– C’è un persistente mito riguardante la dimensione dello Stato, secondo cui la dimensione del settore pubblico dipende dalla necessità di finanziare i “beni pubblici” e garantire la “solidarietà sociale”, le due scuse favorite dai teorici per spiegare il peso dello Stato.

La spesa attuale dello Stato Italiano ammonta a circa il 50% del PIL. È una cifra così enorme che è difficile giustificarne più di un terzo in base a considerazioni sui beni pubblici e sull’”equità”: la dimensione dello Stato, in Italia come in tutti gli altri Paesi, ha altre cause.

Partiamo dai beni pubblici: difesa, tribunali e polizia sono i beni pubblici “ante litteram” che anche la maggior parte dei liberali del passato hanno sempre supposto debbano essere forniti dallo Stato.

Secondo l’ISTAT, rappresentano meno del 5% del PIL.

Poi ci sono gli investimenti pubblici: la maggior parte è inutile (le sovvenzioni alle aziende si potrebbero sostituire con l’aliquote inferiori per l’IRES e l’IRAP), però è probabile che la gestione delle reti (elettrica, metropolitana, ferroviaria…) e di alcune infrastrutture (ponti, aeroporti) possa necessitare di contributi pubblici. Sebbene queste necessità siano probabilmente sopravvalutate, facciamo finta che non sia così: le spese in conto capitale sono il 4% del PIL, e questa cifra include, come del resto la precedente, anche gli sprechi. Inoltre, oltre il 70% di questa spesa sono trasferimenti.

Abbiamo finito i beni pubblici? Probabilmente no: esisteranno altre spese che non sono in conto capitale. D’altra parte, abbiamo visto che buona parte delle spese in conto capitale siano aiuti alle aziende che si potrebbero in parte eliminare. Facciamo finta dunque che i beni pubblici rappresentino il 10% del PIL, anche se è probabile che ciò sia una esagerazione.

A questo punto prendiamo il 20% più povero della popolazione italiana e diamogli 1000€ al mese per aiutarlo, e diamo 500€ al successivo 20%, che magari ha qualche problema. A parer mio si tratta di cifre enormi: sicuramente sono sufficienti per pagare la scuola, le spese mediche e la pensione sociale ai più poveri. Si tratta comunque complessivamente di una cifra irrisoria: il 14% del PIL.

A fatica siamo arrivati dunque sopra il 20% del PIL, e rimaniamo abbondantemente sotto il 25%.

Il resto non serve: è pura ricerca di rendite politiche, sono i costi dei privilegi della casta, degli appalti poco trasparenti, dell’eccessivo numero di dipendenti pubblici, del debito pubblico, dei favori fatti agli amici e alle lobby. La spesa pubblica però rimane incomprimibile perché spendere soldi del contribuente è necessario per comprare voti: la spesa è il “pizzo” che la società paga per “vendere” il proprio consenso alla politica.

Quando si dice che comprimere la spesa non si può perché serve per finalità sociali o per produrre beni pubblici, si dice il falso: gran parte della spesa pubblica è frutto del tentativo di alcuni di vivere a spese degli altri (tra l’altro, una buona parte delle politiche pubbliche va a danno dei più svantaggiati).

Lo Stato spende perché deve comprare il consenso dei cittadini, e questo si ottiene costringendo altri cittadini a pagare per i privilegi altrui: ciò costituisce però un paradosso del prigioniero dove tutti – tranne le minoranze potenti e ben organizzate – alla fine perdono. Se lo Stato funzionasse, costerebbe da un terzo alla metà di quello che costa effettivamente, per produrre gli stessi servizi: ma non illudetevi che possa funzionare, lo Stato è strutturalmente bulimico in ogni Paese, anche in quelli con meno corruzione del nostro.