di CARMELO PALMA – Dalla secessione da Roma, alla bilocazione di Roma e delle logiche romane. Dal disprezzo per la capitale ministeriale alla “ministerializzazione” dell’ideologia e della simbologia nordista. Da Pontida alla politica attovagliata attorno alla greppia della spesa pubblica. La Lega, che è troppo debole per accoppare politicamente il Cav. e per succedergli, ma cattiva abbastanza da approfittare della sua debolezza, sulla questione del trasferimento dei ministeri sta consumando una sorta di omicidio-suicido perfetto.

Al di fuori della curva ultrà del “Bossi-Bossi, Lega-Lega, Libertà-Libertà” e del recinto dei poveracci vestiti da Obelix, cui il Ministro dell’Interno della Repubblica italiana è tornato domenica a promettere una Padania libera e indipendente dalla Repubblica italiana, la “guerra dei Ministeri” accomuna l’immagine della Lega a quella della politica romana più bulimica e stracciona o – peggio ancora – la meridionalizza.

La logica del potere smezzato e pesato secondo la misura dei metri cubi, dei posti e degli appannaggi è, in teoria, quella che la Lega delle origini, con le sue pulsioni antistataliste, intendeva capovolgere, per ripristinare un principio di efficienza e di ragionevolezza. In teoria, perché anche l’antistatalismo è una “finzione” – una delle tante – a cui Bossi, che è un giocatore e un uomo di potere puro, non ingombrato da preoccupazioni in senso stretto “politiche”, ha agganciato la propria narrazione. Il parassita del malessere del Nord divenuto parassita del Palazzo e infine di un capo-Palazzo indebolito e impaurito porterà a Monza qualche usciere raccomandato e qualche segretaria pescata dai concorsi di Miss Padania. E questo sarebbe il trofeo della “vittoria”?

Nel suicidare così la residua credibilità della Lega come forza politica di governo – invece camperà ancora a lungo e bene, ma chissà se unita o balcanizzata, come ricettacolo di angosce e di pretese inconfessabili –  Bossi ha però anche ammazzato la residua rispettabilità di un premier che buttò fuori Fini perché gli faceva il contro-canto e oggi è costretto ad ubbidire ad un alleato che lo chiama “cagasotto” e lo prende per il culo in mondovisione, mentre lui abbozza, sorride e ringrazia e riunisce i capobastone del partito per moltiplicare – con l’ovvia soddisfazione di tutti – le sedi ministeriali, mentre la situazione si fa sempre più grave e sempre meno seria e la leggerezza della spesa pubblica sempre meno sostenibile.

Che Alemanno e Calderoli abbiano fatto pace, un boccone a me e uno a te, non ci stupisce. Ci avrebbe sorpreso, piuttosto, che di colpo smettessero di mangiare insieme polenta e pajata.