Craxi convinse e vinse. Craxi ingannò e perse

– Politica è decidere, convincere delle decisioni, sfidare le resistenze con le argomentazioni, dunque vincere. In Italia lo ha fatto Craxi. Era il 1984. Il primo governo socialista della storia decide di tagliare la scala mobile, il meccanismo vizioso che ancorava gli stipendi all’inflazione: era la catacomba della competitività, la mortificazione del potere d’acquisto. Craxi assume l’iniziativa di sciogliere il nodo dal quale lavoratori, imprese e Pil nazionale si stavano lasciando sgozzare. Cisl e Uil convengono, ma il Pci insorge e promuove un referendum. La Cgil, da parte sua, si spacca. Ebbene, lui, il cinghialone, il traditore dei proletari, vince.

Ci dà sotto, Craxi, a spiegare quella scelta, sacrosanta ma complicatissima. Non ha timore di venir travolto dagli artifici propagandistici dei compagni, che avrebbero potuto eccome rendere lui ed il provvedimento del governo respingente quanto il demonio. Ha fede nella democrazia, evidentemente, il Craxi d’allora. Ed ha l’umiltà di credere che il suo dovere – di leader politico, di capo del Governo – sia convincere i cittadini, e che sia diritto dei cittadini sia essere messi nelle condizioni di poter deliberare. Ha ragione: la democrazia è questa roba qui.

Pochi anni dopo, però, Craxi cambia idea: smette di fidarsi della capacità di deliberazione dei cittadini o forse, semplicemente, smette di ritenere che in democrazia convincere sia la via politica – la sola – per vincere. Infatti perde. Perde il referendum sulla preferenza unica promosso da Mario Segni e i Radicali (et alter). È il 1991. Craxi (con Bossi!) invita gli italiani a boicottare la consultazione ed andare al mare. E gli italiani, al mare, ci vanno sì, ma solo dopo aver votato. Ed aver votato SI.

Cosa ci insegna questa succinta ricostruzione della storia referendaria patria?  Primo, che una certa circolarità dei cicli storici – sia dato atto al non amato barbudoc’è. Se ne tenga conto. Secondo: per quanto faccia di tutto per dimostrare di potersene esimere, la politica è scelta, decisione, selezione, gerarchizzazione delle priorità. Responsabilità di convincere delle scelte assunte; responsabilità di compierle, quelle scelte.
Convincere per vincere. Lo ha fatto così bene, Berlusconi, per l’ultimo intermittente ventennio. Ha smesso di farlo –  convincere delle scelte, vere o presunte – ed ha perso.

La maggioranza politica che guida il governo italiano ha abiurato le scelte compiute – con convinzione, immaginiamo – appena qualche mese prima. Non le aveva spiegate allora. Non le ha spiegate dopo. Ha creduto, il governo, che spiegare fosse meno politicamente redditizio di prescrivere al pueblo cosa (non) fare – sfanculare il referendum, nella fattispecie – meno pagante di motivare a votare, motivare a votare NO.
Ma non è così che funziona, neppure nelle meno sedimentate delle democrazie. La gente confida nella funzione di delega, ma se quegli stessi delegati, che dovrebbero esser corroborati dalla forza proprie ragioni, ritrattano, bypassano, ebbene il sospetto che abbiano torto sorge, come dire, spontaneo.

Non credo che in questa strabiliante ultima tornata referendaria abbia perso il mercato, la scelta nucleare, il garantismo. Credo piuttosto che a perdere sia stata l’arroganza: l’idea del popolo beota, da tenere all’oscuro, irretire, semplicemente ignorare. Errore da penna blu. E questo – mi sia concesso – vale per i perdenti partitici conclamati quanto per i sé-dicentesi vincitori. Sono costoro anzi che, domani, dovranno spiegare ai referendari, che non è che fosse proprio vero che in ballo c’era la privatizzazione di quell’inviolabile bene comune che è l’acqua.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

2 Responses to “Craxi convinse e vinse. Craxi ingannò e perse”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Pur a rischio di apparire come tuo fan personale devo convenire che hai palesemente ragione, bisogna però aiutare la classe politica ad evitare questi errori. La sola strada è quella di abolire il quorum del referendum proprio per evitare che facciano leggi sbagliate o ambigue e che comunque poi siano obbligati a difenderle invece di cercare la scappatoia dell’astensione. Bisogna inoltre semplificare/garantire la raccolta delle firme (autenticatori/informazione), anche se eventualmente aumentare il numero di quelle necessarie, per favorire l’indizione di referendum anche ai gruppi minoritari poco organizzati nel territorio, infine il vaglio costituzionale deve avvenire prima della raccolta delle firme e le consultazioni, quando possibile, sempre accorpate alle elezioni.

    Democrazia vuol dire innanzitutto garantire quella diretta, chi ha il coraggio di mettere questo al centro del programma elettorale vincerà le prossime elezione, se per non perdere le elezioni sarà al centro del programma di tutte le coalizioni avrà vinto la democrazia italiana.

    Forza FLI, aprite le danze su questo punto!

  2. Condivido in pieno il commento di Luigi Di Liberto.
    In un momento in cui la politica autorenferenziale fa “acqua” da tutte le parti, uno dei pochi strumenti veramente validi è quello dei referendum. Giusto abolire il quorum (in pratica un ostacolo creato ad “hoc” per non far vincere i referendum), giusto aumentare un po’ le firme e rendere più facile la loro raccolta, sarebbe giusto anche dilatare un poco i tempi della raccolta.
    Un po’ più di “democrazia diretta” aiuterebbe la politica italiana a riacquisire un po’ più di credibilità.
    Eppoi ci vorrebbe una maggiore trasparenza nella gestione delle cose pubbliche, a qualsiasi livello, piuttosto che fare delle privatizzazioni selvagge, che in Italia hanno avuto l’amaro sapore di “regali” fatti al potentato economico piuttosto che una vere liberalizzazioni.
    Infine non sarebbe male mettere un limite ai mandati dei politici, per evitare di avere una vera e propria “casta”, e creare degli strumenti partecipativi per i cittadini in modo da poter mandare eventuante a casa i politici che tradiscano le promesse elettorali.
    Tutto ciò, in una parola, si chiama “democrazia diretta” ed è il giusto “contrappunto” alla democrazia rappresentativa che oggi non rappresenta più nessuno

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