusione che tutto potesse rimanere così all’infinito. Dimostrano anche l’insensatezza della formula abusata secondo la quale lo stato autocratico legittima la propria essenza autoritaria con il pretesto che, essendo il messaggio islamista l’unica reale opposizione a questo sistema, esso dovesse venire represso a ogni costo.

Oggi è difficile parlare di speranza per il popolo siriano, è difficile comprendere in che abisso di disperazione e di umiliazione è stato sospinto dal regime degli Assad. I morti ci stanno davanti, vittime innocenti, pedine nelle mani di leader incompetenti e cinici. L’escalation degli ultimi giorni ci obbliga a considerare la realtà del paese quale essa è: una diffusa e apparente tolleranza religiosa, il controllo dell’economia da parte dei clan vicini al presidente, la rinuncia sistematica alle libertà pubbliche in cambio di concessioni economiche, l’organizzazione clientelare della società. Questa è la Siria che Bashar ereditò da suo padre Hafez. Giunto al potere nel 1970, il “leone di Damasco”  lavorò alacremente per dar vita a un potere forte, ben radicato nelle realtà locali, alimentato dalla violenza dei suoi sgherri, che dividevano le città in compartimenti stagni e li passavano al pettine fitto. La Siria in cui era cresciuto era un paese figlio di troppe dominazioni, smembrato e lacerato dall’instabilità interna. Dall’indipendenza del 1946 al golpe di Assad, il paese assistette a ben sette colpi di stato. Con l’avvento di Hafez, il clan della minoranza sciita-alawita (11% dei siriani) assunse il controllo della totalità dell’amministrazione civile e militare dello Stato, dell’economia e delle finanze del paese, e lo difese con i sistemi brutali dell’apparato di repressione. L’amministrazione locale venne ben presto dominata da governatori provenienti da clan alleati ad Assad, che nel 1982 non esitò a bombardare e radere al suolo la città “ribelle” di Hama, uccidendo più di 20mila civili. Nel 2000, il passaggio di consegne da padre a figlio è stato esemplare e il regime è rimasto saldamente nelle mani dei potentati militari ed economici, grazie all’alleanza tra gli ufficiali appartenenti ai clan alawiti e alcune famiglie della borghesia provinciale sunnita.

Bashar, burattino nelle mani della vecchia guardia al potere, è stato incapace di operare una chiara rottura con il passato e dare una propria impronta al paese. Il discorso del 20 giugno difficilmente servirà a tenere il popolo siriano lontano dalle piazze. Il presidente tenta di isolare i gruppi armati dai manifestanti pacifici e parla di giustizia, lavoro, sicurezza, maggior democrazia ma non offre niente di nuovo, ad eccezione di un’inutile retorica promessa di cambiamento che non si materializza.

In questo scenario, per l’attuale regime siriano, il rischio di cadere è molto alto. La repressione non ha fatto altro che versare benzina sul fuoco del cambiamento e ridurre lo spazio per il compromesso. Lo spargimento di sangue nel nord del paese, dove l’esercito siriano ha avviato un’offensiva per sradicare ciò che il regime ha descritto come “bande armate”, ha segnato l’allontanamento da ciò che era stato un movimento di protesta in gran parte pacifica. Gli Stati Uniti alzano il tiro delle richieste, nel tentativo di ottenere concessioni, e intensificano i contatti con i dissidenti, dentro e fuori il paese. I governi arabi, che pure hanno appoggiato l’intervento Nato in Libia, tacciono di fronte al giro di vite in atto. Nel palazzo presidenziale sta prendendo corpo l’ipotesi di un make-up, una mossa gattopardesca che eviterebbe di consegnare alla Casa Bianca le chiavi del paese, con la inevitabile cancellazione della Siria dall’ “asse del male” con Teheran ed Hezbollah. Bashar fino a oggi ha preferito prendere tempo. Sin dal suo arrivo aveva spiegato che intendeva dare la priorità alle riforme economiche.  In realtà le riforme annunciate si sono limitate alle politiche di liberalizzazione avviate negli ultimi anni (in particolare nei settori bancario, elettrico e telecomunicazioni), senza la minima apertura del governo alle forze di opposizione in esilio all’estero. Oggi siamo a un crocevia storico. La Siria di Assad è ancora in vita, ma l’ombra lunga di un crepuscolo incombente lambisce il palazzo mentre la speranza della democrazia – una cometa nel cielo di Damasco – è al momento travolta dalla voluttà di potere dei militari. Il punto di non ritorno è sempre più vicino.


Autore: Pierpaolo Renella

Nasce a Chieti, 18 anni dopo Sergio Marchionne. In seguito si trasferisce a Milano e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entra nell’industria bancaria, senza più uscirne: prima negli Stati Uniti, poi in Italia, con esperienza in varie attività del mercato dei capitali, dal securities lending ai prodotti strutturati derivati dall’azionario. Liberale sui generis (non è attaccato al denaro), Crociano e Boneschiano in gioventù. Formula politica preferita: non unione di forze laiche, ma unione laica di forze. Massima filosofica: la verità ti rende libero, quando avrà finito con te!

3 Responses to “Il ruggito del Leone di Damasco e la Siria prigioniera della storia”

  1. Ivan scrive:

    Mi stupisce che un intellettuale ed esperto arabista come Renella non abbia colto la crescenza inflkuenza della Turchia di Erdogan nell regione, la Turchia e’ diventata la voce dei musulmani oppressi dalle dittature. Erdogan si e’ messo contro alcuni suoi ex alleati come Gheddafi e Assad e ha condannato lo spargimento di sangue e la ferocia delle repressioni

  2. donato scrive:

    Se Erdogan ha così a cuore le sorti della democrazia può cominciare
    dal suo paese restituendo ai greco ciprioti le zone occupate nel 1974,e concedendo autonomia ai curdi.

  3. Dice bene Ivan, che ringrazio per l’osservazione. Erdogan, uomo politico estremamente ambizioso, mira a rendere la Turchia la nazione più influente nella regione.
    Ma attenzione: non è facile abbandonare la politica estera “zero problemi” con le dittature mediorientali, perchè c’e’ l’industria turca, con centinaia di aziende operanti in Siria, Libia e in altri mercati caldi, che spingono nella direzione di mantenere buoni rapporti con i regimi esistenti. Proprio prima di vincere le elezioni del 12 giugno, Erdogan ha chiuso un importante accordo energetico con l’Iran.

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