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Il Sud. Abbandonarlo o annetterlo?

– Il Sud del Paese continua ad essere nei programmi della Politica, in maniera quasi naturale, con problemi atavici ai quali se ne aggiungono di nuovi. Tutti mai risolti perché mai affrontati, in un castello di degrado realizzato nel tempo, con lo scorrere delle legislature.

Perché lavoro, criminalità, sanità, fotografano, delineano, fra le notizie di giornali e telegiornali, come nelle statistiche e negli studi di settore, una situazione sempre più precaria. Disservizi e disfunzioni che costituiscono una degenerazione di quel che dovrebbe essere ma non è mai stato. Una “questione meridionale”, come la definì un deputato nel 1873, nata con lo Stato unitario e cresciuta con esso. Lo scenario esistente impone una scelta importante, forse definitiva. Di decidere se sia giunto il momento di annettere, realmente, il Sud, fornendogli gli strumenti necessari a che ciò si verifichi, oppure scegliere di non scegliere, abbandonandolo alle logiche del passato e del presente.

Futuro e Libertà, Fini, hanno fatto del Sud uno dei perni del proprio discorso politico, richiedendo una attenzione specifica sull’argomento ed indicando nella “fiscalità di vantaggio” un provvedimento utile in tal senso. Il Governo, pressato da queste istanze, ha proposto nel novembre del 2010 un pacchetto complesso di provvedimenti noto come “Piano per il Sud”. Provvedimenti che contemplavano interventi su tre autostrade, la Napoli-Bari-Lecce-Taranto, la Salerno-Reggio Calabria e la Catania-Palermo, ma anche la creazione di nuovi edifici scolastici, dati in uso ad agili enti locali mediante la sottoscrizione di contratti a canone di mercato. Accanto a queste opere, finanziate dalla riprogrammazione di fondi già scritti a bilancio, era poi prevista la creazione di un nuovo istituto bancario (la Banca del Sud) che avrebbe dovuto gestire un fondo per ottimizzare l’utilizzo dei finanziamenti europei alle piccole e medie imprese. Intendimenti, nient’altro. Concretamente niente.

La storia del Sud, fra le tante che sarebbe possibile scrivere, è anche quella di esperienze tra loro diverse ma uguali negli esiti deludenti: dalla Cassa per il Mezzogiorno, passando per l’Agenzia del Mezzogiorno, poi per la Nuova Programmazione, si sono impegnate risorse, si sono spese opportunità, si sono bypassate intere generazioni di persone. Senza produrre risultati, senza contribuire ad un’inversione di rotta significativa, senza riuscire a dimostrare, sempre e a tutti, che lo Stato è l’unico referente possibile. Dimenticando il suo passato, di storia e civiltà, svilendo il suo presente di città e paesi, di coste ed entroterra. Obliterando autolesionisticamente le sue bellezze.

Così il Sud ha continuato a vivere con le sue dinamiche, con i suoi problemi senza soluzione, primeggiando sulla scena nazionale per la sua arretratezza in ogni aspetto dell’attività economica, ma anche sociale e civile. Una serie infinita di numeri negativi che, senza bisogno di essere enunciati, trovano la loro sintesi, più esplicita, nel divario riscontrabile tra il Pil per abitante al Nord e quello al Sud: 29.914 euro contro 17.324 nel 2009.

Quindi un Sud in continua emergenza che sarebbe anche responsabile della crescita lenta del Paese. Insomma il solito discorso: il laborioso Nord che traina l’imbelle Sud, del quale si sobbarcherebbe anche gli oneri. D’altra parte le stagioni più recenti sembrerebbero dare ragione a questo refrain, fornendo giustificazione plausibile all’impasse attuale. In realtà, a ben guardare, allargando l’analisi ad anni più lontani, si rileva l’infondatezza di questa teoria, o almeno l’impossibilità ad utilizzarla in maniera assoluta. Basti soffermarsi sui tassi di crescita, molto elevati, raggiunti tra il 1950 e il 1973, per esempio. Senza contare che non appare troppo spregiudicato ipotizzare che in taluni casi il Meridione arretrato è stato funzionale allo sviluppo del Settentrione. In primis attraverso il capitale umano, in secondo luogo come sbocco per i beni prodotti al Nord.

La verità probabilmente è un’altra. Si è sbagliato il focus, finora. Si sono cercati interventi straordinari, si sono progettati piani ad hoc per il Sud, partendo dal presupposto che si trattasse di un organismo territoriale a parte. Regolato da dinamiche uniche e per questo necessitante di interventi specifici. Protesi nella ricerca di ricette miracolose, non ci si è resi conto che quel che sarebbe servito, più di ogni altra cosa, era una buona politica ordinaria, un cortocircuito che arrestasse la politica fondata sugli aiuti.

