– Il fatidico quorum del 50% è stato ampiamente superato e i “Sì” hanno stravinto con percentuali che anche la Bulgaria si sogna; c’era da aspettarselo.

La mancanza cronica di coraggio nel prendere una posizione chiara e tesa al “No” per i primi tre quesiti, posizione che sarebbe logicamente e “per natura” dovuta essere propria – per coerenza e affinità politica – di quei partiti collocati nell’area di centrodestra, si è miscelata in modo deleterio alla percezione di un referendum/plebiscito sulla tenuta del governo e sulla personale leadership di Berlusconi. E dunque si è preferito trincerarsi dietro – rispettivamente – a un assordante silenzio, a un generalizzato (quanto grigio) invito al voto (FLI) e a un astensionismo di craxiana memoria (PDL).
Le liberalizzazioni dei Servizi Pubblici Locali sono state sacrificate sull’altare patrio dell’ideologia e della politicizzazione del voto da un’Italia che insieme all’acqua sporca (no anzi, quella se la terrà tutta) vuole buttare via anche il bambino, accontentandosi (più o meno volontariamente) di slogan facili. Qui su Libertiamo abbiamo ripetutamente e ostinatamente provato a innalzare il livello del dibattito, ma si può fare ben poco con la fionda quando si combatte contro dei veri e propri disinformanti panzerfaust.

Ma torniamo al doloroso presente, che immortala l’immagine di un’Italia molto più socialista/pauperista e molto meno liberale. Cosa è davvero cambiato con la vittoria dei SI’? Quali saranno gli effetti dell’abrogazione dell’Art. 23-bis del Decreto Ronchi (primo quesito) e della remunerazione pari al 7% del capitale investito (secondo quesito)? Un paper ad opera dell’Istituto Bruno Leoni riassume in modo attento e preciso l’immediato (quanto ironico) futuro che verrà.

I promotori del referendum (e una larghissima fetta di coloro che hanno votato “sì”) accarezzano e serbano il proposito di ritornare all’antico modello delle municipalizzate (parlano di un “nuovo modello pubblico”, manco fosse il New World Order), ove il settore pubblico gestiva l’intero servizio in un regime palesemente e genuinamente monopolistico.
E a questo tende una proposta di legge popolare, la quale punta apertamente e sinceramente alla completa ripubblicizzazione dell’acqua potabile in Italia; insomma, si cerca di dare al referendum di un carattere consultivo che non ha.

Moltissimi credono che il loro voto abbia evitato la privatizzazione dell’acqua e consenta la sola gestione pubblica (se non fosse ancora chiaro che questi referendum sono stati tesi alla disinformazione violenta), senza rendersi conto che hanno semplicemente e solo votato per l’abrogazione del criterio della gara pubblica, elemento necessario per una vera messa in concorrenza dei servizi pubblici locali a rilevanza economica.

Il ritorno al passato pan-pubblico è giuridicamente impossibile, per quanto l’attuale voto favorisca indubbiamente l’assai opaca formula dell’affidamento in-house. La Corte Costituzionale – nella sentenza di accoglimento del primo quesito (sentenza 24/2011) – ha affermato che dall’abrogazione dell’Art. 23-bis “conseguirebbe l’applicazione immediata nell’ordinamento italiano della normativa comunitaria […] relativa alle regole concorrenziali minime in tema di gara ad evidenza pubblica per l’affidamento della gestione di servizi pubblici di rilevanza economica”. Il servizio idrico è un servizio economico di interesse generale che risponde ai canoni dell’economicità, data la modalità di organizzazione del servizio in questione; l’UE afferma, infatti, che qualsiasi prestazione di servizi remunerata deve essere considerata un’attività economica. E’ la stessa Commissione a menzionare il servizio idrico nella categoria dei servizi di rilevanza economica.

E i servizi di interesse economico rientrano appieno nel mercato europeo; ogni Stato potrà essere libero di gestirli a patto che non venga annullato/schiacciato il principio di libera concorrenza; le norme a tutela del mercato e della concorrenza costituiscono un argine e un elemento necessario e obbligatorio per ogni tipo di legislazione statale in materia. Non si potranno in alcun modo escludere “procedure concorsuali competitive di evidenza pubblica volte a garantire il rispetto, per un verso, dei principi di parità di trattamento, di non discriminazione, di proporzionalità e di trasparenza e, per l’altro, delle regole di efficacia e dell’efficienza dell’attività dei pubblici poteri, al fine di assicurare la piena attuazione degli interessi pubblici in relazione al bene o al servizio oggetto dell’aggiudicazione” (Corte Costituzionale, sentenza 325/2010).

La gara pubblica (e la partecipazione dei privati) viene dunque buttata fuori dalla porta per rientrare necessariamente dalla finestra, per mezzo della disciplina europea. Giuridicamente, il referendum avrà effetti ben più modesti di quelli annunciati (e sperati) dai sostenitori, a seguito di quanto esposto; tuttavia vi saranno forti conseguenze sul piano politico/economico. Gli operatori privati saranno fortemente disincentivati all’investimento e il voto ha di per sé sacralizzato e legittimato (come già scritto) la formula dell’affidamento in-house, foriero di sprechi e di politicanti. Una nuova legge “liberalizzatrice” sarà dunque necessaria per recepire le normative UE, a meno che non si voglia incorrere in pesanti sanzioni.

Per non parlare dell’abrogazione della remunerazione del 7% sul capitale investito; la sua abrogazione rende necessaria una nuova disposizione legislativa, visto che le multiutility non hanno intenzione di continuare a investire con queste condizioni. Gli investimenti in un modo o nell’altro dovranno necessariamente essere remunerati con precise regole, non con metafisiche e salvifiche lodi alle “buone amministrazioni” (sic!). L’alternativa è una depurazione scarsa e un servizio dato (si perdoni l’ironia) con il contagocce. Escludendo a priori tale evenienza, che si può fare? Le risorse pubbliche sono scarse sia a livello locale che nazionale; vuoi vedere che l’abrogazione è la Sacra Via per una nuova bella Patrimoniale tutta tesa al proteggere “un bene pubblico” contro i cattivi “speculatori mercatisti” (direbbe Padre Zanotelli in pompa magna)? Essì, ci aspetta proprio una grossa secchiata di acqua gelida.

Aquam et circenses, fratelli, aquam et circenses. Godiamoci quest’ordalia di sogni, circondati dalla realtà di affidamenti pubblici, inefficienze, sprechi, dispersioni idriche, tassazioni generali, declino. Un po’ come hanno fatto a Robbiate, piccolo comune nel Lecchese. Loro di sogni devono intendersene, e pure parecchio; il 95% ha votato SI’ ai primi due quesiti, nonostante la (miracolosa) gestione pubblica causi loro inefficienze, ritardi e impossibilità ad erogare il servizio nei giorni seguenti a un temporale.

Quindi, sogniamo tutti. Tra Celentani, Grilli, duri-e-puri, statalisti di ritorno, comunisti all’H20, reazionari ed affabulatori del nulla. Perché al risveglio saremo costretti ad assistere alle macerie, al declino inarrestabile, alla tragedia di un paese che non vuole essere salvato.