di PIERCAMILLO FALASCA – Effetti del referendum: scrive Renato Mannheimer sul Corriere della Sera che circa il 50 per cento degli italiani non sa per quale partito voterebbe, se oggi ci fossero le elezioni politiche. Le fila degli indecisi sarebbero oltremodo ingrossate da ex elettori del PdL: più che la partecipazione al voto referendario (alimentata presumibilmente dal merito delle questioni, oltre che dalla campagna di disinformazione montata ad arte dai promotori e nei fatti alimentata dal dilettantismo dei media italiani), l’elemento chiave è rappresentato dall’avversità nei confronti del Cavaliere di una porzione crescente dell’opinione pubblica di centrodestra.

Per il Terzo Polo, ma soprattutto per Fini e per Futuro e Libertà, si apre oggi una chance irripetibile: puntare agli indecisi in fuga dal sogno berlusconiano, mostrare loro un’oasi di buon senso tra i due opposti isterismi della sinistra a trazione dipietrista e della destra a trazione leghista. Se dirlo è facile, farlo è più complicato: per intercettare una domanda, o forse addirittura per crearsi una domanda, bisogna saper elaborare un’offerta. Quest’ultima – se è lecito semplificare – è fatta di una leadership credibile e di proposte e posizioni concrete e coerenti con la “visione” che la leadership racconta agli elettori. Detto in altri termini: per l’offerta che FLI può e deve presentare all’enorme platea di elettori di centrodestra disillusi dal berlusconismo, Gianfranco Fini è necessario, ma non sufficiente, non al punto da rendere indifferenti le posizioni che gli esponenti di FLI assumono su un tema o su un altro. Candidarsi ad essere una destra repubblicana ed europea, inclusiva e innovatrice, significa elaborare una piattaforma di contenuti coerente e riconoscibile.

Quando a parlare è Fini (beninteso: colui che ha convinto migliaia e migliaia di italiani a impegnarsi in prima persona con Futuro e Libertà) dubbi ne abbiamo pochi: legalità e garantismo, mercato e innovazione, laicità e libertà civili, merito e solidarietà. Ma all’ombra di Fini, troppo spesso pare prevalere la confusione degli opposti contenuti, un partito che contemporaneamente vota No e Sì all’abrogazione del decreto Ronchi, che con la mano destra partecipa al GayPride e con la sinistra se ne vergogna, che pensa ad un tempo di portare in Italia la destra liberal-conservatrice di Cameron e di riesumare il sincretismo fasciocomunista di Pennacchi.

E’ illusorio pensare che l’ombrello finiano possa nascondere le ambiguità, tanto più se si considera quanto l’elettorato potenziale di FLI – giovane, istruito e attivo in Rete – sia esigente e accorto. Rifugiarsi agnosticamente nel “meno male che Fini c’è” sarebbe un errore fatale. Per diventare grandi, è giunto il tempo delle scelte, il tempo della strategia e non della tattica.