Nuovi media o nuovi italiani?

I vecchi media si sono accorti dei nuovi media. Ora finalmente si può dire: tutti. Ma sulle loro pagine gli strani fenomeni mediatici continuano. Di certo qualcosa è cambiato, in modo sostanziale. Basta tornare con la memoria a fine 2009. A quello straordinario misto di spontaneità, mistero, complotto e partecipazione che fu la nascita del Popolo Viola. Un movimento complesso, acefalo, rappresentato dall’effige di un precario senza nome e identità (oggi scomparso nel nulla) che gli old media sono stati largamente incapaci di comprendere, apprezzare, valutare. Anche solo di riconoscere, per lunghi mesi.

Così, mentre alcuni giornali trasformavano una richiesta di dimissioni per Silvio Berlusconi nella panacea di tutti i mali, una pagina Facebook nell’immagine dell’«Italia migliore», altri commettevano l’altrettanto imperdonabile errore di non comprendere che dietro i soliti luoghi comuni cartacei, il «tam tam» (parola odiosa) e il «popolo del web», c’erano centinaia di migliaia di persone. Con la loro frustrazione, il loro desiderio di cambiamento, la loro rabbia più o meno creativa, più o meno gioiosa. Per accorgersene hanno dovuto aspettare di vederli materializzarsi uno a uno nelle piazze di tutta Italia, e oltre.

E soprattutto a Roma, quel 5 dicembre 2009 in cui perfino il più strabico dei giornalisti fu costretto a registrare sul proprio taccuino che la rete oltre ai bit è fatta di carne, persone, esperienze reali. Il fatto che la stampa amica del governo li dipinse come «amici di Spatuzza», il boss mafioso che scioglieva bambini nell’acido, è indicativo di quanto riuscita fosse la manifestazione, il No Berlusconi Day, che aveva fatto irrompere l’auto-organizzazione su Facebook sulla scena politica. Un luogo, Facebook, dove fino ad allora secondo alcune testate si annidavano solamente malattie, disfunzioni sociali, perfino pericolosi brigatisti digitali in fasce.

Oggi una simile disattenzione è impensabile. Purtroppo, tuttavia, non è bastato a far sostituire analisi grossolane e dettate dalla necessità di soddisfare il palato dei lettori con parole provenienti da chi concepisce la rete non come una vetrina o un mondo parallelo, ma come parte di sé. Perché, lo ha scritto con grande chiarezza Vittorio Zambardino: «o ‘sei’ la rete o ‘non sai usarla’». O anche: «la rete non è uno strumento e non è un luogo: è una cultura». Parole sante. Peccato che, evidentemente, sia merce rara. E così si è passati da ignorare (finché possibile) una pagina Facebook da oltre 300 mila persone che organizzava, giorno dopo giorno, una delle manifestazioni politiche più riuscite degli ultimi anni ad annotare, riportare ed esaltare qualunque sciocchezza avvenga sul web.

La sensazione, saltando dal 2009 a oggi, è che i media tradizionali stiano inseguendo i nuovi media, sotto certi aspetti. Che li monitorino costantemente, alla ricerca insistente del prossimo fenomeno satirico, della prossima campagna politica, del prossimo uomo politico che si lasci andare a qualche parola di troppo o della prossima celebrità presa d’assalto dai fan. Meglio, naturalmente, se a suon di insulti: quelli sembrano, per ragioni inspiegate, essere e restare una peculiarità del mezzo. Questa bulimia da social media ha iniziato a produrre i propri effetti sulle loro analisi politiche degli old media. Che così si sono riempite di entusiasmi che essi stessi, in larga parte, giudicavano irragionevoli soltanto fino a pochi mesi prima. Ed ecco spuntare gli editoriali sui referendum «vittoria di Twitter» e sul quorum «raggiunto da Facebook». Le homepage dei quotidiani riempirsi di fotomontaggi che ritraggono «l’ironia del web», dell’ultimo fenomeno della «satira in rete». Così che l’uscita del nuovo video della Sora Cesira finisce per mettere le redazioni in subbuglio come e più di una dichiarazione del presidente del Consiglio.

Il gioco è a somma zero. Nel senso che, come non era vero che il Popolo Viola e la sua forma organizzativa rappresentavano l’unica alternativa al berlusconismo, l’unico volto dell’Italia buona che vuole il cambiamento e (parola quanto mai abusata) la «rivoluzione», non è altrettanto vero che la vittoria di Giuliano Pisapia a Milano sia diretta emanazione del fallimento di Letizia Moratti a #Sucate. Come erano irrilevanti gli pseudo-studi scientifici citati, peraltro a sproposito, per dimostrare che Facebook «causa» la sifilide, l’asma o la schizofrenia, altrettanto irrilevanti sono le analisi che vorrebbero decretare che «il vento è cambiato» perché un hashtag è trending su Twitter.

Nel mezzo, proprio come allora, sta la realtà. E anch’essa, credo, è cambiata. Anche se forse, a leggerla senza banalizzazioni, non così tanto. Nel 2009 l’uso di massa dei social media abbinato a un forte impegno nei gazebo, da parte di comuni cittadini e partiti politici, portò in piazza a Roma 350 mila persone. Oggi la stessa combinazione ha sancito la vittoria di Pisapia e portato al raggiungimento del quorum. Quanto hanno pesato i due fattori, singolarmente e uno in relazione all’altro? Difficile dirlo. Ne sarebbe bastato uno solo per ottenere gli stessi risultati? Altrettanto difficile dirlo, ma ci sono buone ragioni per dubitarne. Su Facebook si continua a fare politica, proprio come allora. I numeri sono di certo cresciuti, e oggi si parla non di riempire una piazza ma di spostare voti, ma la sostanza è la stessa. Forse sono gli italiani, più che gli strumenti che usano, a essere cambiati. Molto più dei giornalisti che li raccontano.


Autore: Fabio Chiusi

MSC alla London School of Economics in Storia e Filosofia della Scienza, è un giornalista e blogger. È redattore per Lettera43.it e scrive di politica, social networking e critica della disinformazione sul blog ilNichilista. Collabora con l'Espresso, Farefuturo webmagazine, Agoravox Italia e il Termometro Politico. Per Mimesis ha pubblicato Ti odio su Facebook. Come sconfiggere il mito dei brigatisti da social network prima che imbavagli la rete (luglio 2010).

3 Responses to “Nuovi media o nuovi italiani?”

  1. Michele azzu scrive:

    Un’ottima analisi, anch’io stavo pensando di scrivere un pezzo su questa evoluzione. Si potrebbe approfondire maggiormente, che ne pensi Fabio? Penso a tutti gli elementi, anche fuori rete, che hanno portato a quest’aria nuova – finchè dura – di cui si parla da un pò. L’onda studentesca, poco prima del popolo viola. E poi il se non ora quando… ci sono molti elementi che mi portano a dire che l’Italia, in questo senso, non ha da invidiare alla spanish revolution. O alla contestazione greca, a quella francese. Solo che troppo spesso, di queste novità nostrane, non se ne parla o non se ne comprende il valore…

  2. Tommaso scrive:

    invece che “tam tam”, si puo’ usare l’equivalente italiano del word-of-mouth inglese, cioe’ “passaparola”

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