Né con Berlusconi, né con Celentano. Viva il NO leale e razionale

di CARMELO PALMA – Una maggioranza che in questi tre anni ha costruito una “retorica democratica” stucchevole, con la minaccia ricorrente  del ricorso alle urne di fronte ad ogni discussione e dissenso, ha provato a far saltare il banco referendario e non c’è riuscita. Doveva neutralizzare il referendum ed è stata spazzata via dalla legittima e salutare diffidenza di un’opinione pubblica che immaginiamo più frustrata dalla delusione per quello che-ci-doveva-pensare-lui (e si è visto come), che soggiogata dal fascino dei “nuovi” e valorosi armigeri della resistenza anti-berlusconiana.

Nei referendum soffocati tra la censura di governo – amministrata dai Raiset con inutile cattiveria – e la disinformatia di opposizione – cretina e di talento come il suo testimonial d’eccezione, Celentano – qualcuno doveva pur vincere. Ed è bene che abbia prevalso la parte la cui vittoria farà meno danno, a parte il mal di testa che l’ubriachezza “luogo-comunista” sull’acqua pubblica e sul nucleare finirà per procurare anche agli astemi.

Soprattutto è bene che Berlusconi – senza volerlo, anzi volendo il contrario – sia riuscito perfino a liberare il referendum dalla “trappola perfetta” del quorum. Per chi professa, come noi, una filosofia della storia fondata sull’eterogenesi dei fini, si tratta anche dal punto di vista culturale di una saporita rivincita. Per sfangarla, il Cav. avrebbe dovuto tenere a casa, in teoria, un elettore su due, ma, in pratica, un votante su tre, visto che un quarto degli italiani da un quarto di secolo sui referendum non vota mai, a prescindere da tutto. Non c’è riuscito e perfino i “suoi” – non solo i leghisti – gli sono evidentemente scappati di mano, iniziando seriamente a diffidare della sua stretta paterna.

Di questa sconfitta berlusconiana, più che della vittoria dei suoi avversari siamo particolarmente lieti (e orgogliosi di avervi partecipato, con la nostra posizione minoritaria), perché pensiamo che ragioni non solo di moralità, ma di efficienza politica impongano un uso cavalleresco delle regole del “gioco democratico”. Anche il mercato politico, come il mercato tout court, può funzionare in modo decente solo se la maggioranza dei giocatori prova a battere e non a fottere gli altri, a competere con loro, non a rendere impari o impossibile la competizione.

Il tentativo di disarmare lo strumento referendario ha purtroppo disarmato le ragioni di quanti, nel merito dei singoli quesiti, hanno scelto di non accodarsi alla demagogia dei promotori, senza intrupparsi nelle fila dei sabotatori del referendum. Penso che chi ha scelto di giocare, in modo leale e razionale, la partita del No, sapendo che – alla fine – avrebbe comunque perso, debba rivendicare il merito di una doverosa e luminosa equidistanza tra Berlusconi e Celentano. E’ fieno in cascina, che servirà per il “dopo”. Anche le sconfitte servono, per tenere il punto.

Il referendum è di suo un “piatto ignorante”, di cui gli elettori possono lungamente disamorarsi e improvvisamente reinnamorarsi quando si accorgono che dell’eccesso di delega i politici tendono a fare un uso furbo e opportunistico. In tal caso usano i referendum come forconi e non come bisturi, non (solo) per abrogare le leggi che ritengono sbagliate, ma (soprattutto) per punire i politici che ritengono più complessivamente in errore, al di là del merito dei singoli quesiti. Col referendum del 1991 gli italiani annunciarono la fine della Prima Repubblica, non l’amore popolare per la “preferenza unica”; vent’anni dopo, con uno sberlone altrettanto forte, formalizzano la fine dell’era berlusconiana, non la passione per un modello sovietico di gestione delle risorse idriche.

Non è peraltro la prima volta che un referendum dà voce a maggioranze “antiliberalizzatrici”. Si pensi ai referendum del 1995 su orari e licenze degli esercizi commerciali, che bocciarono una liberalizzazione poi imposta, a furor di popolo, pochi anni dopo e tuttora popolarissima. Niente è politicamente per sempre. Non lo è stato Berlusconi, di certo non lo sarà il “partito dell’acqua pubblica”, sul cui carro bipartisan – stipati all’inverosimile – sono infine saliti un po’ tutti, perfino ministri in carica.


Autore: Carmelo Palma

Torinese, 44 anni, laureato in filosofia. E' stato dirigente radicale, consigliere comunale di Torino e regionale del Piemonte. Direttore dell’Associazione Libertiamo e della testata libertiamo.it. Gli piace fare politica, non sempre gli riesce.

One Response to “Né con Berlusconi, né con Celentano. Viva il NO leale e razionale”

  1. ivan scrive:

    Perche’ dite che il nucleare e’ liberista? E’ fatto con soldi pubblici e dallo stato e la distribuzione dall enel.

    Nucleare = statalismo comunista

    Fotovoltaico piccoli installatori privati liberali ( fra pochi anni nn saranno necessari i finanziamenti pubblici) .

    Fotovoltaico = liberale ( lo stato interviene solo per far nascere il mercato e poi ai ritira )

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