Battisti, la politica estera italiana e la lunga strada verso L’Aja

– Fine del primo tempo e tutti negli spogliatoi. In data 9 Giugno 2011 – dopo una seduta-fiume di quasi sette ore – la Corte Suprema Brasiliana ha prima respinto il ricorso dell’Italia contro la decisione dell’ex-Presidente Lula di negare l’estradizione di Cesare Battisti e poi, seppur di stretta misura, ha votato a favore della liberazione dell’ex-militante dei Pac. Con tanto di gioia della fidanzata; è finita, dunque? A Battisti arride un futuro di scrittore e lunghi bagni di sole su una qualche calda spiaggia brasiliana (o magari a Manhattan Plaza, il quartiere in di Brasilia dove Battisti ha voluto passare le sue prime ore da uomo libero)?

Il testo della sentenza non è ancora stata pubblicato, ma grande peso ha sicuramente avuto il punto-chiave della violazione dei diritti umani, su cui si è innestato l’impianto dialettico della difesa. L’ex-presidente Lula rifiutò la richiesta dell’estradizione italiana (31 Dicembre 2010) sostenendo che consegnare Battisti all’autorità italiana ne avrebbe “aggravato la condizione”. Tradotto: nelle nostre carceri la sua incolumità non sarebbe stata garantita e sarebbe stato esposto a violenze lesive dei diritti umani. L’attuale pronuncia della Corte ha rinforzato giuridicamente la decisione di Lula, affermando che non rientra nelle proprie competenze sciogliere il nodo sull’estradizione, che è “questione di sovranità nazionale” (e quindi di competenza del potere esecutivo e non del potere giudiziario). E ovviamente si rimanda alla decisione presa da Lula sei mesi fa. Nemmeno pare che Dilma Rousseff sia orientata in verso opposto; il 24 Gennaio 2011 ha ribadito per iscritto quanto deciso dal predecessore.

Sia consentita una critica e ci vengano concessi dei dubbi sul merito della decisione, cioè sulla possibile violazione dei diritti umani. E’ verissimo che l’Italia – in tema di trattamento dei carcerati – ha conosciuto casi di abusi terribili e di palesi violazioni dei più elementari e fondamentali diritti della persona umana, come avvenuto nella vicenda di Stefano Cucchi. Ma parliamo di casi isolati; in Brasile, è un’altra storia. Una storia dai tratti disumani e agghiaccianti; le condizioni carcerarie sono tali (secondo l’annuale rapporto di Amnesty International) “da costituire trattamento crudele, disumano o degradante”. In moltissime strutture detentive il controllo della forze pubblica è pressoché assente e la tortura è una pratica diffusa e tollerata nelle carceri sovraffollate e versanti in condizioni insalubri. Il Brasile ha continuato a rimanere indietro rispetto al resto della regione nella risposta alle gravi violazioni dei diritti umani commesse durante il regime militare. Qualcosa – oggettivamente – non va; ciò che in Italia è ancora (fortunatamente) eccezione, in Brasile è regola. La versione di Lula secondo cui Battisti non sarebbe stato al sicuro nelle carceri italiane non solo è poco convincente (anche attuando una visione restrittiva ed estremamente rigida della situazione attuale), ma è derisoria ed ipocrita, visto lo stato di salute dei diritti umani negli istituti penitenziari brasiliani.

Il governo italiano non sembra affatto disposto a considerare chiusa questa oramai quasi quadriennale vicenda giudiziaria, che non ha mancato di scatenare tensioni e frizioni tra Italia e Brasile. E’ già stato annunciato che verrà presentato un ricorso presso la Corte dell’Aja. Ma la strada che porta all’Aja è lunga, e tutta in salita. Il passaggio al Tribunale Internazionale non è automatico; il Trattato Italia – Brasile detta una puntigliosa procedura che fissa numerosi paletti legali: sarà necessario un tentativo di conciliazione per via diplomatica e poi attraverso una Commissione di conciliazione creata ad hoc. Il Trattatto fissa una durata limite di quattro mesi per lo svolgimento della conciliazione obbligatoria (al fallimento dei tentativi conciliatori, l’Italia dovrà accordarsi con il Brasile sull’oggetto della controversia, prima di agire unilateralmente), ma possono passare anni e anni prima di giungere a una sentenza. E ottenere una sentenza favorevole all’Italia non sarà affatto automatico, né semplice, visti i possibili errori di procedura e la serrata battaglia legale che si prospetta.

E non è nemmeno il caso di illudersi; anche se l’Aja riconoscesse una violazione – da parte del Brasile – del Trattato di estradizione del 1989, questo non comporterebbe automaticamente l’estradizione di Cesare Battisti. Il trattato del 1954 statuisce infatti che, anche nel caso in cui la “magistratura interna” o una qualche altra forma di autorità riconosciuta stabiliscano una violazione del diritto internazionale da parte del Brasile, se le sue leggi costituzionali non consentono di cancellare gli effetti delle decisioni prese, la parte vincitrice si dovrà necessariamente accontentare di una “equa soddisfazione con altro ordine”. Insomma, le ragioni dell’Italia potrebbero venire riconosciute appieno, ma il risarcimento verrebbe corrisposto in una forma differente dall’estradizione.

Il secondo tempo rischia di venire giocato con la certezza della sconfitta, o dell’amaro pareggio. Certo, una piccola lezione possiamo apprenderla: la totale e completa disfatta diplomatica. Il ruolo tutto di comparsa assunto dall’Italia, ridotta a macchietta inesistente nella scena internazionale. E’ con queste vicende che paghiamo anni e anni di politiche estere (ma anche interne) fallimentari quando non suicide. Battisti non è che una pedina; il vero protagonista è un Brasile che si presenta sempre più come “protagonista autonomo” della scena internazione e un’Italia in costante declino.


Autore: Michele Dubini

Nato a Mariano Comense (CO) nel 1990, ha conseguito la maturità classica e studia Giurisprudenza presso l'Università di Milano - Bicocca, privilegiando particolarmente le materie penalistiche. Ha scritto per Fareitalia Mag e The Front Page.

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