– Sia chiaro a tutti: quest’articolo non vuole essere una difesa del Porcellum. In alcun modo. Una legge elettorale che scarica tutta la competizione all’interno delle coalizioni (aumentando a dismisura il potere dei partitini collocati alle ali delle stesse), che è riuscita a creare risultati divergenti tra Camera e Senato nelle Elezioni Politiche del 2006 e che ha del tutto estromesso i cittadini dalla scelta del candidato è senza alcun dubbio una legge indifendibile e da superare. E’ una porcata.

E’ tuttavia autolesionista gettare insieme all’acqua sporca del Porcellum anche il bambino, cioè l’idea del maggioritario e della democrazia dell’alternanza. La strada del bipolarismo e del maggioritario è una strada stretta; una via di speranza che ha mosso i primi passi da quel referendum abrogativo del 1993 dove una schiacciante maggioranza di elettori votò a favore di un Senato imperniato sul sistema maggioritario, stanca e stremata da quel proporzionale puro dei giochi di palazzo e che spazzava via al primo voto di fiducia – come foglie autunnali – gli innumerevoli governi a targa DC. Seguì il Mattarellum e – infine – l’attuale Legge Calderoli.

Il nostro sistema elettorale si trova attualmente in un processo di trasmigrazione dal proporzionale al maggioritario; sta a noi l’arduo compito di liberarlo dall’attuale bonaccia e di traghettarlo definitivamente e completamente sulla sponda del bipolarismo. E’ una scelta difficile e coraggiosa, ma non possiamo esimerci dal farlo. Ogni Paese europeo è, infatti, retto da una logica squisitamente bipolare e maggioritaria; certo, si potrà discutere di uninominale (secco o con duppio turno), oppure di proporzionale con premio di maggioranza (e degli innumerevoli flavour tra i due sistemi), ma tertium non daturritornare al passato sarebbe un tragico ed irreparabile errore.

Se il referendum avesse successo si tornerebbe davvero a una precaria situazione di Prima Repubblica, con governi formatisi a seguito di “sacri” patti post-elettorali tra le oligarchie partitiche e di opachi intrallazzamenti per le poltrone. Condendo il tutto con una generale instabilità politica e tradendo così il lento – ma ostinato – cammino degli ultimi anni. E la politica non avrebbe più alcuno stimolo per modificare questo remake a colori della democristianissima Prima Repubblica, in quanto avrebbe tutto da perdere, in termini di potere e influenza.

I quattro quesiti presentati dal Comitato Promotore riguardano il ripristino delle preferenze, l’abolizione del premio di maggioranza, l’innalzamento della soglia di sbarramento per le liste in coalizione (una sorta di soglia flat al 4%) e la non-indicazione del candidato Premier. I quesiti muovono sicuramente su sincere istanze di democrazia e di partecipazione alla vita politica (e alcuni di loro – come il terzo – vanno a colpire alcuni problemi fondamentali della legge e a correggerli), ma il mix è qualcosa di micidiale; un (appunto!) proporzionale puro con liste di sbarramento al 4%. Né più, né meno.

Ristabilire le preferenze è – poi – un vero delirio; le clientele, le mafie, i voti di scambio (fenomeno frequentissimo nelle elezioni amministrative nel Meridione) non aspettano altro. Sia chiaro, però: è tanto deleterio ristabilire le preferenze quanto deleteria è l’attuale “lista nazionale” bloccata, fondata su criteri meritocratici estremamente opachi e che paga lo scotto della totale assenza di democrazia interna agli inscalabili partiti italiani. Pure delirante è l’abolizione del premio di maggioranza, senza operare un’adeguata sostituzione in tal senso; nessuno dubita che il premio di maggioranza sancito nel Porcellum sia un meccanismo distorsivo in quanto crea un automatismo eccessivo e spesso iniquo. Ma occorre una sostituzione (un nuovo premio palese, o una sterzata in senso uninominale?) orientata in un più equilibrato senso maggioritario, non un totale rigetto dello stesso.

La somma del successo dei quattro quesiti equivale alla morte del potere del cittadino e ad un ritorno alla vecchia politica di palazzo; è un fatto innegabile. Ed è un peccato che nobili istanze di “power to the people” vengano tradotte in questi referendum da un vago retrogusto reazionario che delega tutto il potere alla politica (la quale sarà felice di espandere i propri tentacoli e i propri affari) e puzzano di vecchio e di già visto. La delusione aumenta, quando si considera il fatto che il Porcellum sarebbe certamente da cambiare; ma cambiare non significa arrancare, non significa tornare al passato (da cui ci siamo distaccati con tanta fatica).

Cambiare significa osare, guardare in avanti, non indietro. E invece di guardare il futuro, di sfidare l’esistente, di provare a dare una frustata, il Comitato Promotore ha deciso di arroccarsi, di voltare la testa all’indietro, di rattrappirsi sul passato. E’ una cosa davvero ben triste. A conti fatti, questi referendum sul Porcellum sono destinati a diventare anch’essi una porcata. Porcellus(-um nella versione calderoliana) porcellos invocat.

Io una proposta per il comitato ce l’avrei: diamo una sterzata. Proponiamo l’uninominale secco all’inglese, il first-pass-the-post. Permette la scelta del candidato (ed è sulla sua persona che si innesta l’intero voto), rende i partiti scalabili, premia le formazioni ben radicate sul territorio in grado di fornire una sintesi credibile tra politica locale e politica nazionale e taglia le gambe ai piccoli partiti padronali/estremisti. E – cosa non meno importante – sarebbe il rivoluzionario colpo di frusta per ridare vitalità alla quotidianità politica del nostro paese.

Che ne dite? Accettiamo questa sfida e cominciamo a raccogliere le firme, o ci ripieghiamo su un passato che avremmo preferito archiviare per sempre?