Primum depenalizzare, deinde legalizzare: in hoc signo (Italia) vinces

Peter Koler, 45 anni, psicologo e pedagogista, dirige il Centro per la prevenzione delle dipendenze e la promozione della salute della Provincia di Bolzano. Nel 2001 il Centro avvia la sperimentazione di un metodo ‘blasfemo’ di lotta alle tossicodipendenze: l’implementazione del mercato all’interno della legalità.
Muove da una constatazione, Koler: il bisogno di droga non si sopprime inseguendo il chimerico orizzonte del consumo zero, ovvero rendendo la dipendenza reato. L’obiettivo da perseguire è invece quello di a) ridurre la subordinazione alla sostanza, e b) sottrarre alle mafie il mercato degli stupefacenti. A Bolzano quell’obiettivo lo hanno perseguito così: legalizzando la produzione ‘domestica’ di cannabis e somministrando le sostanze pesanti a chi ne fa richiesta presso le strutture sanitarie. Nella bella intervista rilasciata ad Enrico Oliari, Koler illustra le ragioni terapeutiche dell’approccio pragmatico alle dipendenze dalla sostanze psicotrope – non solo quelle illegali, quindi. Ma va anche oltre: legalizzare al momento è impossibile. Depenalizzare, invece, doveroso.

Eccolo il ‘cambiamento di prospettiva’ caldeggiato dal recente rapporto della Global Commission on drug Policy dell’Onu: il tossico smette di essere il criminale da reprimere, il peccatore da redimere. Viene ricondotto alla sua ‘umanità’ – ovvero alla sua inestirpabile attitudine a ‘dipendere’ da qualcosa –  e quindi aiutato a ridurre il bisogno, gestendo la propria dipendenza. Il mercato illegale ne risulta anoressizzato; viene di conseguenza ridotto l’onere – in termini di risorse umane, finanziarie, di concorrenza sleale, di sottrazione di risorse alla contribuzione fiscale – che grava sulle comunità nazionali ed internazionali per il contrasto alle mafie, alle gang criminali, ai narcos, ai talebani.

Nella war on drugs il tossico viene spinto ad allearsi col nemico, che è quello che ne capisce e soddisfa il bisogno, e che pure gli offre ospitalità in una comunità di ‘simili’, composta da quelli come lui: i diversamente espulsi dalla dimensione della legalità.
Nella strategia suntzuiana di Koler invece il tossico viene sottratto alle fila del nemico: non viene indotto a disconoscere le ragioni che ne avevano motivato l’abbraccio, ma viene messo di fronte ad una risposta più efficace, più convincente: avere la droga di cui avverte il bisogno ed allo stesso tempo la possibilità di rendersi meno succube di quel consumo; avere la possibilità di fare questo insieme – non contro – chi, oltre alla sostanza da prendere, gli offre anche le soluzioni per non dovervi ricorrere più, o con sempre minore intensità. Le strutture sanitarie specializzate hanno quegli strumenti, hanno la possibilità di accompagnare il ‘tossico’ in un percorso di naturale maturazione dal cedimento al controllo al recupero.

È bello che questo avanguardistico esperimento sia avvenuto in Italia. Non è forse la criminalità organizzata l’atavica zavorra alla civilizzazione della vita economica, politica, sociale del nostro paese? Non è quello – il business illegale degli stupefacenti – che produce all’economia illegale tanto Pil (e mancate entrate fiscali) quanto il Ministro Tremonti si sogna di poter mettere un giorno nel proprio record governativo?  Non è quella realtà criminale che ci costa una fortuna in risorse umane e finanziarie, oltre che in sforzi culturali e ‘bonifiche ambientali’ dalle forze tentati dalle forze dell’ordine, dalle forze giudiziarie, con il più o meno significativo sostegno dei terminali politici apicali?

Ed allora, bisogna proprio essere accecati dall’ideologia per non vedere la necessità di cambiare prospettiva: non si tratta di fare un salto nel buio, ma di riconoscere il successo del metodo opposto a quello sin qui seguito; si tratta di capitalizzare la capacità di rompere la catena viziosa che, confinando nell’illegalità il consumo di droga, contribuisce ad alimentare l’illegalità stessa, ovvero a nutrire il mercato dell’illecito.

Legalizzare la produzione domestica di droghe leggere ed il consumo di sostanze pesanti significa asfissiare il sostrato criminale che ostacola, ed in alcuni casi inibisce, lo sviluppo di una civiltà economica legale ed efficiente, ridurre i danni del consumo e rompere la convergenza di interessi tra produttori e consumatori.

L’Italia ha comparativamente da guadagnare da una conversione legalitaria del mercato degli stupefacenti assai più di paesi non stritolati dal business organizzato. Il rapporto della Commissione Onu, l’esperienza di Bolzano, l’evidenza portoghese offrono alla generazione politica contemporanea l’opportunità storica di riscattare sé stessa dalla propria pluridecennale insipienza, ed il paese tutto dalla fatalistica attitudine a ritenere che i problemi non vadano empiricamente affrontati ma ideologicamente eternizzati.

Legalizzare non è una eventualità perseguibile nell’immediato – ci spiega Koler. Depenalizzare, però sì. Abbiamo questa opportunità: cogliamola.


Autore: Simona Bonfante

Siciliana, giornalista free-lance e blogger, si è fatta le ossa di analista politico nei circoli neolaburisti durante gli anni di Tony Blair. Dopo un periodo in Francia alla scoperta della rupture sarkozienne, rientra in Italia, prima a Milano poi a Roma dove, oltre a scrivere per varie testate online, si occupa di comunicazione politica e lobbying 2.0.

4 Responses to “Primum depenalizzare, deinde legalizzare: in hoc signo (Italia) vinces”

  1. Luigi Di Liberto scrive:

    Standing ovation per questo ottimo articolo, io però andrei anche oltre alla coltivazione domestica della cannabis, che comunque sarebbe un primo passo fondamentale, ed adotterei il modello dei coffe shop olandesi, anche per dare un contributo fiscale allo Stato, non tutti sarebbero disposti alla coltivazione domestica e quindi costoro rimarrebbero esposti al mercato nero.

  2. Paolo scrive:

    >> A Bolzano quell’obiettivo lo hanno perseguito così: legalizzando la produzione ‘domestica’ di cannabis

    Sarebbe bello se fosse così…
    Ma ditemi: da quando la Provincia di Bolzano/Bozen è autonoma in materia di legislazione penale?

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