– Forse è la volta buona che è finita – questa interminabile telenovela di Michele Santoro sulla televisione pubblica che per anni e anni ha fornito facili e prevedibili argomenti dialettici a chiunque, a destra come a sinistra, avesse voglia di buttarla in gazzarra.
E forse è la volta buona che Michele Santoro sceglierà di essere prima di tutto un giornalista ed un anchorman di successo, anziché un “resistente professionista”, uno che dal prime time della televisione di Stato suole parlare come fosse ai microfoni di una radio clandestina di fronte ad un regime invasore.

Anche a prescindere dal giudizioche  si può avere su questo protagonista della scena dell’informazione, la ragione più importante per la quale c’è da essere contenti del fatto che il prossimo anno non vedremo Santoro sugli schermi RAI, ma con tutta probabilità su quelli de La 7, è che finalmente sarà possibile ricondurre la sua figura ad una dimensione autenticamente professionale e di mercato.
Nel nuovo canale cesserà di esistere il “caso Santoro”
così come l’abbiamo conosciuto fino a questo momento e si fuoriuscirà dalla logica partigiana che faceva di ogni singola sua puntata una lotta epica tra il bene ed il male.
A La 7, del resto, non avranno più senso le categorie della “censura” e dell’”uso criminoso della televisione pubblica”, perché nessun governo potrà dirgli di non andare in onda e, al tempo stesso, perché lui non ci andrà più a spese di chi non si riconosce nel suo modo di fare tv.

In una televisione commerciale Santoro non dovrà rispondere ad una dirigenza di nomina politica, ma ad un editore privato che realisticamente lo valuterà in primo luogo sulla sua capacità di attrarre ascolti ed introiti pubblicitari – ed è ragionevole prevedere che da questo punto di vista si mostrerà all’altezza e che le sue trasmissioni continueranno ad avere una presenza importante nel dibattito giornalistico e più in generale politico.

D’altronde, pretendere che il successo di pubblico a cui è abituato gli conferisse altrettanto automaticamente un diritto di tribuna illimitato sulla RAI non era solo sbagliato, ma anche – se lo si consente – poco “di sinistra”, dato che proprio la sinistra ci ha sempre “insegnato” che la tv pubblica riveste un ruolo intrinsecamente diverso rispetto a quello della televisione privata e non può pertanto esclusivamente basarsi su considerazioni di carattere commerciale, quali l’audience e la raccolta pubblicitaria. Non è un caso che infatti le sia conferito lo strumento del canone, affinché possa assicurare una funzione “di servizio” che – secondo i sostenitori della tv pubblica – deve tradursi in pluralità, oggettività ed equilibrio, anche quando questo non faccia “business”.
A chi, nel PD, oggi si strappa le vesti per i minori incassi della televisione di Stato dovuti alla dipartita di Michele Santoro, va fatto presente che se davvero desideriamo che la RAI venga gestita secondo criteri commerciali e non invece primariamente politici, la strada non è che una, quella della privatizzazione che tante volte Libertiamo ha indicato.

Peraltro, se si ritiene utile una riapertura del mercato dell’emittenza ed un superamento del duopolio che l’ha condizionato fino a questo momento, si deve senz’altro guardare positivamente al fatto che per la prima volta un soggetto televisivo diverso da RAI e da Mediaset intraprenda una significativa strategia espansiva nella televisione in chiaro.
Dopo i successi di Enrico Mentana che ha saputo erodere importanti spazi di consenso ai TG tradizionali, l’approdo di Santoro potrà contribuire ad un ulteriore salto di qualità del canale di Telecom in termini di effettiva incisività.

In definitiva ci sono buone ragioni per ritenere che Santoro su La7 farà del bene alla sue stesse trasmissioni, “spoliticizzandole”, farà bene a La 7 e gioverà – in termini di maggiore concorrenzialità – al settore dell’etere nel suo complesso.