Per il centro destra ripartire da qui

– Cosa mettere dentro al centrodestra del futuro? Il tramonto del berlusconismo sarà probabilmente lunghissimo ma sembra difficilmente reversibile, e la domanda rimbalza da un punto all’altro della rete, pronta ad entrare nel dibattito quotidiano appena il tempo delle elezioni si farà più vicino. C’è chi, come il professor Campi, tratteggia le vicende recenti con un po’ di pessimismo, notando come la compagine moderata si sia sfasciata, sbrindellata in contrapposizioni e risentimenti privi di grandi contenuti. Altri, come Piercamillo Falasca, segnalano l’urgenza di dare un cuore programmatico a Futuro e Libertà, in modo da presentarsi con una proposta credibile alle urne. Si leggono analisi acute e fioriscono i progetti; si guadagna un po’ di spazio mediatico, come segnalato anche dalla recente intervista del presidente Fini al Corriere della Sera.

E dunque, dove andiamo? Il punto qui non è tanto distinguersi dal personalismo picaresco del premier o dalle derive xenofobo-clientelari della Lega: già fatto, tanto da attirarci accuse piuttosto stravaganti di criptocomunismo. Quello che è importante è segnalare con chiarezza che cosa significhi essere di centrodestra.

Un buon punto di partenza è la triade d’idee scelta per i recenti manifesti di FLI: nazione, legalità, merito. Della prima in Italia si parla tradizionalmente pochissimo e con imbarazzo. Possono liberamente accennare a concetti di coesione nazionale solo i massimi rappresentanti delle istituzioni, soprattutto quando sono al di sopra di ogni sospetto come il Presidente della Repubblica. Altrimenti, si passa per fascisti o peggio.

Quasi tutti hanno bisogno di definire la propria identità non solo in senso individuale, ma anche come parte di una comunità: se il bisogno non è soddisfatto sotto la bandiera, finirà per confluire in ampolle d’acqua del Po, o per imbrigliarsi nella rete del familismo mafioso. Il problema viene da molto lontano, ma è stato aggravato negli ultimi cinquant’anni dalla sinistra del pensiero debolissimo, che ha somministrato a generazioni di studenti “Mi chiamo Rigoberta Menchù” (che è anche un buon libro, ma il punto non è questo) al posto della storia risorgimentale. Sotto gli stendardi di antifascismo, pacifismo, ambientalismo, antiatlantismo e chi più ne ha più ne metta, l’amor patrio è diventato sinonimo di becera reazione, di busti di Mussolini usati come fermacarte. E così finiamo per vivere in un paese dove “10 100 1000 Nassirya” viene considerato uno slogan politico come gli altri e non una provocazione di bassissima moralità, come dovrebbe invece apparire l’esaltazione di qualsiasi strage, figuriamoci poi di quella particolare strage.

Manca una consapevolezza, ad esempio, del patrimonio culturale comune, che pure è di una ricchezza e di una varietà impareggiabile. Manca una sensibilità per l’uso della lingua italiana, per la sua espressività particolare. Manca una memoria storica condivisa degli eventi del ventennio fascista, e della lotta politica successiva: questo è evidente nelle polemiche ancora oggi accese da qualsiasi anniversario di una morte degli anni di piombo, sia essa di un giovane di sinistra o di destra. Manca la nozione di un interesse civile più forte della lotta tra guelfi e ghibellini, che sembra non dover finire mai. Mancano financo forme decenti di arte di largo consumo: il cinema, la musica popolare di questi tempi privi d’identità non valgono molto se paragonati a quelli che abbiamo prodotto in anni di minore frammentazione. Alla base, manca un’idea liberale di collettività nazionale, che non sia né etnia né Leviatano, bensì insieme di individui che riconoscano a un tempo la propria specificità personale e la propria appartenenza a una storia (anche intellettuale) comune, che si può esprimere con un idioma comune e con riferimenti comuni. Abbiamo molto da imparare dai giovani di seconda generazione; pur mantenendo il legame con la loro cultura d’origine, si sentono italiani e vogliono essere riconosciuti come tali.

La spinta sulla legalità è in un certo senso inscindibile dall’anelito a un’identità nazionale solida. Non c’è modo di vivere associati e di riconoscersi positivamente nella comunità se non rispettando regole condivise; non si rispettano le regole se chi dovrebbe teoricamente farsene garante propugna con la propria condotta un modello di continue eccezioni, tutte fondate sull’impunità per il sovrano e per la sua corte. Se la nazione è questione prima di tutto del sentire dei cittadini, la legalità è questione prima di tutto dell’azione dello Stato. Come più volte abbiamo detto su queste pagine, esso non si deve arrogare compiti che possono essere svolti dalla società civile; deve però svolgere quelli che gli sono propri in modo esclusivo, senza commistioni con interessi privati, e trasparente. Esso non deve stabilire quale sia la giusta morale; i suoi rappresentanti sono però tenuti a una particolare dirittura etica in tutto ciò che afferisce alla loro azione pubblica, poiché a loro incombe il dovere di trasformare nei fatti la volontà espressa dalla cittadinanza, e la latitudine decisionale che ne consegue è fonte di grandi tentazioni.

