di SIMONA BONFANTE – Per espugnare Padania dall’oppressore romano sono necessari, nell’ordine: quattro ministeri, una scuola locale per formare magistrati autoctoni, un tot imprecisato di milioni nazionalmente pubblici da dispensare all’elettore secessionista, una copertura di Stato per placare i mungi-mucca abusivi, una irrilevante sforbiciata ai costi della politica – una manciatina di auto blu, non certo le province o le partecipate o i consigli d’amministrazione o i rimborsi elettorali o le sovvenzioni alle testate di partito, ché in ciascuno dei suddetti, gli affiliati padani, incassano dallo Stato una sisal da paura. E poi, ovviamente, le missioni all’estero: azzerarle, tutte, ché con quello che costano e i negher che producono…

Bossi – il capo – ha eruttato lapilli di nulla sul pratone fitto di elemetti cornuti accorsi a riverirlo nella sua Pontida. Ma ‘sta Padania, alla fine, pare Roma. La ladrona.
Lui stesso, il Braveheart, più che Mel Gibson impersona ormai il padan-Alemanno, er sindaco del nord. Stesso slang, stessa mission: più spesa pubblica improduttiva, occupazione dei pochi spazi di libertà non ancora devastati dall’infiltrazione politica con – appunto – una scientifica, criminale, pianificata declinazione della plutocrazia romana in Padanialand. Minaccia, infine, di ritirare l’appoggio al non-governo del sommo includente, come se la premiership di Berlusconi, nel 2013, minacciata non lo fosse già, e non certo perché lo dice lui, il Bossi, ma proprio per quella pluralità di buone ragioni elencate dal capo padano medesimo, ovvero che, con tutto il suo non fatto e con tutto il fatto male, il miliardario di Arcore, semplicemente, non tira più.

Di capannoni attivi, in Padania, se ne vedono sempre meno. Nonostante il federalismo, nonostante i Roberti – il semplificatore ed il securitario. Nonostante, persino, l’Archimede dell’economia padana – Giulio Tremonti, il Ministro che più Ministro non si può, e che pure…
E dunque? E dunque famose i ministeri, i posti pubblici. Magnamo pure noi, eccheccazzo!
Certo, un tempo i fedeli del dio Po facevano petizioni per ‘meno Stato’ – e noi ‘eccerto, come no’. E poi ancora per ‘meno burocrazia’ – e anche lì, accidenti, e che forse non le vogliamo tutti le scartoffie zero? E poi, un tempo, c’era pure la ‘libertà’ – e lì tripudio. Ora invece quello per cui firmano, i verdi, sono i ministeri.

Quelle cose – libertà dallo Stato, dalla burocrazia – un tempo, le metteva su piazza pure il consocio. Perfetta identità di millantati intenti. Che nel frattempo, però, vengono platealmente traditi. Il consocio che, invece della rivoluzione, finisce che ti fa la restaurazione. E lei, la Lega che, in luogo della liberazione, persegue (e ottiene) l’occupazione (e la moltiplicazione) degli spazi pubblici. Il frutteto della spesa sotto le insegne verdi, nel frattempo, prolifica che è una bellezza. E la spesa pubblica, elettoralmente e clienterlamente, rende. Il popolo, una volta liberato, smette di asservirsi ai mediatori. E senza più ruolo, il mediatore, che fine vuoi che faccia: gle tocca mettersi a lavura’. E allora, signori, secessione, lo diciamo noi: da ‘sti demenziali esaltatori di mortificante nocività che di Padania, alla fine, sono riusciti a fare Roma. La ministeriale, la regressiva, l’autisticamente cultrice di sé. Lì, in Padania, è dove ha emesso i primi vagiti quell’aborto culturale, politico, esistenziale che è la Seconda Repubblica. Siamo ancora lì oggi, con Padania compiaciuta di esserci riuscita davvero a sottrarre lo scettro a Roma. La ladrona, infatti, adesso ha casa a Monza.