Viviamo in una economia di mercato …Che fare?

Le parole di quest’articolo vi sembreranno strane, d’annata.

A dare le opportune indicazioni, a dire quel che si deve fare e quel che non si deve fare, a indirizzare i produttori, industriali, agricoltori, commercianti verso i rami del lavoro nei quali esiste una scarsità relativa ed allontanarli da quelli nei quali c’è una relativa abbondanza in confronto alla domanda esistente dei corrispondenti prodotti, ad insegnare ai giovani od ai loro genitori quale è il tipo di istruzione che conviene più seguire in un certo momento, provvede il mercato.

Vi provvede facendo ribassare i prezzi delle merci prodotte con abbondanza eccessiva, e rialzare gli altri. Vi provvede facendo rialzare i salari degli operai più richiesti e ribassare quelli dei mestieri troppo affollati. Vi provvede dando profitti agli imprenditori i quali scoprono le merci nuove o provvedono a servizi domandati dal pubblico e mandando in malora (fallimento) coloro che producono merci cattive, non richieste, od a costo troppo alto.

Ma il mercato non può essere abbandonato a sé stesso. Il legislatore, ossia noi stessi che dobbiamo eleggere coloro che fanno le leggi, dobbiamo sapere che il mercato può essere falsato da monopoli e riserve legali. Fin che si tratta di piccole trincee che ogni produttore scava intorno a sé per proteggersi, poco male. Possiamo tollerare, anzi (…) ma dobbiamo impedire che monopolisti veri e propri rialzino i prezzi o scemino la produzione, e guadagnino grosso.

Così pure possiamo e perciò dobbiamo far sì che il mercato utilizzi le sue buone abitudini a governare la produzione e la distribuzione entro certi limiti, che noi consideriamo giusti e conformi ai nostri ideali di una società nella quale tutti gli uomini abbiano la possibilità di sviluppare nel modo migliore le loro attitudini, e nella quale, pur non arrivando alla eguaglianza assoluta, compatibile solo con la vita dei formicai e degli alveari – che per gli uomini si chiamano tirannidi, dittature, regimi totalitari – non esistano diseguaglianze eccessive di fortune e di redditi.

Perciò noi dobbiamo darci buone leggi, buone istruzioni, creare un buon sistema di istruzione accessibile e adatto alle varie capacità umane, creare buni costumi.

Dobbiamo, perciò, cercare di essere uomini consapevoli, desiderosi di venire illuminati, e di istruirci; e dobbiamo, in una nobile gara, tendere verso l’alto.

Il mercato, che è già uno stupendo meccanismo, capace di dare i migliori risultati entro i limiti delle istituzioni, dei costumi, delle leggi esistenti, può dare risultati ancora più stupendi se noi sapremo perfezionare e riformare le istituzioni, i costumi, le leggi, entro i quali esso vive , allo scopo di toccare i più alti ideali di vita.

Lo vorremo se potremo.

Bene. Le parole che avete letto sono quelle di Luigi Einaudi. Appartengono alle lezioni di politica sociale che tenne in Svizzera quando nel ’44 era esule antifascista. Einaudi poi diventò Governatore della Banca d’Italia, e poi Presidente della Repubblica.

Einaudi “batteva” su tre principi: 1) libera economia di mercato in una libera società.  2) l’esigenza di conciliare la logica di mercato con i principi della giustizia distributiva ed in particolare con l’eguaglianza di opportunità, 3) il ruolo cruciale delle politiche sociali dello stato per realizzare, almeno in parte, tale conciliazione (sto citando uno scritto di Maurizio Ferrera).  Ed in tal senso Einaudi parlava di “abbassamento delle punte e innalzamento dal basso”.

Questo,  era il “mood” del pensiero di Einaudi. Che consideriamo un “padre” della repubblica, e un maestro di una ben determinata accezione di liberalismo.

La domanda che vi si pone è: questo pensiero (da me malamente sintetizzato) vi piace?

Il motivo di questo articolo, in ultima analisi, è che a destra e a manca, il buon Einaudi, viene citato e ricitato, ma spesso a sproposito.

Anche il ministro Brunetta ha citato più volte, con adesione, il pensiero di Einaudi. Eppure Brunetta è l’uomo che definisce “peggiore Italia” i precari, l’uomo che va in tv a dire, con sprezzo demagogico e malcelato razzismo di casta, che in Italia non vi è alcuna crisi occupazionale, chi vuole lavorare può tranquillamente andare a scaricare “cassette di mele” ai mercati ortofrutticoli, e, quindi, se ha studiato per 25 anni, peggio per lui.

Ecco, davanti alle logiche sociali di Brunetta il pacato Einaudi avrebbe perso il suo aplomb ed avrebbe sacramentato.

Sono tutti Einaudiani, quindi, ma non si capisce bene a cosa si riferiscano. Sovente ne si parla a vanvera. Come di un vecchio quadro di famiglia dietro al quale mettersi quando si gioca a nascondino. O quando si fa finta di essere adulti, e si dice qualcosa pur di dire.

Questi sono i tempi nei quali chiunque (giornalisti, spin doctor, politici, opinionisti, comuni mortali) si propone il lusso di millantare competenze storico-economiche e quindi citare liberamente gadget di teorie economiche da loro mai approfondite – magnificando o dannando l’anima di quel dato economista, o di quell’altro. Il più delle volte la loro cultura economicistica si ferma a vani cenni dell’universo orecchiati di qua e di là. E in virtù di questi: sentenziano.

Ma su, signori, citare a vanvera un pensiero, sia per criticarlo sia per magnificarlo,  è sempre un modo per screditare quel pensiero, nel bene e nel male (lo diceva pure la mia maestra elementare).

L’economia è una cosa seria, ne parli chi ne sa.

Il dato tragico è che quando Brunetta cita Einaudi lo fa non solo da ministro … ma da docente di economia. E allora capiamo a quale tipologia di economisti si riferiva Nicolas Chamfort, quando  nel ‘700 giacobino scriveva:  “Gli economisti sono chirurghi che hanno un eccellente scalpello e un bisturi scheggiato, sicchè operano a meraviglia sul morto e martorizzano il vivo”.

Esimio ministro Brunetta … se lo sviluppo di un paese è ancorato allo scarico delle cassette di mele  … tanto vale metterci tutti in un barcone e sbarcare in Tunisia.