Ecologismo, terzomondismo, pauperismo, ma è sempre il solito socialismo

– La vittoria del Sì ai referendum è la seconda grossa sberla in due settimane presa dal governo.
La prima è stata la sconfitta simultanea a Napoli e Milano, seguita a sua volta dalle altre batoste alle amministrative.
Ce ne saranno molte altre di “sberle” simili, finché non verrà capita la causa di lungo periodo della crescita della sinistra e di calo di consensi della destra.

Perché si può dire quello che si vuole sul popolo cattolico inorridito dal “bunga bunga”, sulla scarsa presa dei potentati locali del PdL, sull’inadeguatezza della classe dirigente, ma queste sono cause contingenti. Quel che resta è l’inversione di tendenza culturale che si sta consolidando, e che provocherà una crescita di lungo periodo di ogni partito che proporrà un programma socialista (e, all’interno di ciascuno, delle correnti più massimaliste). Questa tendenza era già ben visibile nel 2001, ora è dominante, nei prossimi anni dobbiamo aspettarci che sia totalizzante.

Il centro-destra ha cercato di cavalcare l’onda per tutti gli anni 2000, abbandonando il liberalismo degli anni ‘90 e adottando un socialismo riformista moderato. Ed è questa la sua condanna, perché la gente, tra l’originale e la copia, preferisce votare i socialisti veri, possibilmente massimalisti, trascurando quelli più annacquati. Lo ha capito il PD, che dopo le fallite liberalizzazioni di Bersani e dopo il fallito riformismo di Veltroni, ora si appiattisce sui programma di Di Pietro e di Vendola. Quella di Milano è una vittoria di Vendola, che ha imposto programma e candidato. Quella di Napoli e dei referendum è una vittoria di Di Pietro, che ha scelto il candidato nel primo caso e il campo di battaglia nel secondo.

La destra perde, in questo confronto, perché non propone un’agenda alternativa. Tremonti, che detta la linea del governo in tutte le scelte fondamentali, è un socialista riformista, ben assecondato da altri socialisti (Sacconi, Brunetta, Frattini) pragmatici e moderati.

Il ministro dell’Economia, se lasciato a briglia sciolta, non sarebbe neppure tanto moderato. In una conferenza a Milano, nel 2005, si disse a favore del “fair trade” (mercato regolamentato dallo Stato) contro il “free trade” (mercato libero), difese il sistema pensionistico statale contro la proposta di riforma “cilena” (pensioni individuali e volontarie), si pronunciò a favore del protezionismo contro il libero scambio, a favore di politiche economiche per lo sviluppo del meridione (la Banca del Sud), contro l’idea di una defiscalizzazione del Mezzogiorno. Non stupisce che oggi si opponga al taglio delle tasse: le tasse servono per mantenere in piedi l’apparato statale che egli vuol difendere e, se possibile, espandere. La sua agenda (fatta propria dal premier Berlusconi) è una copia stinta dei programmi di Bersani e D’Alema, a loro volta copia diluita e moderata della politica proposta da Di Pietro e Vendola.

Chi realisticamente chi in modo più utopistico, Tremonti, Bersani e Vendola condividono tutti i principi fondamentali del socialismo
: il primato della politica sull’economia e dello Stato sul cittadino, la conservazione dello stato sociale, la necessità di reperire fondi tramite tasse per mantenerlo, il primato del collettivo sull’individuale. Vendola è attualmente il proponente più rigido di questa politica: è ovvio che l’elettorato inizi a pendere dalla sua parte, poiché è il più coerente.

Se il centro-destra proponesse una radicale alternativa liberista, vincerebbe? Al momento no. Perché il socialismo non è adottato dai politici solo per loro convinzioni ideologiche. E’ l’espressione della maggioranza dei cittadini, per una serie di motivi.

Dall’attacco alle Torri Gemelle del 2001 in avanti abbiamo vissuto sempre in uno stato di crisi permanente o latente (terrorismo prima, crisi economica poi, a partire dal 2008), e il collettivismo si nutre appunto di crisi. In caso di attacco esterno, di solito, prevale l’istinto di aggrapparsi alle istituzioni per chiedere protezione.

Inoltre, tutte le guerre seminano dubbi di legittimità sul capitalismo e sul proprio governo, accusati di voler speculare sull’emergenza. Tutte le guerre del ‘900 hanno portato a questo effetto collaterale. Basti pensare agli effetti della I Guerra Mondiale: milioni di soldati sono tornati dal fronte e hanno continuato la lotta nelle piazze contro i “partiti borghesi”, i capitalisti, gli “speculatori” e gli ebrei (eterno capro espiatorio), dando origine ai totalitarismi del ‘900.

Sin dal 2001 la maggioranza degli italiani ha iniziato a chiedere più protezione e più garanzie sociali, sviluppando al tempo stesso teorie paranoiche su complotti internazionali e lobby occulte. Dal 2008 si è affermata l’idea che il mercato libero sia di per sé un modello sbagliato, e sta crescendo a dismisura, sulla base della convinzione che lo Stato non fa abbastanza per proteggere i cittadini “dal capitalismo”, la richiesta di una maggior partecipazione del popolo nelle istituzioni.