Già, perché non deve apparire un non senso sospettare che la Politica che ha promosso progetti, commissioni e molto altro ed ha speso la sua autorità per premiare comunità differenti con la realizzazione di opere spesso senza alcuna ratio, abbia costituito il maggior ostacolo alla normalizzazione del Sud. Alimentando la contingenza abbia permesso che il Sud rimanesse “altro” rispetto all’Italia.

L’inadeguatezza di parte della classe dirigente meridionale, la sua debolezza politica, la sua labilità etica, la sua irrilevante autorità amministrativa segnalano come il problema debba essere affrontato con grande serietà e senza deroghe. Prima di ogni altro. Perché tutto quanto, l’economia asfittica, il lavoro esiguo, le capacità disperse, la ricchezza della sua terra sottoutilizzata, le immondizie di vario tipo che invadono le città e avvelenano i territori sono effetti vistosi di una causa più nascosta. Appunto una classe dirigente incapace di contrapporsi efficacemente a dinamiche perverse, sclerotizzate.

Decidere di invertire la rotta, di aprire una stagione nuova non è semplice, anche in considerazione delle opposizioni che potranno mettere in gioco quanti hanno interesse che lo status quo permanga.
Il ministro Sacconi, presentando a metà aprile scorso il piano per la crescita del governo, ha dichiarato con toni enfatici che “La nostra idea è che il Mezzogiorno sia la nuova frontiera dello sviluppo italiano, un mercato emergente dentro di noi”. Un programma ambizioso ma che probabilmente non incide alle radici sul problema. Anche perché rimane per intero da attuare.

Per questo rimane la preoccupazione della società civile, delle imprese che stanno, e lavorano, al Sud. Per questo le istituzioni più alte del Paese, il Presidente della Repubblica e i Presidenti di Camera e Senato, frequentemente sottolineano la centralità del problema. E’ della fine di maggio, in occasione della giornata di studi della Svimez su “Nord e Sud a 150 anni dall’unità d’Italia”, il rilievo di Fini sulla sostanziale indifferenza sul Mezzogiorno, alternata al prevalere di una possibile questione settentrionale che fa leva sui ceti produttivi del Nord.

Secondo Fini le ragioni di questa crescita quasi azzerata del Sud sono nell’inefficienza della quasi totalità degli enti pubblici, e dunque nella possibilità che si lascia alle criminalità organizzate di insinuarsi nelle maglie delle pubbliche amministrazioni. Ma sono anche nelle percentuali di spesa pubblica disattese nel corso degli anni. Ma anche nel taglio delle risorse Fas e il loro dirottamento verso finalità estranee al Mezzogiorno. Mentre una particolare attenzione andrebbe data alla fase iniziale del federalismo fiscale, perché sia garantita una partenza equiparata.

Il Sud, molta della sua gente, non merita città senza regole, nelle quali lo Stato è solo un’alternativa poco attraente a quella della criminalità. Non merita monumenti che divengono discariche abusive, spiagge inquinate e litorali ridisegnati dall’abusivismo edilizio. Non merita candidati in competizioni elettorali in arresto, ma ugualmente eletti. Il Sud ha molto da offrire, ma occorre decidere di recuperare e valorizzare quanto esiste. Riscoprendo il passato, riappropriandosi del presente.

“Il problema resta il Sud”, ha dichiarato il ministro Tremonti, intervenendo al convegno “Crescere tra le righe”, organizzato dall’Osservatorio Giovani editori alla metà di maggio. Ha ragione. Ma il problema è continuare ad osservare il Sud con sguardo miope, secondo un’ottica deformata da interessi che non sono quelli del Sud.

Per il Sud occorre una nuova politica.

“Non assistenzialismo e sussidi, ma politiche attive per rimuovere le disparità e garantire opportunità alla pari tra nord e sud, tra chi nasce in certi ambienti e chi in altri”

diceva Fini alla Costituente di Milano. Quella è la strada per annettere finalmente il Sud.


Autore: Manlio Lilli

44 anni, romano, laureato in lettere con indirizzo archeologico all’Università di Roma “La Sapienza”, dottore di ricerca in topografia antica all’Università di Bologna, professore a contratto presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Perugia. Ha partecipato e condotto scavi archeologici a Roma, Pesaro, Grumentum e Venosa e campagne di ricognizione in Abruzzo, Marche e Lazio. Nella sua attività di ricerca scientifica si annoverano, oltre a voci nell’Enciclopedia Archeologica e nel Mondo dell’Archeologia a cura della Treccani, numerosi articoli e approfondimenti editi in collane e riviste italiane e straniere. E’ autore di tre opere monografiche sulla ricostruzione del popolamento antico di Lanuvio, Ariccia e Velletri.

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