La responsabilità legata al servizio dello Stato dev’essere nuovamente presa sul serio. Da una parte questo richiede un’intensificazione dei meccanismi di controllo e una riduzione degli spazi di possibile abuso, dall’altra è importante smantellare la pseudocultura figlia dell’Autonomia Operaia per cui è perfettamente accettabile, ad esempio, considerare la Polizia come una fazione politica piuttosto che come un’istituzione al servizio di tutti, e denigrarla anche a fronte di dati che ne provano l’impegno e l’abnegazione in modo incontrovertibile (tanto per dire, il servizio d’ordine allo stadio per un poliziotto si traduce in sette euro di straordinario all’ora: vi fareste lanciare bulloni da una banda di teppisti per sette euro all’ora?).

Dalla legalità nei comportamenti istituzionali a quella nei comportamenti privati, e da quest’ultima a un miglior sviluppo, il passo è assai breve. Non a caso molti studi economici mostrano che la certezza dei contratti è un elemento fondamentale della crescita. In anni di competizione globale è particolarmente importante che un mercato sappia attrarre e trattenere gli investitori; per farlo deve funzionare in modo prevedibile, poggiandosi su poche regole chiare, e sull’effettiva e tempestiva irrogazione di sanzioni a chi le infrange.

Il merito, tema particolarmente caro ai liberali, chiude il cerchio e mette al centro l’individuo. Il senso della nazione ci restituisce la parte corale della nostra identità, ma questo a poco vale – e anzi può essere pericoloso – se non la strappa del tutto alle corporazioni e alle clientele, e se non si sviluppano allo stesso tempo le condizioni perchè si chiarisca e si affermi la parte individuale, ovvero la specificità e il valore di ogni singolo cittadino. La cornice di regole certe e rispettate non basta; è necessario operare sui meccanismi economici e su quelli culturali.

Occorrono liberalizzazioni ovunque esistano oggi rendite di posizione; serve un ripensamento sulla fortissima pressione fiscale che grava su persone fisiche e aziende; l’iniziativa imprenditoriale dev’essere affrancata dai troppi vincoli burocratici. Il sistema scolastico deve valorizzare l’eccellenza, e soprattutto trovarla anche per vie non tradizionali, superando il pregiudizio per cui un laureato in lettere (magari fuori corso di quattro anni) è sempre migliore di un artigiano. Gli interessi delle fasce sociali più deboli si possono garantire davvero soltanto offrendo a tutti pari opportunità: passano dal buono-asilo, dal buono-scuola, dall’avviamento professionale, dagli incentivi al rientro dei giovani ricercatori espatriati, da una definizione di diritti civili che non ammetta discriminazioni sulla base del colore della pelle, dell’orientamento sessuale, del credo religioso.

Più di tutto c’è bisogno di una cultura che presenti la scoperta e lo sviluppo dei talenti come un percorso di consapevolezza di sé, realistico nelle sue fatiche e nelle sue gratificazioni, sfuggendo da una parte al mito del successo istantaneo e dall’altra dall’associazione ideologica tra concorrenza e brutalità. Si deve insistere sulla legittimità dell’orgoglio di chi inventa, lavora e realizza, allontanandosi sia dalla mentalità del posto fisso procurato per via politica sia dall’idolatria del risultato economico in quanto tale, a prescindere dai mezzi con cui si ottiene e dai beni a cui corrisponde. In questo è immediata la convergenza con il pensiero cattolico come espresso in encicliche quali la Laborem exercens e la più recente Caritas in veritate, per cui è opportuno rimettere l’uomo con la sua creatività e responsabilità personale al centro dell’economia.


Autore: Claudia Biancotti

Nata a Moncalieri nel 1978, é economista presso la Banca d'Italia. Studia i metodi statistici per le indagini campionarie, ma anche la distribuzione del reddito, l'economia della felicitá e un po' di neuroeconomia. DISCLAIMER: Le opinioni qui espresse sono strettamente personali e non impegnano l'istituzione di appartenenza.

2 Responses to “Per il centro destra ripartire da qui”

  1. ivan scrive:

    Sottoscrivo l’articolo..
    Ma non dimentichiamo i diritti civili
    va bene la real politic con casini e puntare sugli elementi che uniscono in questa fase.

    Ma sui diritti si puo’ trovare una maggioranza trasversale come faceva il Psi al governo con la Dc.

    Ma in questo momento meglio evidenziare le cose che uniscono. Ci sara tempo per differenziarsi

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