La gente vuol votare direttamente (senza passare dal Parlamento e da partiti giudicati troppo poco socialisti) leggi che spoglino capitalisti e banchieri di tutti i loro beni, per “redistribuirli ai poveri”. In Italia i referendum sull’acqua, il Popolo Viola e i grillini ne sono i sintomi più evidenti; il movimento degli Indignados in Spagna e la rivolta anarchica in Grecia muovono dagli stessi presupposti.

Questa tendenza presenta caratteristiche vecchie e nuove. Vecchie: le tesi paranoiche contro i complotti dei banchieri e degli ebrei sono identiche a quelle diffuse negli anni ‘20, le stesse che hanno contribuito all’affermazione del comunismo a Est, dei fascismi a Ovest. Stessa l’iconografia: nasi adunchi e piovre, cappelli a cilindro e uomini grassi e pieni di soldi. Nuove: l’ecologismo radicale e Internet sono visti rispettivamente come l’argomento dominante di condanna al capitalismo e lo strumento adatto per abbatterlo.

Le ideologie totalitarie si pongono come salvatrici. I fascismi erano proposti come le uniche ideologie in grado di salvare la nazione, il comunismo come l’unico in grado di proteggere il popolo. Entrambi ponevano l’alternativa fra loro stessi e l’inevitabile distruzione. Parimenti, l’ecologismo propone la paura dell’estinzione umana. E i nuovi collettivisti usano questo spauracchio per giustificarsi: o imbrigliamo la libera iniziativa, o il capitalismo distruggerà la terra.

L’ecologismo è tanto forte da aver assorbito altre ideologie novecentesche, come il terzomondismo e il femminismo. Le società scarsamente industrializzate extra-occidentali sono indicate come esempio di “sostenibilità”: restino selvaggi e inquineranno meno il pianeta. Il femminismo è altrettanto importante in questa ideologia: la donna che rifiuta la famiglia e non fa figli è conforme a un’ideologia che vede, nella riduzione numerica dell’umanità, un modo per rispettare maggiormente la Terra.

Attorno a Internet, che è un ottimo strumento di comunicazione orizzontale in una società libera, si sta sviluppando una filosofia collettivista: tutto, dalla proprietà intellettuale alle informazioni riservate di governi e aziende, può e deve essere collettivizzato e messo a disposizione del popolo. I grandi social network, oltre che strumenti di mobilitazione collettiva, diventano anche delle vere e proprie “comuni” virtuali, in cui proprietà e privacy vengono condannate. Lo stesso gossip esce dai confini della frivola stampa scandalistica per diventare uno strumento di lotta al potere. A quello economico, prima di tutto, perché è in esso che i collettivisti del XXI Secolo (proprio come quelli del XX) identificano il nemico.

Questa nuova ideologia collettivista invade ormai ogni aspetto della cultura, dalla più elitaria (università, saggistica, riviste specializzate), a quella più popolare (quotidiani, canzoni, film di successo come Avatar e Tron Legacy), sino alle mode più diffuse nella vita quotidiana (turismo “consapevole”, stile di vita “sostenibile”, social networking).

Ormai tutti, dal manager rampante alla casalinga, condividono, in tutto o in parte, queste ideologie. Nelle aziende non fai strada se non proponi soluzioni “sostenibili”, dunque se non ti conformi all’ecologismo. Se lavori nel campo della formazione o dell’informazione, non ti ascoltano se non ti adegui ai mantra del terzomondismo, dell’ecologia e della “partecipazione” contrapposta al capitalismo. Se vuoi uscire dal cattolicesimo, queste idee ti forniscono una valida alternativa, perché si rivestono di una forte carica spirituale. Se sei cattolico, comunque, cercherai di conformarti ad esse, perché ti senti un verme se non le abbracci nel nome della tua visione pauperista e altruista della società.

Non è un caso che, a Milano, i voti a Pisapia siano arrivati soprattutto da giovani e giovani adulti, donne, cattolici e liberi professionisti, soprattutto quelli impegnati nel terziario avanzato. Le stesse immense categorie si sono mobilitate in massa, in piena estate e a scuola chiusa, per andare a votare i referendum. Praticamente tutte le categorie “pensanti”, più a contatto con la cultura del nostro tempo, sono pronte a mobilitarsi per sostenere qualsiasi causa collettivista, a vantaggio di programmi e candidati politici socialisti.

Di fronte a questo conformismo collettivista, è facile che si creino reazioni a corto raggio molto scomposte e sempre più impresentabili: nazionalismi, integralismo religioso, razzismo vero e proprio stanno affermandosi come ideologie di minoranza, speculari e opposte alla melassa eco-socialista. Ma altrettanto pericolose: tutte queste, infatti, muovono dalle stesse paure e portano a risultati identici in politica e in economia. Purtroppo questo è il trend, comunque: assistiamo, non solo in Italia, al sorgere di un nuovo socialismo, a cui si contrappongono piccoli e ignoranti nazionalismi sempre più virulenti.

