di PIERCAMILLO FALASCA – Recita l’articolo 47 della legge n. 99 del 2009:

“Entro sessanta giorni dalla data di trasmissione al Governo della relazione annuale dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, (…) il Governo, su proposta del Ministro dello sviluppo economico, (…), tenendo conto anche delle segnalazioni eventualmente trasmesse agli stessi fini di cui al comma 1 del presente articolo dall’Autorità garante della concorrenza e del mercato, presenta alle Camere il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza”.

Insomma, entro il 31 maggio di ogni anno il Governo sarebbe tenuto per legge a presentare al Parlamento un provvedimento di tutela delle condizioni del mercato e della libera concorrenza, che contenga in particolare (si legge sempre nell’articolo 47):

– “norme di immediata applicazione, al fine, anche in relazione ai pareri e alle segnalazioni dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, (…), nonchè alle indicazioni contenute nelle relazioni annuali dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni e delle altre autorità amministrative indipendenti, di rimuovere gli ostacoli all’apertura dei mercati, di promuovere lo sviluppo della concorrenza, anche con riferimento alle funzioni pubbliche e ai costi regolatori condizionanti l’esercizio delle attività economiche private, nonchè di garantire la tutela dei consumatori;
– disposizioni recanti i princìpi fondamentali nel rispetto dei quali le regioni e le province autonome esercitano le proprie competenze normative, quando vengano in rilievo profili attinenti alla tutela della concorrenza, ai sensi dell’articolo 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.

Accanto alle norme e alle disposizioni di cui sopra, nel disegno di legge il Governo sarebbe tenuto ad allegare una relazione di accompagnamento che evidenzi:

a) lo stato di conformità dell’ordinamento interno ai princìpi comunitari in materia di libera circolazione, concorrenza e apertura dei mercati, nonchè alle politiche europee in materia di concorrenza;
b) lo stato di attuazione degli interventi previsti nelle precedenti leggi per il mercato e la concorrenza, indicando gli effetti che ne sono derivati per i cittadini, le imprese e la pubblica amministrazione;
c) l’elenco delle segnalazioni e dei pareri dell’Autorità garante della concorrenza e del mercato, espressi ai sensi degli articoli 21 e 22 della legge 10 ottobre 1990, n. 287, indicando gli ambiti in cui non si è ritenuto opportuno darvi seguito.

Ricapitolando: sulla falsariga di quanto avviene con la Legge Comunitaria, con la quale l’Italia recepisce nel suo ordinamento interno la disciplina comunitaria, così la Legge Annuale per la Concorrenza e il Mercato servirebbe a raccordare la normativa nazionale con l’enorme quantità di pareri e segnalazioni delle Autorità indipendenti in merito a storture normative nazionali o regionali e a palesi violazioni delle condizioni concorrenziali in un settore o in un altro. Se la legge fosse rispettata, si valorizzerebbe finalmente l’operato delle authority, raccordandone l’attività con la legislazione. Semplice, no?

Eppure il Governo Berlusconi non rispetta la legge, come ha ricordato anche ieri il presidente dell’Antitrust nel corso dell’annuale relazione alle Camere: “un ritardo – ha detto Antonio Catricalà – che rallenta il processo di ammodernamento del Paese, fa perdere fiducia agli imprenditori che vogliono sfidare i monopolisti e agli stessi controllori”. Il disegno di legge annuale per il mercato e la concorrenza del 2010 non è mai stato presentato (circolavano alcune bozze, poi prontamente riposte nel cassetto), quello per il 2011 ha già accumulato circa tre settimane di ritardo. Nel frattempo si sforna un improbabile “Decreto Sviluppo” – in realtà una sommatoria di micro-interventi scoordinati e poco rispondenti all’obiettivo dello sviluppo, a meno che qualcuno non creda che il Paese ritroverà il sentiero della crescita grazie all’istituzione dei cosiddetti “distretti turistico-alberghieri”, alle norme sull’edilizia privata o a quelle sugli appalti.

Catricalà ha denunciato, come principali colli di bottiglia, le situazioni nelle ferrovie, nelle gestioni autostradali e aeroportuali, nonché nella governance bancaria e assicurativa (“restano i settori sui quali è prioritario introdurre assetti di mercato realmente competitivi che possano agevolare la ripresa della crescita”). Ha evocato il rischio – più che concreto – di “pericolosi tentativi di chiusura dei mercati dettati dagli interessi particolari in settori come le farmacie, le assicurazioni, alcune professioni, i trasporti”. Ha chiesto che, dopo l’esito sul referendum che ha abrogato le norme del decreto Ronchi sulle modalità di affidamento dei servizi pubblici locali e con esse la disciplina sulle incompatibilità tra cariche politiche e incarichi di gestione delle società pubbliche, la politica non provi ad occupare manu militari il settore.

Parole che appaiono al momento poco più che appelli al vuoto, nonostante il tempestivo “faremo” del ministro Romani. I liberalizzatori presenti in Parlamento, dovunque essi siedano, battano un colpo, opponendosi all’illegalità a cielo aperto di un esecutivo che non fa ciò che la legge gli impone di fare.