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Per fare un batterio (killer) ci vuole un seme (biologico)

– Dalla vicenda del “batterio killer”, che in questi giorni sta occupando pagine di giornale e laboratori di analisi, si possono imparare parecchie cose.
La prima è senza dubbio che in casi come questo bisogna tenersi alla larga, per informarsi, dai giornali e dalle televisioni, almeno dai giornali e dalle televisioni italiane.

Si è parlato per settimane di soia e di germogli di soia, probabilmente perché nessuno ha mai pensato di tradurre correttamente l’espressione inglese “bean sprouts” (germogli di legumi) che compariva correttamente negli articoli della stampa straniera, e nessuno si è preso neanche la briga di verificare che la soia (Glycine Max) e i germogli di soia (Vigna Radiata) sono addirittura due piante diverse, che si coltivano in maniera totalmente diversa. Quindi giù fiumi di inchiostro sui pericoli della soia e dei suoi germogli – mentre in Germania si occupavano, giustamente, d’altro – fino alle paradossali rassicurazioni sul fatto che in Italia di soia se ne coltiva ormai poca e quella che si coltiva sarebbe comunque sicura. 
La seconda cosa da imparare, sempre cercando di non osservare gli avvenimenti attraverso le lenti deformanti dell’informazione generalista, sempre più attenta alle polemiche e agli aspetti scandalistici che all’analisi di fatti complessi, è che trovare l’origine di un contagio è cosa niente affatto semplice, bisogna procedere in tempi rapidissimi, e la necessità di agire mentre la gente muore obbliga le autorità sanitarie a prendersi la responsabilità di scelte difficili. Ad esempio il primo allarme, poi risultato infondato, sui cetrioli biologici spagnoli non è stato dato per superficialità, come molti hanno sostenuto.

Su quei cetrioli era stato infatti rinvenuto un ceppo di Escherichia coli in grado di produrre tossine letali, e dai rilevamenti statistici sulle persone contagiate risultava che molte di esse avevano effettivamente consumato cetrioli: il fatto che ad indagini di laboratorio più approfondite quel batterio non è risultato essere l’O104:H4 non vuol dire che non sia stato giusto intervenire subito. Pensate cosa sarebbe successo se alla fine si fosse scoperto che il “colpevole” era veramente il batterio rilevato sui cetrioli, che lo si sapeva con una certa approssimazione da giorni ma che nessuno si era ancora mosso per non rischiare di inguaiare i produttori spagnoli. Ripeto: in casi del genere, mentre le autorità sanitarie decidono cosa fare o non fare, la gente si ammala e muore.

L’ultima cosa da imparare, e forse la più importante, è che ci vorrebbe un pizzico di realismo in più e molta ideologia in meno quando si affrontano, anche nella vita quotidiana, i temi legati alla sicurezza alimentare. Pensare di poter raggiungere il miraggio del “rischio zero” è illusorio, e a maggior ragione lo è quando si cerca di inseguirlo affidandosi fideisticamente ai prodotti realizzati mediante pratiche agricole o metodi di coltivazione come l’agricoltura biologica. Non dovrebbe essere un mistero per nessuno che una riduzione dell’impiego della chimica nelle fasi di produzione, stoccaggio e conservazione dei prodotti può far aumentare, in maniera direttamente proporzionale, i rischi legati alla contaminazione del cibo da parte di muffe, microbi o batteri.

D’altronde l’agricoltura biologica è una pratica agricola molto simile a quelle usate quando la chimica non esisteva affatto, e che obbligavano i nostri nonni a prestare molta attenzione a ciò che mettevano in tavola, e alle modalità con cui ciò che mettevano in tavola era stato prodotto e conservato. Una consapevolezza nella percezione dei rischi che abbiamo perso, generazione dopo generazione, ma che non può essere sostituita acriticamente da nessun tipo di certificazione di qualità.

Per questa ragione appare decisamente fuori luogo, oltre che oggettivamente sfortunata nella tempistica, la presa di posizione del presidente di Slow Food Roberto Burdese che ha invitato, lo stesso giorno in cui le autorità sanitarie tedesche individuavano definitivamente l’Escherichia coli O104:H4 nei germogli (di fagioli) prodotti da un’azienda biologica della Bassa Sassonia, ad indirizzare le indagini verso gli OGM.

Oltre che totalmente insensato dal punto di vista scientifico, questo modo di ragionare risponde sempre alla stessa visione, ideologica e semplicistica, per cui il male deve per forza stare tutto da una parte e il bene tutto dall’altra, e che accettare questa distinzione condurrebbe ad una vita sana e senza pericoli. Sciocchezze, ovviamente. Un’informazione più corretta e una maggiore consapevolezza su come viene prodotto il cibo aiuterebbe anche a consumare con maggiore tranquillità e responsabilità i prodotti biologici, che spesso sono ottimi e di ottima qualità. Conoscere per scegliere.


Autore: Giordano Masini

Agricoltore, papà e blogger, è titolare di una azienda agrituristica nell'Alto Viterbese e si interessa prevalentemente di mercato, agricoltura, scienze e sviluppo curando il blog lavalledelsiele.com. Prima di tutto ciò è nato a Roma nel 1971, ha studiato storia moderna e ha provato a fare politica qua e là, sempre con scarsa soddisfazione.

3 Responses to “Per fare un batterio (killer) ci vuole un seme (biologico)”

  1. Daniele scrive:

    La via intermedia: gli hamburger tedeschi in territorio francese.

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