A cosa ci porterà tutto questo? Non lo so e non lo voglio prevedere. Le premesse, comunque, come ognuno può vedere, non sono delle più incoraggianti.


Autore: Stefano Magni

Nato a Milano nel 1976, laureato in Scienze Politiche all’Università di Pavia, è redattore del quotidiano L’Opinione. Ha curato e tradotto l’antologia di studi di Rudolph Rummel, “Lo Stato, il democidio e la guerra” (Leonardo Facco 2003) e il classico della scienza politica “Death by Government” (“Stati assassini”, Rubbettino 2005).

4 Responses to “Ecologismo, terzomondismo, pauperismo, ma è sempre il solito socialismo”

  1. Davide Lanfranco scrive:

    Sono un elettore di centro-sinistra che però ha votato no. Ritengo che le battaglie le perda chi non le combatte. Chi punta a trucchetti per evitare il voto o invita al non-voto. Il “solito socialismo” vince perchè chi dovrebbe combatterlo con “idee forti” non ha il coraggio di farlo. La destra Italiana è solo la copia (falsamente securitaria) della snistra populista ed assistezialista. Berlusconi e Bossi i degni capi ; viene meno la possibilità di elargire sussidi e non controllano più l’elettorato.
    Davide

  2. lodovico scrive:

    Non sarei così pessimista:molte cose stanno cambiando. Anche se aumenta il numero delle nazioni….molti criticano il nazionalismo.
    Cresce anche il numero degli Stati democratici……..molti criticano la democrazia. Cresce il numero delle popolazioni che producono secondo modi capitalistici………seppure in presenza di molte critiche. L’ultimo paese ad abolire la schiavitù in Europa fù l’Italia con la Repubblica Veneta, dove si portava il leone con il vangelo di Marco a Malomocco nei tempi di guerra, ed ora alle bocche dell’adriatico nasce Ecologia e Libertà.Certo le ideologie sono un problema ma sono destinate a crollare. Forse io non vedrò i cambiamenti di cui ha bisogno il mondo islamico…spero nell’intelligenza degli uomini che con il loro comportamento, quando saranno maggioranza, potranno adottare, cooperando, le migliori soluzioni……(popper)

  3. manapisca scrive:

    Siamo ancora in tanti a rifiutare la visione collettivista di uno Nanny-State che ci illude di poter vivere per sempre felici e contenti nell’Isola Che Non C’è. Il socialismo non crea ricchezza, e, come diceva giustamente la Thatcher, prima o poi finisce per fare fuori anche la ricchezza degli altri.
    Internet è servita a smascherare le menzogne della teoria del riscaldamento globale che tutti affermavano di non essere più in discussione. Senza la rete il Climategate e la voce dei scettici non sarebbero mai riusciti a farsi sentire.
    Anche se ci aspettano tempi duri, non bisogna MAI arrendersi!
    Complimenti per l’articolo!

  4. Luigi Di Liberto scrive:

    Ottimo articolo che una analisi molto accurata ed a differenza di Lodovico non mi sembra pessimista anche se condivido di fondo la preoccupazione di un totalitarismo ecologico, questo sarebbe però solo la conseguenza di scellerate politiche consumistiche sull’altare del profitto delle corporations che auspico possano essere ricondotte su binari sostenibili.

    E’ indubbio che ci sia, in particolare nei giovani, una voglia di Riformismo Rivoluzionante e che stia emergendo una necessità di Socialismo Liberale da contrapporre alla democrazia reale, ma sono altrettanto convinto che sia una battaglia sbagliata volerlo contrastare, come ho già avuto modo di scrivere sono evidenti i fallimenti sia del Comunismo che del Capitalismo per cui mi pare evidente che la sola strada percorribile anche in base ai modelli che finora si sono mostrati i migliori nei paesi del nord europa.

    Se per qualcuno non è condivisibile un modello Socialista Liberale credo sia opportuno progettarne uno LiberalSocialista, fermo restando che il fondamento democratico abbia ad essere il punto comune a cominciare dalla democrazia diretta dei referendum sul modello svizzero. Capisco che per chi ha una cultura di destra la parola socialismo sia sinonimo di comunismo e comunque vicino alla bestemmia politica ma ho la sensazione che sia ormai un processo irreversibile, dovreste comunque quanto meno essere contenti che le frange di sinistra estrema in Italia sono state di fatto ridotte a minoranze estreme ed ininfluenti Anche se a qualcuno dispiace non avere più il nemico comunista da demonizzare, non c’è pressoché più nessuno che contesta la proprietà privata, la libera iniziativa e il pluralismo di informazione, bisogna farsene una ragione confrontandosi democraticamente ed assumendo le decisioni suggerite dalla democrazia diretta e comunque sottoporre, quando richiesto, le decisioni prese alla volontà popolare troppo spesso tradita e negata.

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