Tutti insieme al ‘bolscevico-pride’

– Domani, 11 giugno, si terrà a Roma l’Europride, la manifestazione dell’orgoglio gay che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrebbe far confluire nella capitale gay, lesbiche e transessuali da tutta Europa.

L’evento di per sé, forse a causa della crisi economica, si presenta un po’ sotto tono rispetto alle analoghe manifestazioni che negli anni precedenti sono state realizzate presso le altre capitali europee, specie se si considera che i dieci giorni che precedono il corteo colorato vedono eventi di non eccezionale rilevanza sotto gli aspetti culturali, politici e scientifici.

Qualcuno potrebbe obiettare che in fin dei conti il Gay Pride è pur sempre una festa, ma davvero non si capisce cosa ci sia da essere allegri in una nazione, l’Italia, che è fanalino di coda nell’Europa occidentale in merito all’emancipazione e alla piena cittadinanza delle persone omoaffettive: le coppie dello stesso sesso, sono riconosciute con diverse forme un po’ ovunque, compresi alcuni paesi posti al di là della vecchia Cortina di Ferro, nelle Americhe e persino il Sudafrica.

Quest’annuale voglia di festeggiare e di trasformare la sobrietà del sentimento affettivo ed il candore della sessualità in una bagarre fatta di parrucche e di tacchi a spillo, di altoparlanti a tutto volume e di carri cavalcati da petti nudi, sfalsa in realtà  il significato stesso della manifestazione che, contestualizzandola ai tempi ed alle problematiche di oggi, andrebbe ripensata in chiave di protesta sindacale, ovvero di gay e di lesbiche incazzati neri nei confronti di una classe politica sorda alle istanze di quella che è la più grande minoranza del Paese.

Bolscevichi gli organizzatori, bolscevico il manifesto politico
, fatto dei soliti sproloqui di tutela e di ricchezza delle diversità come pure dell’immancabile proclama antifascista.

Gli aspetti ed i messaggi culturali di chi fisiologicamente si riconosce in un gruppo non sono mai statici, ma mutevoli a seconda dei tempi e delle circostanze: la gonna della bisnonna arrivava sotto le caviglie, quella della nonna sotto le ginocchia e quella della mamma sotto la mezza coscia. Così negli anni Settanta-Ottanta i gay che ci tenevano a non essere appellati in malo modo si facevano chiamare ‘i diversi’, ma oggi, nell’epoca in cui si reclamano diritti uguali e doveri uguali, viene ad essere contraddittorio riconoscersi nella diversità. Poi ci sarà sempre chi farà i salti mortali per essere diverso fra i diversi, basti pensare a quell’incomprensibile acronimo LGBTQI che qualcuno vorrebbe imporre in modo forzato a tutti, Bagnasco e casalinga di Voghera compresi.

Per un clima più rilassato ed ecumenico nel movimento gay internazionale, ci si sarebbe aspettati nel manifesto politico del gay pride europeo un fermo ripudio del totalitarismo, ma qui gli organizzatori si sono fermati al solito, vecchio e caro antifascismo. Quell’antifascismo di sempre, a dire il vero un po’ obsoleto e soprattutto molto di parte, che porta il gay rumeno, la lesbica bulgara e la trans russa a chiedersi dove sia finito l’anticomunismo.

Se, infatti, nell’Italietta fascista, vuoi per un motivo o vuoi per l’altro, non vi erano leggi contro gli omosessuali, i codici penali dei paesi comunisti erano fino a pochi anni or sono ben chiari in materia di omosessualità, identificata come un vizio borghese e come un comportamento controrivoluzionario: sono ben 50.000 i gay russi spediti nei gulag sovietici in base all’articolo 121 di cui gli ultimi agli inizi degli anni Novanta, come pure innumerevoli furono i ‘diversi’ che finirono nelle prigioni di Bucarest, di Sofia, e di Berlino est, con pene che, come nel caso dell’Albania, potevano arrivare a 10 anni di reclusione, per un rapporto sessuale fra adulti consenzienti!

Non c’è quindi da stupirsi se per il ‘bolscevicopride’ di Roma 2011 hanno già dato l’adesione le forze del costellato mondo di sinistra, centri sociali e CGIL compresi, e neppure se vi saranno giovani con la maglietta del Che, il quale, neanche a dirlo apposta, fu proprio lui ad inventare a Cuba i campi di concentramento per gli omosessuali.

Un pride europeo senza mezza Europa, quindi, tutto italiano e sordo da un orecchio, poco attento a ciò che fu la storia dell’Europa tutta in nome della solita mezza verità, che, a quanto sembra, solo i gay italiani sono disposti a credere.


Autore: Enrico Oliari

Nato nel 1970. Presidente di GayLib, associazione dei gay di centrodestra, dal 1997. Autore di diversi studi sul mondo dell'omosessualità fra i quali "L'omodelinquente. Scandali e delitti gay dall'Unità a Giolitti" (2006) e "Omosessuali? Compagni che sbagliano. Comunismo e omosessualità" (2010). E' membro dell'Assemblea nazionale di FLI.

4 Responses to “Tutti insieme al ‘bolscevico-pride’”

  1. lettore scrive:

    Ripudio del totalitarismo, non dell’antitotalitarismo.

  2. chivicapisce scrive:

    Certo che, alcuni gay, rosicano forte…

  3. caro Enrico,
    condivido la tua critica a come è organizzato il Pride eagli elementi rituali ed evocativi che storicamente gli sono stati associati. Purtroppo si è sviluppato così e loro riescono ad aggregarci dentro di tutto e colorare l’evento degli elementi di lotta che vanno per la maggiore. Il Pride è un rito di aggregazione, l’ultima roba che riesce a sinistra a parte qualche manifestazione antiberlusconiana.

  4. bah, la polemica contro i regimi sovietici mi pare alquanto logora ormai.
    sono passati 20 anni dalla caduta dei regimi sovietici. 20 anni! una nuova generazione che non era neanche nata, oggi vota.

    piuttosto ci si preoccupi di chi in italia discrimina i gay… l’udc, alleato di fli, fa certamene più danni di una foto del Che

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