– Oggi alle 15 in Piazza Montecitorio a Roma le associazioni a difesa dei tartassati, tra cui FederContribuenti, ConfContribuenti , Impresa è rivoluzione, Ancodas, Radici, Movimento Cittadino Nuovo e numerosi comitati spontanei, si riuniranno in un sit in contro lo stato di polizia tributaria e il suo bastione, Equitalia.

Libertiamo e Futuro e Libertà hanno dato la propria adesione, pur nel rispetto della natura civile e apartitica di una manifestazione voluta dalla società civile e dall’associazionismo.

L’iniziativa raccoglie spinte e motivazioni diverse, ma gli obiettivi sono chiari e condivisi. Da un lato si chiede un processo tributario più giusto e il ripristino della parità tra le parti. Il giudizio in materia tributaria si distingue dal giudizio penale e civile per il deficit di garanzie riconosciute al contribuente, che per altro rappresenta la parte debole, di fronte a chi detiene il monopolio della forza nel nostro ordinamento. Il fatto che l’onere della prova ricada il più delle volte sul contribuente ne fa un’eccezione al principio di non colpevolezza. Eppure le sanzioni sono alte; tanto che spesso finiscono per superare nel tempo l’importo che si dimostra essere stato evaso. Il principio del solve et repete, poi, secondo cui prima si paga la somma richiesta, poi eventualmente si chiede la sua ripetizione dimostrando la non giustezza della pretesa del fisco, è sommamente iniqua ed espone famiglie e imprese a rischi imprevedibili.

Alle istanze per un giusto processo tributario si aggiungono richieste di tipo sociale. Urta la sensibilità anche di chi non professa idee liberali e liberiste il fatto che famiglie e imprese siano messe sul lastrico dall’intransigenza del fisco. Non è dato sapersi se in questi ultimi due anni siano state ammazzate più imprese da una pressione fiscale di oltre il 43% o la crisi mondiale. Di sicuro le misure draconiane congegnate manovra dopo manovra per far cassa in nome della sacrosanta lotta all’evasione fiscale (concetto tanto facile da digerire da poter aprire la porta ad ogni tipo di abuso ed eccesso) hanno inferto il colpo finale per migliaia di aziende e famiglie in situazioni critiche.

I numeri del malumore sono sorprendenti e fanno presagire una partecipazione non trascurabile all’evento di oggi, malgrado la scelta di organizzare la manifestazione in un giorno infrasettimanale: nel 2010 i solleciti inviati sono stati 3,4, sono stati emessi 1,6 milioni preavvisi di fermo, 577mila quelli effettivi; infine, sono 133mila i pignoramenti verso terzi.

Un’impresa deve attendere 6 anni e mezzo una sentenza di secondo grado che accerti il proprio diritto di credito. I pagamenti della PA avvengono spesso in ritardo, in violazione delle norme comunitarie in materia, per altro non ancora recepite dal legislatore statale. Da uno studio sul settore delle costruzioni, risulta che il 98% delle imprese subisca dei ritardi, nel 58% dei casi di oltre 2 mesi, nel 10% dei casi addirittura di oltre 6 mesi.

Eppure lo Stato, cattivo pagatore, è solerte nell’esazione delle imposte. Un’impresa messa in difficoltà dall’impossibilità di riscuotere i crediti che vanta dai privati e dalle amministrazioni appaltatrici, può essere costretta a chiudere i battenti di fronte alle richieste del fisco. Ma che vantaggio trae lo stato dal fallimento delle imprese? Per quanto il pugno duro permetta di far cassa nel breve periodo, nel lungo periodo la distruzione del tessuto produttivo erode la stessa base imponibile e di conseguenza le entrate fiscali.

La situazione è ancor più grave se si tratta di famiglie, costrette talvolta a veder la propria casa svenduta all’asta quando, invece, un minimo di flessibilità avrebbe consentito di spalmare il debito in più anni e garantire il pagamento del debito con l’erario nella sua interezza.

In questi giorni i temi della giustizia tributaria sono stati dibattuti nell’aula del Parlamento. La scorsa settimana sono state discusse alcune mozioni in materia presentate da FLI, UDC e altri soggetti politici. Durante l’iter di approvazione del decreto legge sviluppo sono stati presentati da FLI e PD alcuni emendamenti che accolgono le richieste di maggiori garanzie per i contribuenti avanzate da FederContribuenti e ConfContribuenti, ma la maggioranza ha approvato un compromesso al ribasso che pone blandi limiti alla possibilità di espropriare la prima casa del contribuente in errore e all’applicazione del famigerato principio del solve et repete.

Poca cosa, se si considera lo stato di insofferenza raggiunto dai contribuenti italiani.