– Osservando il trailer dello splendido documentario di Fred Kuwornu18 Ius soli”, proiettato a Pescara nell’ambito dell’ultimo seminario di Libertiamo, riflettevo su come le storie di questi giovani ragazzi che anelano essere ciò che noi spesso vorremmo rifiutare di essere, ovvero cittadini italiani, siano molto simili ad altri che sognano la medesima cosa e gioiscono quando la ottengono: gli italiani all’estero.

Il mondo degli italiani all’estero è un mondo spesso comunicato in maniera confusa e stereotipata. Si dice che essi, che fanno per l’Italia molto più di quanto l’Italia non faccia per loro (nonostante che chi scrive considera i diplomatici di gran lunga i migliori civil servants a disposizione del nostro Paese), siano pari – almeno quanto a diritto di cittadinanza – allo stesso numero di cittadini italiani che risiedono nei nostri confini: 60 milioni. Frutto – per la maggior parte – di un’immigrazione disordinata e ormai antica, e solo in piccola parte della cosiddetta fuga dei cervelli, la comunità degli italiani all’estero semplicemente non esiste: troppo sparsi per il mondo, senza pressoché alcun feedback in Italia con la lodevole eccezione della Direzione Generale in Farnesina retta dalla bravissima Carla Zuppetti, alla quale però le successive riforme continuano a togliere risorse mentre si chiedono sempre maggiori servizi. La ciliegina sulla torta è stata la legge che ha dato loro il diritto di voto per le elezioni politiche: lungi dall’essere un riconoscimento del loro ruolo, come è in Francia per l’elezione del vertice di una Repubblica Presidenziale, la legge ha causato ulteriori divisioni da continua campagna elettorale là dove davvero non se ne sentiva il bisogno. Tutti coloro che si occupano di questo lo sanno, ma nessuno ha il coraggio di porre il problema, mentre i nostri connazionali all’estero vengono spesso ignorati pur essendo una grandissima risorsa che dà tanto e molto di più potrebbe dare.

Recentemente ho avuto il privilegio di partecipare alle celebrazioni per il 2 giugno, nell’ambito dell’anniversario dei 150 anni, a New York, ospite del Console Generale Francesco Talò. Più di mille persone hanno festeggiato il nostro Paese, con un entusiasmo ed una commozione che, in alcuni momenti, chi non c’era farebbe fatica ad immaginare. Le comunità degli italiani all’estero ricoprono una particolare e interessante curiosità nell’analisi di cosa significhi essere italiani oggi. Da una parte, bisogna ammettere che la maggioranza di chi ne fa parte ha dell’Italia una concezione che qualche volta assomiglia più ad un wishful thinking coniugato al passato, piuttosto che ad una reale conoscenza di cosa accade. E’ un’idea dell’Italia che ne esalta le cose belle e ne ammortizza quelle brutte: si può fare, e non c’è niente di male, ma non è esattamente l’Italia che viviamo noi. Ciò non significa però che non sia utile approfondire questa visione: perché non nasce solo nei sogni altrui, ma è in qualche modo il frutto delle tante e meravigliose eccellenze che l’Italia ha avuto ed ha, dentro di sé, anche se ce ne dimentichiamo troppo spesso.

Nessuno dunque pensi di rubricare la visione a volte un po’ idilliaca che gli italiani all’estero hanno di questo Paese sotto la voce “invenzioni”: è invece quello che potremmo essere, è lo sguardo dell’innamorato di chi sogna di vivere dove noi viviamo, è la consapevolezza di chi dall’esterno ha un osservatorio dall’angolazione diversa, certamente parziale ma non per questo meno importante. Invece di deriderli dovremmo ringraziarli. Anche perché la loro analisi, che ai nostri occhi può sembrare strana, si sposa con un enorme amore per il nostro Paese, e quindi anche per noi. Vivere il 2 giugno in una comunità di italiani all’estero sarebbe una grande lezione per ogni italiano che, non senza alcuna ragione, spende la propria vita a lamentarsi della nostra Italia rassegnandosi a non fare nulla per cambiarla. Capiremmo tutti, se avessimo il privilegio di passare un po’ di tempo con i nostri connazionali all’estero, che abbiamo il dovere di migliorarci e che non lo faremmo inutilmente. Noi siamo, spesso immeritatamente, portatori di una cultura e di una storia che non merita l’autocommiserazione. Non abbiamo bisogno di inventarci motivi per impegnarci a far emergere la bella Italia: i motivi sono dentro di noi e a volte li vedono meglio a migliaia di chilometri di distanza, come quando va allargato l’angolo di visuale per scoprire piacevolmente qualcosa di molto bello che non sapevamo nemmeno di cercare ma che è sempre stato sotto il nostro naso. L’aria sognante che suscitiamo nei nostri interlocutori all’estero quando affermiamo di vivere in Italia non è un inutile strumento da usare per canzonare il prossimo: è una responsabilità che non abbiamo il diritto di rifiutare, una missione per migliorare il nostro apporto al nostro Paese, ma soprattutto dobbiamo tutti capire che è un privilegio che ci dobbiamo quotidianamente meritare facendo tesoro degli insegnamenti che i nostri connazionali all’estero ci danno da tempo.